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- Formazione per docenti e artisti 9, 10, 26, 27, 28 giugno 2006, Milano

- TRA MUSICA E SCRITTURA: LE MANI IN PASTA (Laboratorio e produzione 26, 27, 28, 29, 30 giugno, 8, 9 settembre 2006, Milano)

Concorso nazionale UN’OPERA PER BAMBINI (Scadenza 30 ottobre 2006).

PERFORMING ARTS
a cura di Pier Paolo Bellini


Da quale intuizione nasce Performing Arts? Di che cosa si occupa?
L'ipotesi di fondo (emersa nel momento di pubblico dibattito avuto a Milano il 9 e 10 giugno 2006 in occasione del Convegno "Suono e parola: antiche e nuove corrispondenze") è che la specializzazione in ambito artistico è una cosa utile e necessaria, ma è fondamentale oggi aprirsi ad una serie di competenze che vanno molto al di là della specializzazione stessa: e il mercato attuale sembra richiedere una figura capace di muoversi su piani diversificati. Oggi musica, scrittura e arti visive sembrano svolgere solo funzioni espressive o creative: si rischia in questo modo di perdere la funzione comunicativa, quella per cui si desidera dire qualcosa a qualcuno (da cui il problema di farsi capire, il problema di ricevere una risposta e di condividere un valore). Un problema, dunque, essenzialmente educativo. Occorre recuperare quell'attitudine a utilizzare tutte le potenzialità comunicative e tutti i linguaggi artistici: anche la specializzazione trarrebbe giovamento da questo tipo più completo di creatività.
La situazione difficile che sta vivendo il settore della "creazione artistica" (ci si limita per il momento a prendere in considerazione la musica e la scrittura) ha costretto i relatori del convegno a ripensare lo "statuto" stesso delle arti e le loro peculiarità, nonché a prendere in considerazione l'utilità (e forse la necessità) di ricercare il "cuore" della comunicazione artistica, universale, al di là della indiscutibile irriducibilità di ciascun linguaggio. Anna Fellegara (Fondazione Scuole Civiche di Milano) ha così illustrato le tante resistenze da parte dei direttori di scuole artistiche all'idea stessa di contaminazione, possibile al più "dopo" la specializzazione, quell'aggiornamento che viene chiamato 'formazione continua', che dura per tutta la vita. Ha ribadito che la vera sfida sta in una riprogettazione forte, guardando alle esperienze straniere,
specialmente al mondo anglosassone, estremamente ricco di questi esempi. Marco Vacchetti (Scuola Holden) ha confermato che la "narrazione" è uno strumento comunicativo utilizzabile in campi molto differenti (non solo nella letteratura) e può offrire ai giovani la possibilità di conoscere ed intuire sviluppi a livello professionale.
Allo stesso modo il professor Fabrizio Frasnedi (Università di Bologna) ha confermato che lo sviluppo di creatività in qualunque area linguistica automaticamente potenzia la capacità nelle altre aree, nonostante la differenza anche radicale che i diversi linguaggi hanno tra di loro.
Occorre investire sulla creatività perché si parla di qualcosa che poi serve a tutto: non c'è nessun campo di lavoro umano in cui la creatività non serva, a meno che non ci si trovi nella ripetitività assoluta. Eppure il contesto non aiuta: oggi prevale l'efficientismo, il risultato immediato, il cognitivismo più stolto e scellerato, quello dei pacchettini di nozioni da somministrare.
Il testo scritto non è portatore di un senso astratto, ma è portatore di un senso che ha una vita, e quella vita è ciò che tentiamo di chiamare, con un'espressione sintetica, 'ritmo di un testo'. Similmente per Davide Rondoni (poeta) la voce di un poeta si forma ad un livello di laboratorio interiore e sotterraneo, in cui sta insieme cose diverse, dal battito del sangue, al ritmo del proprio passo, al posto dove si è nati, alla lingua che si parla: tutto questo erompe in maniera "selvatica", non per via di analisi e di sistemazione, fino a disporsi in un modo a cui bisogna obbedire. Il verso è un gesto di obbedienza. Per Franco Loi (poeta) lo stile nasce dal rapporto personale, il rapporto del corpo, il rapporto dei sensi, quindi anche del pensiero, dei sentimenti, di tutto l'essere con "quella parola", e con l'esterno che ci dà l'impulso. Il ritmo è oggettivo e soggettivo, in poesia: è l'unità tra il soggetto e l'oggettività del ritmo, del ritmo universale; e questo non è dicibile. La poesia, la musica, la pittura, consistono proprio in un richiamo: è un continuo richiamo a ciò che non è caduco, e che è dentro di noi. Allora la poesia non è solo un fatto letterario: l'arte non si pone nella razionalità, ma nel rapporto dell'uomo con l'esterno. Da questo rapporto nasce il dire.
