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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

Parlando di… Almerico Tomaselli, pittore.
di Francesco De Caria

 

Torino ha conosciuto fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta una splendida stagione di sperimentalismo nell’Arte: anzi, per questo aspetto è considerata una delle patrie dell’Avanguardia e della ricerca artistica, come il

 

 

 

 

Museo di Rivoli

 

 

 

 

 

 

 

e fondazioni private, fra cui la Re Rebaudengo, bene documentano.
Vi sono i grossi nomi che la inevitabile semplificazione operata dagli storici dell’Arte pone come pietre miliari del cammino dell’Arte. Si tratta tuttavia di una semplificazione che appare in tutti i suoi limiti esaminando proprio quei passaggi intermedi che fanno presentire – ad esempio – l’arte astratta, il cui discorso formale parte da lontano:

 

 

 

 

Leonardo Bistolfi, citato come una delle ultime grandi personalità dell’Arte “tradizionale” – a tal punto che in un certo momento la ricerca di nuovi modi espressivi si identificherà con l’antibistolfismo - è un chiaro esempio del passaggio a nuove modalità: i larghi panneggi da cui emergono arti e volti, fanno parlare di magma della materia da cui l’individuo emerge un attimo per poi tornar nella materia informe e vorticosa che disarticola la figura dal punto di vista formale. Il rapporto fra forma e informe in opere di questo genere esprime tra l’altro un’amara meditazione sull’esistenza: l’ individualità per un attimo affiora per rituffarsi nella materia che l’ ha generata come forma e che la risucchia nel suo magma. E’ concetto filosofico-religioso che prende forma nella scultura:

 

 

 

il passaggio successivo è l’abbandono di ogni evidente aggancio con la realtà concreta, considerata essa stessa come manifestazione di archetipi astratti. Al cammino dell’Arte contemporanea ha dato poi un grosso impulso la psicoanalisi: a posteriori nella critica d’arte e in artisti che hanno approfondito le teorie freudiane soprattutto e ad esse si ispirano consapevolmente nel loro fare critica e arte; a priori nel caso di artisti o critici che, legati alla lezione classica, accademica, che risale al Rinascimento, la forzano in nome delle nuove teorie formali e in particolare del procedimento analogico. Nell'arte contemporanea gli atteggiamenti di disarticolazione, di fusione fra mondo onirico e mondo reale sono spinti all'estremo.

 

 


 

Almerico Tomaselli si pone significativamente nel cammino dell'arte novecentesca e soprattutto della seconda metà del secolo.

 

 

 

 

 

 

 

Lucio Cabutti afferma che il suo senso concreto dell’immaginario si identificava nella zona di confine tra la notte e il giorno, il sonno e la veglia, la mente in libertà e gli occhi aperti…

E’ un efficace modo di esprimere il porsi dell’artista in limine fra realtà oggettiva e realtà psicologica che si esprime nella dimensione onirica, che tuttavia ha lo stesso spessore della realtà sensibile: non è una novità, se si pensa all’arte rinascimentale e barocca, all’arte religiosa che adorna tante chiese, per cui il “realismo” dell’immagine dà forma a situazioni e concetti teorici e astratti: si pensi alle scene di visioni, di miracoli, di tentazioni.


Tommaselli scrisse anche molto: i suoi scritti possono aiutare a comprendere meglio la sua opera. Ad esempio con una suggestione futuristica, racconta che ad El Alamein, dove si trovava soldato, la notte l’aria si riempiva di fragori e grosse vampate simili a mostruosi fiori sbocciavano sul terreno, mentre la tragica immagine di un carro armato che con l’equipaggio veniva distrutto da un proiettile o da una mina si trasforma nell’immagine surreale di mostruosi fiori che sbocciavano sul terreno o di una nube nera che presto si arrampicava verso il cielo. In altre fasi le rocce diventano corpi, i corpi rocce .

