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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 


Il tormento e l’estasi: Guido Reni e il soggetto di San Sebastiano.

di Francesco De Caria

A parte del pubblico parrà una novità – anche nel senso di una iniziativa poco edificante, se non blasfema – la mostra in atto a Genova, a Palazzo Rosso fino al 20 gennaio 2008, curata da Piero Boccardo e Xavier F.Salomon, che ha come soggetto le sette immagini, sette varianti, del Martirio di san Sebastiano, dipinte a olio su tela da Guido Reni (Bologna 1575-1642), come si sa, artista dei più significativi del Manierismo; infatti la mostra e il relativo catalogo è dedicata principalmente alle variazioni di questo tema, dal Medioevo alle incisioni settecentesche, alle immaginette devozionali ottocentesche, sino a giungere al Decadentismo di Moreau e di D’Annunzio e ai nostri giorni, alle fotografie d’arte della fine del Novecento, come quella di Pierre et Gilles, che ritraggono un efebico adolescente trafitto al costato da due frecce, legato a braccia alzate – quindi del tutto esposto agli arcieri, ma anche allo sguardo del pubblico – peraltro con le labbra sottolineate probabilmente dal “rossetto” e gli occhi bistrati.
Anche recentemente – risale a qualche mese fa – vi è stato un dibattito abbastanza aspro su una mostra poi censurata a Milano e svoltasi a Firenze, dedicata all’omosessualità, in cui comparivano opere dedicate a San Sebastiano come adolescente trafitto dalle frecce degli arcieri imperiali, accostamento considerato osceno o quanto meno irrispettoso.
Non un segno di dolore, non una goccia di sangue nelle raffigurazioni tradizionali del Santo: minime variazioni caratterizzano le immagini di San Sebastiano di Palazzo Rosso a Genova, della Pinacoteca Capitolina, della collezione neozelandese Mac Kelsey, della Dulwick di Londra, del Prado, del Louvre, del museo Ponce in Portorico, dell’ altra immagine del martirio del santo diacono, questa volta scultorea, del Puget, che Genova conserva nella chiesa dell’Assunta di Carignano.
In varie rappresentazioni, attorno alla figura del santo una folta selva, in cui si muovono figurine di soldati in fila, forse gli stessi che hanno compiuto l’esecuzione: c’è quindi del narrativo e del descrittivo nelle opere - la scena dominata dalla selva, i soldati che tornano, la giovinezza del martire - e c’è del simbolico, la contrapposizione fra innocenza e malvagità, fra tenebra che avvolge il male e luce che illumina la virtù.
La valenza simbolica del martirio di San Sebastiano è attestata da altri particolari che “forzano” anche la tradizione precedente: fra questi la adolescenza del santo, che invece nel racconto originario del vescovo Jacopo da Varagine (Varazze), autore di molte biografie di santi che ispirarono affreschi e tele agiografici, risulta essere un ufficiale dell’esercito – quindi non certo un adolescente, sul cui aspetto fisico non si spende una parola (le immagini più antiche lo rappresentano come un uomo barbuto) - martirizzato nelle persecuzioni del 296, per aver difeso due suoi amici cristiani, Marco e Marcellino, e ucciso a frustate, non trafitto da frecce. Il suo corpo sarebbe quindi stato gettato nelle fogne: solo la notte i confratelli cristiani lo avrebbero individuato e lo avrebbero sepolto nelle catacombe.
Incontriamo, dal Medio Evo in poi, molte cappelle dedicate a San Sebastiano come protezione contro la peste dal momento che la pioggia di frecce simboleggia il diffondersi del morbo: anche questo particolare è ben più antico dell’epoca cristiana: si pensi ad esempio all’Iliade. San Sebastiano come protettore dalla peste si affianca in epoca medioevale alla Madonna che col suo manto allargato protegge i fedeli dal contagio, quindi vi si sostituisce.
Il Santo “ringiovanisce” dalla metà del ‘400, quando non troviamo più il particolare della barba: la sua bellezza adolescenziale diviene simbolo dell’innocenza; la sua serenità rappresenta un ideale che neppure il martirio può scalfire. Come il Cristo, egli attira le frecce su di sé, stornandole dalla città che ne rimane immune.
Nell’aura classicistica dell’epoca rinascimentale sintesi di bellezza e amore era la figura del giovinetto Eros: San Sebastiano diventa dunque un adolescente di grande bellezza. Anche Eros faceva ricorso alle frecce. E’ nel periodo manieristico che avviene la contaminazione e quindi la mutazione della figura del Santo. Eros, che rappresenta l’Amore maschile e femminile, è sovente una figura androgina; e tale diventa anche l’immagine del martire, nonostante la disapprovazione di vari prelati. Il diffondersi della peste nel Seicento fa riscoprire il suo ruolo di protettore contro il contagio.
Poi la figura del santo conosce un declino. Lo recupera dal punto di vista artistico il Decadentismo col suo amore per i forti contrasti e l’ambiguità della figura: Gustave Moreau rappresentò il Santo come un bel giovinetto; Wilde, Proust, Mann e altri interpretarono San Sebastiano come adolescente su cui si appuntavano i desideri e il sadismo, sino a che nel 1959 Louis Réau definì il santo protettore dei sodomiti e degli omosessuali, con grande scandalo.
San Sebastiano è dunque, secondo gli studi preposti alla mostra, un esempio di “iconografia tradita”, cioè piegata di volta in volta alle esigenze simbologiche e alla volontà di edificare il popolo o di distruggere le tradizioni del passato e le autorità costituite, che si concentrano freudianamente nella figura del padre. E nella seconda metà del XX secolo, quando apertamente si procede in rotta di collisione con le tradizioni dei padri, nelle loro fotografie, nei filmati, artisti non esitano a porre in mostra e ad insistere sull’androginia del Santo.
Resta comunque condiviso il concetto che la giovinezza corrisponda al Bene e alla Bellezza e che la Bellezza sia antidoto al Male.
La mostra è corredata da un bel volume-catalogo che si sofferma anche sulle tele conservate a Londra, a Genova, sulle repliche che il Reni fece del soggetto, sulla vita del Reni e suoi biografi ed è corredato da immagini, da schede curate da P. Boccardo, S.Guarino, X.Solomon, S.Plender, G.Finaldi, S.Loire, L.Aravena, R.Aste, da una ricca bibliografia dal 1776 al 2005.