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Torino
fatta ad arte
di
Francesco De Caria
Una
delle zone più interessanti di Torino, della Torino
elegante e carica di storia, via Carlo Alberto, uno dei
“salotti” della città, abitati da famiglie
appartenenti a una stratificazione di classi sociali –
come in tante altre strade, in primis via Po – da
famiglie aristocratiche, che tuttavia – non ricchissime
- cedevano ad affitto gli appartamenti del secondo, del
terzo piano, i sotttotetto rispettivamente ad appartenenti
alla classe burocratica, impiegatizia, piccolo-artigianale,
di artisti che un po’ avevano bisogno della luce e
dei vasti panorami e dall’altra erano costretti dalle
magre entrate ad una vita decorosa, ma molto misurata, sta
entrando in quella cerchia di vie che ospitano raffinati
spazi espositivi composti di locali non grandi, ma accoglienti
e altamente suggestivi che da qualche anno stanno costituendo
la nuova tipologia di “galleria d’arte”,
che ha in sé la doppia suggestione dell’appartamento
che l’arte arreda in qualche modo, “facendo
parlare” le pareti – come del resto avveniva
in passato – e della galleria che non è più
smaccatamente un “negozio” d’arte, con
vetrine e tutti gli apparati del luogo di vendita, più
che di promozione; è insomma un luogo raccolto, carico
di storie – delle famiglie che l’hanno abitato
– e di significati che le opere esposte evocano.
Abbiamo conosciuto e indicato come esempio significativo,
in numeri passati le varie mostre allestite alla Weber &
Weber in via San Tommaso; abbiamo ora occasione
di parlare di una suggestiva mostra patrocinata dalla Regione
e da enti privati presso la Novalis Fine Arts Gallery di
via Carlo Alberto 49/51e dedicata ad uno degli indiscussi
maestri dell’arte novecentesca – della seconda
metà del secolo – Giacomo
Soffiantino, allievo prima e professore poi all’Albertina,
quindi di alta scuola, particolarmente suggestivo nella
produzione incisoria. Nei locali della galleria immagini
di opere eseguite con le varie tecniche di quel settore
d’arte, dal bulino, all’acido, nelle quali le
forme della natura, ingigantite, guardate “al microscopio”,
colte nelle loro scabrose superficie, nel loro andamento
geometrico “facilmente” traducibile in formula
matematica del sinusoide, della parabola,della spirale,
affollate come le “cose” – le foglie secche,
i gusci, i frutti selvatici, i sassi che portano l’impronta
di vite di milioni d’anni, o ancora pulsanti che si
svolgono fra le tracce di esistenze estinte milioni di anni
fa - oppure angoli e vedute della città, che, come
la pietra fossile, trattiene in sé la stratificazione
di migliaia di vite, una stratificazione cronologica nel
centro storico, ed una stratificazione sociale nei palazzi
coabitati in passato dal proprietario ai piani nobili, appunto,
dalla servitù che accudiva alle esigenze della sua
famiglia, dagli artigiani che tenevano laboratorio a piano
terra.
Si ha così in questa
mostra, come del resto nello splendido studio in precollina
di Giacomo Soffiantino, una profonda riflessione sul senso
dell’esistere individuale e collettivo tradotta in
immagine, come del resto avviene per il Creato: costituito
di forme e corpi concreti, vegetali e animali, terre e acque
assume tuttavia senso da quelle parole e da quelle formule
di Fisica e di Matematica che solo l’Uomo è
capace di elaborare. Quanto abbiamo detto vale per i disegni
e le incisioni; ma che dire delle sperimentazioni sulle
masse di colore, sullo svolgersi delle linee secondo segreti
itinerari che solo la mediocrità vorrebbe magari
tradotti in oggetti della quotidianità, secondo una
concezione puramente mimetica dell’arte, che, se così
fosse e non frutto di meditazione di elaborazione sarebbe
attività perfettamente inutile. Le cose sono, anche
se nessun abile artista/artigiano – o fotografo, dalla
fine dell’Ottocento – le riproduce in linee,
colori, marmo o bronzo.
Ciò che distingue
l’artista artigiano dall’artista puro, è
proprio il travedere, il vedere al di là della forma
accidentale che tutti vedono, la forma immortale che riposa
nella mente di Dio, o l’Idea immortale nel suo Iperuranio,
immutabile e capace di generare milioni di forme diverse.
L’impaginazione delle opere di Giacomo Soffiantino
è psicologica, ha una dimensione onirica, in cui
si fondono realtà sensibile pascalianamente“geometrica”
e impalpabili memorie che riposano sul fondo della psiche
e che sfondano le barriere cronologiche, causali, formali,
sicché una forma ne genera un’altra e può
essere altro da ciò che appare.
Questa è Arte e il pubblico – a giudicare dall’affollatissimo
vernissage del 22 novembre – lo sa, lo “sente”,
sta imparando a riconoscerlo.
Forse sta tramontando l’epoca dei pittori giudicati
bravi solo in base alle capacità mimetiche della
loro opera. E’ un notevole passo del recupero della
humanitas dopo decenni – forse troppi – di “arte-fotografia”
(Bello! Sembra vero! era il petulante “complimento”
che più di frequente risuonava alle mostre), quando
tanti non capivano neppure che la fotografia è a
sua volta trasfigurazione e non è affatto riproduzione
becera – e inutile – di una cosa che c’è
già ed ha maggior dignità di ogni riproduzione.
O di arte tanto abs –tracta dal reale sensibile da
essere incomprensibile, peggio, ridotta ad un rebus da risolvere.
E Soffiantino, come altri Maestri che hanno compreso davvero
il Novecento, può considerarsi tra coloro che dell’Arte
salvano la dignità (essa non è arredamento,
né occasione di guadagno) e la nobiltà.
Torino, 24 novembre 2007
   
       
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