La prospettiva disincantata dei musicisti è stata introdotta da Carlo Boccadoro (compositore) per il quale nel Novecento esistono normalmente tre fasi compositive: a) il poeta, che scrive un testo con i suoi ritmi, le sue strutture, i suoi accenti, le sue consonanze; b) il compositore, che in genere se ne frega di tutti questi ritmi, scrive una musica che li contraddice e li spezza; c) il litigio tra il poeta ed il compositore e in certi casi la cancellazione dei rapporti personali. La musica ha tutt'altri ritmi, non segue pedissequamente: quando lo fa o si preoccupa solo della comprensibilità del testo "i risultati sono molti simili a quelli dell'Ape Maia". Citando Luciano Berio, Boccadoro concorda sul fatto che la voce non è mai neutra: ogni volta che qualcuno canta si porta dietro di sé, come una calamita, decine e centinaia di significati che vanno al di là di quello che sta cantando. La voce è un magnete che ha dentro di sé infiniti archetipi e significati: ha tutti questi contenuti enormi che non avrebbe senso che si scrollasse di dosso. È difficile riuscire a trovare un ambito meno carico di storia.
Il problema semantico della lingua è approfondito da Luca Francesconi (musicista) per il quale la voce è difficile da usare perché ce la portiamo addosso, "non puoi infilarla nella custodia di un violino quando hai finito il concerto … no, è la stessa voce che usi quando vai dal salumiere a comprare un etto di prosciutto". Il problema è proprio quello della semanticità: la poesia ha sempre a che fare con la parola quotidiana da cui si deve allontanare e ha sempre invidiato (tra mille virgolette) la musica, credendola o immaginandola pura, perché utilizza una materia che si rifà alle energie pure del mondo. La musica ha rotto una determinata continuità con le strutture linguistiche tentando di ricostruirle a partire da dati percettivi più puri, appellandosi, in un certo senso, a un'assenza di codice, come se fosse solo la parole senza la langue, cioè una combinazione di energie pure senza un codice di riferimento. È stata una dissezione del testo in mero fonetismo. In realtà era semplicemente un escamotage, perché "avevano già abbastanza guai in casa loro per mettersi in dialogo reale con la parola: due mondi di semanticità completamente autonomi e ricchissimi che si portano dietro secoli di storia. Un problema enorme!"
Il condiviso riconoscimento di grandi ignoranze reciproche (i poeti conoscono poco di musica e i musicisti conoscono poco di poesia) è stato il punto di partenza per una originale sperimentazione: i soggetti sono stati impegnati nel laboratorio successivo a livelli differenti: ad una diversificazione "verticale" (compositori e scrittori) se ne è sovrapposta una orizzontale (senior, tutor, allievi). Il primo dato dell'esperienza è stato certamente la sorpresa di una utilità e un arricchimento per ciascuno a prescindere dal fatto di essere professionista affermato o "ultimo arrivato". Per i giovani tutor in fase di inizio carriera, la proposta è stata una sfida su una ipotesi di formazione sui generis, non specialistica ma "relazionale", nel quadro di una insolita compromissione con linguaggi espressivi non praticati esemplificati da professionisti (senior) dei singoli settori.
La parte centrale del laboratorio è stata dedicata al lavoro di gruppo (generalmente due o quattro allievi, scrittori e musicisti, seguiti da un tutor per materia) che si sono cimentati con il tema suggerito: una composizione per bambini con organico da camera, voce recitante o cantante. Il metodo di lavoro imponeva la co-creazione di testo e musica, per evitare i classici "incollamenti" di un linguaggio sull'altro. In pratica si costringeva il musicista ad assistere alla nascita del testo e a intervenire sul processo, e viceversa. Successivamente, ogni giorno si procedeva alla presentazione del progetto creativo in fieri a tutta la classe: in pratica, si dichiarava in partenza il progetto generale (la storia raccontata, gli interventi musicali previsti, gli organici, ecc.) e si presentavano, volta per volta, le realizzazioni che via via si effettuavano. Il tutto sotto l'occhio critico dei senior che individuavano possibili "impasse" future contenute nei progetti, scelte azzeccate o meno efficaci dal punto di vista del racconto, dello stile, del linguaggio musicale o poetico scelto.
