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farlo...CONTINUA
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il
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Arte
Letteratura Cinema Musica Teatro Mostre Televisione
Il
salotto delle Muse
LUCIA
ZANDRINO, Wunderkammer,
Statale 11 Editrice, Caldogno (Vicenza), 2007, pp.41
di
Francesco De Caria
Prezioso
nella veste di libellum riservato agli amici e agli estimatori,
pretesto di un discorso più ampio, già denunciato
dalla dedica che, intrecciando esseri reali, legati alla
biografia dell’autrice, a esseri fantastici,ma non
meno concreti l’opera si apre nella presentazione
programmaticamente come bouleversement della presunta visione
“solida”, “saggia” che il mondo
persegue. Ci si sforza in un’attardata prospettiva
positivistica, di possedere leggi e regole di tutto anzi
il numero che nuovi mondi scopra; la fomula che apra nuove
prospettive. Ma è illusione che dura poco; eppure
è proprio la passione del futuro e del mistero ciò
che dà senso all’esistere: l’esserci
trae la sua forza entro il ghirigoro. Il
pensiero - come il Drago – trae appunto forza nel
labirinto in cui si addentra e si involge, nella ricerca
appassionata e illusoriamente libera. E’ questa figura
prototipica nell’Occidente come nell’Oriente,
dell’Umanità intera nei miti che ne cuciono
la storia e il pensiero: un muoversi continuo da un “verità”
all’altra, che la Scepsi del saggio rende inquieto,
senza limiti, a spire e non come quel serpente che si morde
la coda, formando la figura perfetta del cerchio, ma giungendo
dopo lungo giro là donde era partito: è questa
la natura non già della Realtà, ma del credere
finito il cerchio, che evidentemente tale non è,
ma è sempre più in qua o in là del
punto d’arrivo, giusto come in una spirale, che sembra
cerchio solo se guardata in falsa prospettiva. Proprio
nel ghirigoro che pare scherzo al “filosofo”
sta la via che conduce ad una verità. E’ una
sintesi potente delle pagine più ricche della filosofia
occidentale – presuntuosa nella sua razionalità,
ma affascinata dall’analogia orientale – così
come della poesia e dell’arte. Ed è questa
la Presentazione i cui temi si delineano e si precisano
nel procedere del volumetto: ciò che resta dell’esistere
è una traccia nello specchio, è cosa che non
torna, se non nella memoria – dunque è anello
che non si salda – o nell’analogia, che non
è mai perfetta sovrapposizione. Anche perché
voler far coincidere l’esperienza vissuta, fluida
con il Concetto, con l’Idea, con tutto quanto la cultura
occidentale ha voluto nei millenni fissare per forgiare
idee chiare e precise, è trasformare in roccia la
lava, o imbrigliare l’acqua che scorre costretta entro
le ripe che dilava. Con un evidente processo contrario:
il fluido e l’informe che si raggrumano in forme solide
e al contrario la forma solida che si sgretola. E’
il procedimento della conoscenza, almeno nell’accezione
messa a punto dalla filosofia novecentesca che procede disgregando
e riaggregando. E la roccia è una delle immagini
più ricorrenti: forma solidificata di antiche lave
fluide, informi. Eppure unico stato in cui l’uomo
riesce a coglierla, ad afferrarla, a descriverla. Ma
– e si può dire che la realtà qual è
concepita dalla Zandrino è un continuo susseguirsi
di avversative, di ma, appunto, che riflettono l’infinito
sovrapporsi di aspetti che riteniamo la realtà –
la forma stessa è infinito contraddirsi, puntualizzarsi:
ed ognuno è pronto ad abbandonare quella pelle che
per gli altri è forma. E non manca il vano
sforzo di diventare altro da ciò che si è,
addentando – in una immagine da Inferno dantesco –
la carne dell’altro. E il vano tentativo di diventare
il tutto, altro da ciò che si è, si manifesta
– nei versi della Zandrino – come abbraccio
e contatto con la pelle dell’altro, come avvertirne
il sentore. Tuttavia nulla di più: impossibile uscire
dalla pelle che ci è propria. Anche al Sacro ricorre
l’autrice: l’immagine di sé, l’autocoscienza
è ombra mossa dal tremolio della fiamma delle candele,
sino alla rinuncia al passato. L’esistenza è
fatta anche di tragedie. Ma non resta che la traccia incerta
riflessa nell’acqua; o di chi ogni giorno deve conquistare
il cliente. Ciononostante l’esistenza è tenace,
affascina: la sera / arrivi mi spogli
e mi baci / come nessuno ha fatto mai. Sono immagini
crude, ma già da lungo tempo proprie del patrimonio
letterario e figurativo.
Eppure – e la cruda immagine dice molto sulla violenza
che è l’esistere – ogni
mattino mi trascini fuori dal mio letto … come una
puttana il cui ammiccare conquista il cliente.
Torino,
2 maggio 2007
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