Elisabetta
Viarengo Miniotti alla Cooperativa di Consumo e di Mutua Assistenza
di Borgo Po sino al 25 aprile.
di
Francesco De Caria
Dipingo
quel che conosco, dipingo per conoscere
è il “motto” che l’artista torinese
ha apposto alla copertina di un catalogo redatto per una mostra
dell’aprile 2004 a Susa, nei locali del castello della
Contessa Adelaide.
Illustre l’artista, illustre il critico autore del catalogo
riproposto in questa occasione, Pino
Mantovani artista egli stesso e docente all’Albertina,
illustre infine il maestro cui l’artista fa riferimento.
Fondamentale infatti l’incontro con Giacomo
Soffiantino che pure avviene quando la carriera artistica
di Elisabetta Viarengo è
già avviata da tempo e anche se l’artista ha
già effettuato importanti esperienze formative, fra
le quali non si può tacere il corso di tecniche incisorie
tenuto a Venezia da Riccardo Licata. L’apporto
fondamentale di Soffiantino è
stato quello di indicare un metodo, un procedere sistematico
che consenta di svelare e chiarire progressivamente la sequenza
di tappe da raggiungere e da superare nell’itinerario
verso la ricerca della Verità e della più congeniale
espressione, che non può prescindere da una rigorosa
perizia tecnica. Altrimenti si è nel campo approssimato
del dilettante. Fra maestro e allieva il colloquio si affina
progressivamente sull’aspetto tecnico. Il percorso verso
un’arte sempre più matura tecnicamente diviene
correlativo di un itinerario della mente verso il disvelamento
della Verità delle cose. Un cammino sempre più
arduo per l’artista - intellettuale, sempre più
semplice per l’artista - artigiano per il quale l’arricchimento
dei mezzi tecnici è già di per sé un
raggiungimento: torna in mente l’espressione montaliana
più in là… che contraddistingue l’artista,
poeta o pittore o musicista che sia.
Chi ha visitato o visiterà sino
al 25 aprile la bella mostra alla Cooperativa di Borgo Po
potrà notare l’insistenza dello sguardo su alcuni
particolari del paesaggio e della vegetazione, sempre indagati
in macro, per dirla nel linguaggio fotografico, come se non
solo nei singoli oggetti, foglie e fiori, rami e tronchi stesse
il diaframma da superare per conoscere l’intima verità
delle cose; la Viarengo tuffa lo sguardo nel magma donde le
singole cose sono emerse, con eccezionale abilità declinando
le infinite variazioni di un colore o, nel campo dell’incisione
nella quale decisamente raggiunge vertici notevoli, dei grigi,
dal nero al bianco. E’ stata proprio l' attenzione
particolare all’infinita gamma di grigi ottenibili fra
i due estremi dei colori/non colori a colpire nel 1998 Franco
Fanelli, che considera anche come tale infinita gamma
sia ottenuta nello spessore di decimi di millimetro della
lastra incisa. Anche la perizia tecnica
sempre più affinata contiene in sé un’insidia,
l'autocompiacimento, che tuttavia la tensione morale dell’artista
evita, perché oltre –come si è detto –
è la meta da raggiungere: il linguaggio non è
per se stesso, ma è strumento per giungere ad una verità
progressivamente più profonda. De
Staël e Bonnard sono indicati come riferimenti
costanti della ricerca della Viarengo Miniotti: di Pierre
Bonnard si possono citare in particolare – per quanto
attiene alle opere esposte alla “Borgo Po” –
le vedute di giardini, di Nicolas de Staël la padronanza
della gamma dei grigi, in particolare nelle incisioni. Io
non cerco un modello, ma di entrare nel mistero della natura
afferma la Viarengo
Miniotti, quando – aggiungendo ai riferimenti
Monet e Rotko, tutti autori all'apparenza
inconciliabili – qualcuno le obbietta di rifarsi a lezioni
disparate. La Viarengo
Miniotti artista sa conciliare Mantegna,
Moore, Calandri, nella serie dei nuotatori nella quale
studia il rapporto fra un corpo solido in movimento e il liquido.
Così il paesaggio fisico diventa paesaggio mentale,
che ripercorre le lezioni dei grandi, come un musicista ripercorre
le note e sa assemblarle in combinazioni sempre nuove e inedite.
E' la dimensione eterna e immutabile che l' artista cerca
con pertinace insistenza nella mutabilità delle cose
di tutti i giorni, talora di una banalità frappante,
tolta probabilmente dall'arte statunitense degli anni Cinquanta,
come quella sedia sdraio di plastica e metallo appoggiata
ad una persiana dipinta nell'Ottantotto, in realtà
studio sulla gamma dei verdi della sedia, della persiana,
della vegetazione...o una corteccia, un interno all'apparenza
senza alcun titolo di entrare nel mondo dell'arte: una voce
controcorrente – non sola fortunatamente – che
cerca nel mare dell'effimero quanto vi possa essere di immutabile.
Talora potrà apparire solo una fugace visione, ma è
il fattore sotteso alla varietà infinita che tempo
e spazio impongono alle cose.


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