Il lavoro concreto ha fatto emergere spunti di possibili sviluppi e difficoltà non immaginabili precedentemente. Innanzitutto, i problemi sorti, in genere, sono quelli legati al livello del "senso". Il fatto di dovere fare i conti con un ideale pubblico di bambini ha costretto tutti a rivedere problematiche spesso tralasciate dall'arte contemporanea: il bambino non si adegua facilmente a relazioni semantiche di tipo squisitamente intellettuale. Questo ha costretto a trovare soluzioni al comandamento supremo della creazione artistica (evitare la banalità) senza rifugiarsi nel complesso o nel "non-sense": semplice, dunque, e, contemporaneamente, non banale. Il concetto di "originalità" si è trovato a fare i conti con quello di "funzionalità": la seconda ha posto dei fruttuosi limiti alla prima, come avviene in ogni tentativo serio di dare corpo ad un processo di comunicazione reale.
Alcune riflessioni dei tutor sull'esperienza fatta sono di per sé molto esplicative: Si è notato, anzitutto uno iato "naturale" tra questi mondi: il tipo di formazione più che da collante funzionava da ostacolo culturale. Proprio su questo particolare aspetto i convenuti hanno potuto notare la novità di PerformingArts, che si è tradotta nella capacità di "costringere" un po' tutti a dialogare, ad entrare in relazione per produrre del materiale, per di più di chiara comprensione. Ciascuno ha dunque potuto, senza riserve, abbandonare i propri interessi specifici per pensare "dentro" ad un lavoro d'ensemble.
Dopo il momento iniziale di spaesamento per la novità del metodo è seguito il brain storming delle varie idee, smistate e scremate, fino ad arrivare alla formulazione di una trama, ulteriormente rielaborata in seguito a suggerimenti esterni di professionisti.
Non sempre purtroppo è stato possibile far procedere i due linguaggi di pari passo, ma soprattutto far sì che questo non fosse forzato, sia per la disomogeneità nella formazione e nelle caratteristiche degli iscritti, sia per la novità di questo "doppio canale" a cui nemmeno noi eravamo tanto abituati.
La curiosità e l'attenzione degli allievi più giovani ai meccanismi che andavamo discutendo ha messo in evidenza quanto questo genere di iniziativa sia importante culturalmente e umanamente.
Ogni esercizio è stata una piccola provocazione che ci ha aperto una serie di possibilità e di prospettive fino a quel momento impensate.
Intento del corso di formazione e laboratorio interessantissimo, e con sviluppi già in fase pratica di quanto discusso in aula (vera formazione, quindi, e anche per noi tutor). Incontri di formazione di ottimo livello.
L'impressione finale è quella di un passo minimale, ma nella direzione giusta. Se a tutti i livelli (senior, tutor, allievi) si è registrato un innegabile stato di indeterminatezza se non di confusione nella definizione delle singole strategie creative e soprattutto dei possibili nessi tra loro, il mettere le mani in pasta ha fatto intuire (saltando immediatamente tutti i legacci teoretici) l'utilità di una, seppur iniziale e non del tutto chiara, collaborazione tra linguaggi espressivi: la curiosità, quindi, può essere considerata l'obiettivo principale ottenuto. È evidente che non si tratta di una operazione finalizzata alla nascita di nuove estetiche e che sarebbe fuori luogo prendere a riferimento la realizzabilità di una fantomatica "opera d'arte totale": il problema infatti non è costringere o annullare un linguaggio in un altro, ma imparare a sentire, percepire e "praticare" il fondo comunicativo "universale" che dà vita e forma alle diverse espressioni. Un progetto, dunque, con finalità esclusivamente educative al gusto e alla comunicazione attraverso la significazione artistica, che non si pone in alternativa ad una specializzazione di tipo professionale, ma crede di poter offrire a quest'ultima una tavolozza ricca di suggerimenti e suggestioni creative.