Egli amava il momento liminale in cui la tenebra della notte che deforma le cose si mescola alla luce che fa affiorare progressivamente nuove forme da quelle stesse ombre. Si parla comunemente di mondo percepito o percepibile dai sensi come mondo oggettivo, concreto. Per Tomaselli la percezione del mondo sarà sempre fatto parallelo o divergente da quello che chiamiamo “oggetto”: anche il Realismo, che pure intende “fotografare” la realtà è fatto di immagini elaborate su modelli mentali. Ciò che costituisce l’inganno sta nel parallelismo o nella sovrapponibilità di quanto vediamo con il nostro fantasma interiore. Il Tomaselli intende disvelare questo inganno e dimostrare che le due dimensioni, se possono essere parallele, non sono mai coincidenti. Si tratta quindi di un grosso problema gnoseologico, che scardina il concetto stesso di oggettività, aprendo le porte al soggettivismo e al relativismo

Tomaselli matura e approfondisce la considerazione dell’Arte come espressione del problema gnoseologico, se si vuole, o della coscienza possibile della realtà. E’ dai primi anni Cinquanta che Tomaselli fa parte del Surrealismo cui fanno da ponte con Parigi, patria del movimento, Cremona e Pontecorvo.

Ma intanto in Torino maturano altre esperienze in quel periodo quanto mai fecondo, che annovera le ricerche di Pontecorvo col suo grafismo, di

 

 

 

 

Felice Casorati simbolista e citazionista,

 

 

 

 

di Allemani e

 

 

Spazzapan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

che mantengono un legame col

 

 

 

 

 

 

Futurismo di Fillia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma Tomaselli guarda ad altri confini,

 

 

 

a Dalì,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Ernst,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Magritte,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a De Chirico,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Savinio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fra i contemporanei;

 

 

 

 

 

 

 

al Bosch fra i maestri del Rinascimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

Egli si definiva di un congeniale ottimismo sapendo considerare che nelle sue opere spesso il cielo si rasserena e il sole torna a splendere sull’edenico mondo che preferisco. Anche l’Arte entra a far parte all’ottimismo talvolta ad oltranza che animava i suoi quadri. Pur nelle sue visioni surreali, il pittore rappresenta con forme tradizionali oggetti e figure: è l’armonica immersione dell’individuo nell’ambiente a costituire una sorta di mito nel Tomaselli maturo e nello stesso tempo la nettezza abbagliante dei contorni e delle campiture può angosciare qualcuno pur avendo l’aspetto superficiale del “tutto a posto”. I colori nelle loro campiture, senza accentuate ombre, o con ombre luminose come in tanto Rinascimento soprattutto quattrocentesco. In un’epoca di pessimistica considerazione della storia e dell’esistere, Tomaselli cerca nella pittura lo stato delle origini, la situazione prima del peccato, in una sorta di infanzia del mondo. Cerca lo stesso Paradiso che

 

 

 

 

 

 

Gauguin credeva di trovare ad Haiti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Cabutti rileva che la pittura del Tomaselli maturo è piacere panico di immedesimazione. Salernitano di nascita (1899: e a diciannove anni fu arruolato nella prima guerra mondiale), torinese di adozione, è spirito erompente nel suo attivismo: giornalista, disegnatore di vignette, incontra il fecondo clima artistico torinese del 1945, l’atteggiamento del domse ‘n andi per rinascere dopo le distruzioni e le lacerazioni. Egli stesso fa parte delle maggiori associazioni artistiche e culturali e contribusce a fondare realtà feconde e di grande prestigio come “Il Piemonte artistico e culturale”, che ora ospita la sua retrospettiva.
L’inaugurazione della mostra curata da Angelo Mistrangelo e Anna Maria Palumbo è stata affollata: ed è buon auspicio. C’era anche qualche giovane, laddove pregiudizialmente si dice che i giovani non frequentano per lo più le gallerie d’arte e i Musei li visitano quando la scuola organizza l’uscita o la gita scolastica. Di Eden parla il catalogo: e il Tomaselli vi è definito archeologo dell’Eden. L'efficace antologica proposta dalla mostra è chiarita nel Catalogo, che pone le opere di Tomaselli fra quelle inquietanti o che dovrebbero far inquietare nella produzione degli anni Sessanta. Una consistenza ectoplasmatica compare nell’opera L’antro di sant’Andrea, degli inizi degli anni Settanta, epoca di adesione al surrealismo fantastico. Poi l’immagine torna ad avere quella concretezza allucinata e inquietante che è propria dell’artista: il busto mutilato di una bambola emerge da un roseto, mentre in lontananza fa da sfondo l’immagine metafisica del cielo e del mare. Più concreta la visione del bosco degli anni Ottanta, bosco irto e nello stesso tempo fiorito sullo sfondo di un cielo sereno, popolato di presenze che solo uno sguardo attento sa rilevare…
E’ stato attivo sino quasi alla fine: la morte lo ha raggiunto novantaquattrenne a Torino il 3 gennaio 1993.