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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

Parlando di …
Sergio Albano

di Francesco De Caria

 

 

Il silenzio dello studio, delle alte vette percorse dal vento, del teatro quando si apre lo scenario, rievoca il clima rarefatto e magico della stagione di Sergio Albano, di quel suo lento procedere per ricreare la realtà attraverso la prospettiva del sogno… Così esordisce Angelo Mistrangelo, curatore della bella mostra appena inaugurata nei locali di Piemonte Artistico e Culturale, che attraverso una serie di dipinti e disegni realizzati fra il 1960 e il 2008 documentano il percorso dell’artista dagli anni Sessanta al 2008; un percorso particolare che da visioni barocche, juvarriane, giunge ad una rigorosa visione geometrica che evoca un’aura di aspettativa e di mistero, con inaspettate presenze che si rivelano poco a poco all’osservatore attento. Chi guarda superficialmente, non coglie queste inquietanti presenze, che - pure – costituiscono parte essenziale del discorso dell’ultimo Albano, teso a svelare i risvolti inquietanti della comune esistenza. Tornano alla mente certi film di grandi registi nei quali presenze fantasmatiche dall’aspetto tutt’affatto naturale si inseriscono in ambienti all’apparenza tranquilli nella loro quotidianità. Tornano alla mente i versi di Montale Ah, l’uomo che se ne va sicuro / e l’ombra sua non conta… Una realtà che la critica ci ha abituati a definire “borghese”, “perbenista”.
Negli anni Sessanta Sergio Albano, nato a Torino nel 1939 e formatosi al Liceo Artistico e quindi all’Accademia Albertina, pare ispirarsi piuttosto al “ruinismo” settecentesco: della Chiesa di Santa Maria al Monte, i Cappuccini, il tratto stesso evoca la sensazione di pareti corrose dal tempo, di tetti invasi da arbusti parassiti. Il tratto non è netto, la luce non è piena ; alla fine del decennio il tema delle rovine che interessa l’arte dal Settecento all’Ottocento è esplicito in Rocce, ambiguo persino nel titolo, dal momento che si tratta di un cadente muraglione medioevale, dalle presenze misteriose e improbabili, mentre stecchite piante ne corrodono i mattoni. E’ la sua una pittura che ha preso forma alla scuola del padre Mario e si è perfezionata all’Artistico di Torino, allievo di

 

 

Gregorio Calvi di Bergolo e di

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Terzolo.

 

 

Nei suoi lavori tutto è estremamente calibrato sino a raggiungere una lucida razionalità impregnata di onirica tensione: Piero Bargis nota il contrasto fra la luce abbacinantee ombre lunghe e profonde, tese a evocare una realtà rarefatta, puramente mentale, inferica. Iniziano a intrecciarsi realtà e finzione gioco e allegoria, sogno e mito. Negli anni Ottanta, nello studio già di Terzolo e Mastroianni, si costituisce il “gruppo di via Perrone”, di cu fanno aprte anche la sorella Alba, la moglie Carla: ora la suggestione di fondo proviene dalle opere del parigino Bathus, di Manritte. E’ ormai formata l’immagine del Mondo che gli occhi della mente di Albano intravedono al di là delle apparenze: un’immagine surreale realistica e insieme onirica che si rende evidente in opere come

 

 

