Immagini
del lavoro….
di
Francesco De Caria
Oggi,
primo maggio, festa del lavoro o dei lavoratori. Ai
tempi nostri, quanto mille precauzioni e raffinatezze tecnologiche
sono state messe a punto per salvaguardare la vita e la salute
dei lavoratori, ci sono ancora vittime e tante. Sono di questi
giorni notizie dolorose e allarmanti. Vittime del lavoro:
sono solo i caduti? Sono solo gli invalidi? Crediamo che il
concetto vada esteso. Vi sono
mali sottili ed oggi ancora sconosciuti, perché legati
a nuove tecnologie, a nuovi materiali, a nuovi metodi di lavorazione
che insidiano la salute fisica e mentale del lavoratore;
certamente certi impieghi umili o di prestigio che siano tendono
ad assorbire tutta la giornata, anche se sulla carta vi sono
solo sette o otto ore; o tendono ad assorbire psicologicamente
l’addetto; o contribuiscono a scardinare i legami famigliari.
Nuovi e vecchi mali si assommano; d’altra parte il lavoro
è anche da considerare nei suoi aspetti positivi non
solo per la collettività, ma per l’individuo
stesso in quanto gli consente di sentirsi cellula di un organismo
esteso, di nutrire prospettive e coscienza di ricoprire un
ruolo… nulla è più frustrante della coscienza
di proprie risorse che restano inutilizzate. L’uomo
è animale sociale: è stato detto che il solitario
o è un bruto o è un santo asceta. Ma noi uomini
comuni abbiamo necessità di sentirci “utili”.
Dunque benvenga il lavoro in tutti i suoi aspetti, tutti di
pari dignità, dall’attività intellettuale
a quella dello sternighin, dello stradino.
Offriamo un bouquet di “ritratti” di lavoratori,
tratti dall’opera di artisti famosi. L’opera
d’arte non ha bisogno di tante parole, è “autoreferente”
per dir così. E nel lavoro sono accomunati uomini e
donne, davvero affratellati dall’impegno, dalla fatica,
dal rischio di incidenti; nella piccola galleria che presentiamo
compaiono una pastorella e una donna al vaglio – il
ruolo di donna madre, moglie e lavoratrice era molto pesante
proprio perché assommava in sé varie responsabilità
nei confronti della famiglia e del mondo del lavoro;
il lavoro è una stazione
della via Crucis dell’esistenza, nella visione
pessimistica di Eugenio
Baroni e di

Pellizza
da Volpedo, alessandrino

come
Leonardo Bistolfi:
il
socialismo alessandrino ebbe caratteri solidaristici principalmente,
mentre
il genovese Eugenio Baroni
dedicò buona parte della propria esistenza al grandioso
progetto della via crucis del soldato irrealizzata per la
prematura morte dell’artista: il contadino fa
vita grama, non solo, ma la guerra lo chiama a svolgere il
proprio dovere di soldato: le
grandi mani che si notano nei gruppi statuari ad esempio del

monumento
al Duca d’Aosta in Piazza Castello ad esempio,
sottolineano l’estrazione umile
dei soldati: al termine del servizio militare tanto gravoso
quanto altamente pericoloso il soldato congedato se pur ha
salvato la vita o non è finito fra i mutilati (un braccio
della croce) torna a faticare nei campi vivendo una vita dai
pochi agi: dunque il lavoro dei campi o delle fabbriche è
altrettanto “maledetto” quanto la morte o la mutilazione
sul campo di battaglia.
Il lavoro quando c’è è fatica –
talora anche soddisfazione, coscienza di rivestire un ruolo
sociale che dà senso all’esistere –quando
non c’è è dramma in quanto sgancia l’individuo
dai nessi sociali. Piero
Morando,
alessandrino, sottolinea la fatica delle mani che egli rappresenta
grandi e squadrate dalla fatica che gli strumenti ancora manuali
impongono. Il
mondo del lavoro è costellato di incidenti, una rovina
per le famiglie colpite, anche perché l’assistenza
mutualistica sarà imposta dal Governo solo negli anni
Venti.
Ma
ora avviamoci nella piccola galleria che abbiamo ordinato.


Lo
sguardo dice tutto, più delle parole e più delle
considerazioni. Dunque
abbandoniamoci alle sensazioni che questi dipinti evocano
in ognuno di noi, in base al suo back ground in un dialogo
tra fruitore e immagini:
il duro lavoro della Pastorella e del Vaglio del grano nei
bronzetti di Bistolfi, l'incidente sul lavoro rappresentato
dall'Annegato di Pellizza da Volpedo, il lavoro del fornaciaro
esposto al calore e ai fumi della fornace, di Carlo Terzolo,
il dramma del precariato che colpiva intere famiglie di braccianti,
come nel disegno di Carlo Levi, per finire con il dipinto
forse più noto che rappresenta il mondo del lavoro
e del socialismo umanitario e cooperativistico, tanto diffuso
nell'Alessandrino, terra d'origine del suo Autore, Giuseppe
Pellizza da Volpedo, egli stesso vittima di un sistema che
rifiuta l'artista come “sognatore” improduttivo
se non accetta di mercificare i propri dipinti e quindi se
stesso.
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