parlando di

arte cultura giornalismo

 

 

parlando di

letteratura spettacolo tradizioni

 

 

 
 

traduci i tuoi testi

scegli la tua stella

     

 

nasce nel firmamento un nuovo portale

parlando.it

sito ufficiale dell'ASA onlus - Associazione Scrittori e Artisti - dedicato alla comunicazione in ogni sua forma. Inviateci racconti, sceneggiature, poesie, testi musicali e quant'altro voi vogliate all'indirizzo:

liuzziloris@fastwebnet.it

Parlando.it? Sarà una "piazza", una sala, un salotto in cui quelle voci ridotte al silenzio per motivi a volte molto meno nobili di quelli politici, semplicemente di mercato, potranno riaffiorare, farsi sentire attraverso interviste o chi sa, in un futuro, attraverso momenti di incontro, mostre, concerti, rappresentazioni... E chi vorrà ascoltare, vedere, udire qualcosa di non così noto potrà farlo...CONTINUA

Entra nel salotto di...parlando

Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

Alessandra Paganardi

Tempo Reale, ed. Joker, Novi Ligure 2008


 

 

 

Una parola non basta, dicevi
Due sono troppe – non le abbiamo dette
O forse quella sola che restava
Non è arrivata in tempo. C’è chi scrive
- forse perché sul foglio le parole
sono spinose e gentili, reperti
di vita, lacci tesi a quell’astuta
volpe, trappole per fermare il male.
La tagliola è spuntata, lo sappiamo
- continuiamo a rifarla di parole.

 

 

 

Recensione di Donatella Taverna

Forse questo scritto di Alessandra Paganardi riassume molto del senso profondo e migliore della poesia del Novecento. Scrittrice giovane, pluripremiata, la Paganardi si inserisce in una certa continuità rispetto alle esperienze ermetiche moderate – forse è banale dire che si è ben letto Montale e Quasimodo e (raramente) ne rispecchia qualche timida eco – ma raggiunge chiaramente una sua privata cifra nello scrivere, rivelando positive qualità, prima fra tutte una percezione del ritmo vicina ad una vera e propria capacità di composizione musicale, come il poeta dovrebbe avere e come tanti che pure pubblicano non hanno.
Inoltre il fascino di questa poesia risiede nella grande forza allusiva, ottenuta, oltre che con la sapienza delle parole, con la ricchezza di suoni che si richiamano – non rìmano, e semmai solo raramente in fin di verso, ma si fanno eco – e creano una rete melodiosa e misteriosa.
La poesia qui riportata, in particolare, riassume come si è detto molti motivi essenziali sul senso e sul ruolo del poeta. Condannato a inseguire una sua compiuta parola, per definizione il poeta – vero – ritiene di non raggiungerla mai, come l’artista non attinge mai la forma perfetta, perché all’intenzion dell’arte, ben sappiamo, la materia è sorda.
La – o le due – parole “non le abbiamo dette” oppure la nostra parola “non è arrivata in tempo”. Ma bisogna pur tentare, esprimere da sé “reperti di vita”, diversamente è morte, e si dà campo al male di dominare ogni cosa. Tracce? Forse. Forse solo autoinganni, ma tacere non si può. “C’è chi scrive”, l’illusione è che ci sopravviva quel che scriviamo, che un segno, una memoria, resti. Anche se talora la speranza non ci soccorre – “La tagliola è spuntata, lo sappiamo” - dobbiamo pur sempre continuare, e rivelare in quest’atto forse non LA VERITA’, ma certamente il nostro esistere, e non esistere invano. Certo i dubbi sono in agguato (“eternità, tempo sbagliato/ -forse anch’io, forse anche tu/ camminiamo, ma non ci siamo più) ma ogni nostro minimo fremito ha il suo senso e soprattutto ilo suo valore. Nella poesia “La gatta”, Alessandra Paganardi rievoca quasi una storia: una gatta randagia si rifugia in un giardino, dove le danno da mangiare, ma le uccidono i piccoli: “uno era tutto bianco, che peccato”. Sfuggita al giardino e alla vita apparentemente facile, ora la gatta salva i suoi piccoli: “i tuoi cinque gattini ci son tutti/ e ce n’è uno proprio tutto bianco”. E’ una storia piccola, ma rievoca uno spiraglio. Lontana dall’amara conclusione montaliana per cui nulla esiste, e dunque la poesia non è che “la troppo muta”, la poetessa apre ogni anche più doloroso scritto alla fiducia nello scrivere: “guardarle/ passare il ponte e perderle di vista, /chiederti dove andassero a finire-/averle costruite solamente / per non saperlo mai” o apre al respiro della notte, in forma quasi surrealistica “prima/ che il mondo rientri calmo nelle case/ con le tendine tirate. E ti chiedi / quale sia quella stanza che non vedi.”, ponendo che il poeta proprio questo narra, quello che “non vedi”, per sé e per tutti, sempre.