Ultimo atto, Attesa, Cacciatore, tango al Lingotto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Mistrangelo, a conclusione del suo intervento significativamente rilevando come le cadenze della pittura di Albano vanno oltre al visibile, per condurci all’interno delle passioni, delle seduzioni, delle intuizioni che sono gli elementi del vivere con l’angoscia, l’inquietudine, la speranza di nuove accensioni esistenziali. I dipinti esposti dal 1959 al 2008 documentano il percorso da una visione scura, minacciosa, fatta di muri screpolati, di luce livida, di larghe e tenebrose aperture nel loggiato di Palazzotto un olio del 1959, all’atmosfera resa misteriosa dall’assenza di figure, ma soprattutto da una particolare .luce che nulla ha a che fare con la luce naturale di Anatre, osservate dall’alto (misterioso è dunque anche il punto di osservazione ) in un giardino trasandato, senza traccia di presenza umana, un giardino nel quale acuendo lo sguardo si rinvengono le immagini delle galline, di anatre, di un pozzo sopra il quale una pianta di zucca si inerpica su un rustico berceau di foglie di zucca, di un pioppeto sullo sfondo in cui è la presenza “incoerente” di cacciatori medioevali, sulle tracce di un cervide, e poi un pioppeto nel quale è miniaturizzata una improbabile chiesetta. E’ chiaro l’influsso di certa pittura medioevale, gotica, e intrigante l’insieme nel quale poco per volta si scoprono un vetro di damigiana, zucche, una sorta di torrione, viluppi di radici, come in un dipinto insieme medioevale e romantico. Siamo nel 1966 quando è realizzata quest’opera. Sette anni più tardi, nel 1973 in Argo 1973, una “rivoluzione”: la visione diventa assorta, metafisica, come una estensione una interpretazione della pittura metafisica di

 

 

De Chirico : in un angolo di stanza vuoto si accampano una testa e, all’angolo opposto un gatto reso piccolo piccolo da una accentuata prospettiva che dilata le dimensioni della stanza, deserta, “abitata” solo dalla testa e dall’immagine minuscola di un bianco gatto. Stessi toni rossastri in un’atmosfera livida in “O camminamento” del 1974, misterioso per quel fascio di capannoni (?) e di un volume metafisico di camminamenti che si intersecano. L’atmosfera livida, rossastra, il disegno “netto”, preciso rimandano ad una visione metafisica. Sette anni dopo con gusto miniaturistico una tavola di un metro per un metro che evoca miniature medioevali e insieme dipinti dell’Europa orientale (La grande torre) pressoché contemporanea alla figura di una ragazza con un rosso mantello e cappello di identico colore che si accampano in un’atmosfera scura e dai quali emergono mani “geometriche”, un volto ovale dalle labbra rose nette grandi, dai grandi e neri occhi. La stessa atmosfera metafisica dai volumi geometricamente definiti e dalla luce tagliente è in Evasione: da un grande edificio – un carcere? un convento? – pare tentare l’evasione una figurina femminile che tiene il filo legato ad un rosso minuscolo oggetto altrettanto misterioso. Un’aria di tragedia che è accentuata dalla “metallica” consistenza delle figure rese con volumi netti come in Evasione è in Vicino di casa, del 1991. Alla fine degli anni Novanta questa visone geometrica accentuata dalla luce che provoca nette ombre è evidente in Plenilunio, in Tundra. Il decennio duemila è inaugurato da Una sera a teatro: in un ambiente scuro due spettatori assistono in primo piano ad una scena sul palcoscenico di fondo. Nella penombra lame di luce e presenze misteriose, una bambina che scompare dietro un rosso tendone fra le cui pieghe si nasconde qualcuno; sulla mensola dell’enorme camino, in posizione assurda un nudo femminile, di fronte ad un omino che su una grande poltrona si scalda di fronte alla fiamma; un santo orientale alla pare, una scala nell’ombra che porta verso una misteriosa .luce al primo piano. L’atmosfera misteriosa , tesa, di una inquietante nettezza è come in attesa del fatto scatenante. Del duemilaotto il dipinto più recente, le ragazze di Praga, una donna discinta su un sofà, una bambina rannicchiata su uno sgabello. Ancora volumi “metallici”, ancora l’enigma della scena. Questo dualismo- fra realtà e necessità di uscirne - mi tende in due direzioni antitetiche ed estetiche, fra Classico e Romantico, fra razionale e irrazionale. E forse è proprio questa ricerca di equilibrio tra questi due poli che dà il senso ultimo alla mia pittura. Con queste parole del pittore si conclude il catalogo. E lasciano al lettore un profondo interrogativo sulla propria esistenza, sulla instabilità di quelle che tutti ritengono certezze.

 

 

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