
Alessandra
Paganardi
Tempo Reale, ed. Joker, Novi
Ligure 2008

Una
parola non basta, dicevi
Due sono troppe – non le abbiamo dette
O forse quella sola che restava
Non è arrivata in tempo. C’è chi scrive
- forse perché sul foglio le parole
sono spinose e gentili, reperti
di vita, lacci tesi a quell’astuta
volpe, trappole per fermare il male.
La tagliola è spuntata, lo sappiamo
- continuiamo a rifarla di parole.
Recensione di Donatella Taverna
Forse
questo scritto di Alessandra Paganardi riassume molto del
senso profondo e migliore della poesia del Novecento. Scrittrice
giovane, pluripremiata, la Paganardi si inserisce in una certa
continuità rispetto alle esperienze ermetiche moderate
– forse è banale dire che si è ben letto
Montale e Quasimodo e (raramente) ne rispecchia qualche timida
eco – ma raggiunge chiaramente una sua privata cifra
nello scrivere, rivelando positive qualità, prima fra
tutte una percezione del ritmo vicina ad una vera e propria
capacità di composizione musicale, come il poeta dovrebbe
avere e come tanti che pure pubblicano non hanno.
Inoltre il fascino di questa poesia
risiede nella grande forza allusiva, ottenuta, oltre che con
la sapienza delle parole, con la ricchezza di suoni che si
richiamano – non rìmano, e semmai solo raramente
in fin di verso, ma si fanno eco – e creano una rete
melodiosa e misteriosa.
La poesia qui riportata, in particolare, riassume come si
è detto molti motivi essenziali sul senso e sul ruolo
del poeta. Condannato a inseguire una sua compiuta parola,
per definizione il poeta – vero – ritiene di non
raggiungerla mai, come l’artista non attinge mai la
forma perfetta, perché all’intenzion dell’arte,
ben sappiamo, la materia è sorda.
La – o le due – parole “non
le abbiamo dette” oppure la nostra parola “non
è arrivata in tempo”. Ma bisogna pur tentare,
esprimere da sé “reperti di vita”, diversamente
è morte, e si dà campo al male di dominare ogni
cosa. Tracce? Forse. Forse solo autoinganni, ma tacere non
si può. “C’è chi scrive”,
l’illusione è che ci sopravviva quel che scriviamo,
che un segno, una memoria, resti. Anche se talora la speranza
non ci soccorre – “La tagliola è spuntata,
lo sappiamo” - dobbiamo pur sempre continuare, e rivelare
in quest’atto forse non LA VERITA’, ma certamente
il nostro esistere, e non esistere invano. Certo i dubbi sono
in agguato (“eternità, tempo sbagliato/ -forse
anch’io, forse anche tu/ camminiamo, ma non ci siamo
più) ma ogni nostro minimo fremito ha il suo senso
e soprattutto ilo suo valore. Nella
poesia “La gatta”, Alessandra Paganardi rievoca
quasi una storia: una gatta randagia si rifugia in un giardino,
dove le danno da mangiare, ma le uccidono i piccoli: “uno
era tutto bianco, che peccato”. Sfuggita al giardino
e alla vita apparentemente facile, ora la gatta salva i suoi
piccoli: “i tuoi cinque gattini ci son tutti/ e ce n’è
uno proprio tutto bianco”. E’ una storia piccola,
ma rievoca uno spiraglio. Lontana dall’amara
conclusione montaliana per cui nulla esiste, e dunque la poesia
non è che “la troppo muta”, la poetessa
apre ogni anche più doloroso scritto alla fiducia nello
scrivere: “guardarle/ passare il ponte e perderle di
vista, /chiederti dove andassero a finire-/averle costruite
solamente / per non saperlo mai” o apre al respiro della
notte, in forma quasi surrealistica “prima/ che il mondo
rientri calmo nelle case/ con le tendine tirate. E ti chiedi
/ quale sia quella stanza che non vedi.”, ponendo che
il poeta proprio questo narra,
quello che “non vedi”, per sé e
per tutti, sempre.
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