L'ottagono
nel progetto incompiuto del Centro La Salle della collina
torinese.
di
Francesco De Caria su testimonianze e materiali forniti da
fratel Gabriele Pomatto, archivista dell'Ordine.
L’ottagono
non è semplicemente una figura geometrica, fra
le varie studiate a scuola: ha forte pregnanza di significati,
è schema di forme del mondo naturale e di quello architettonico
e artistico. Molti di questi significati sono stati illustrati
da una dispensa che i visitatori possono liberamente consultare
e che in sede di organizzazione, mesi fa, è stata inviata
agli artisti, che così hanno avuto modo di valutare
l'opportunità di aderire all’iniziativa e di
avere a disposizione punti di riferimento comuni che rendono
comparabili le “risposte”, non certo a livello
formale – sono tutte opere di alto profilo sotto questo
aspetto – ma a livello di contenuti e di “risposte”.
Il percorso dell’esposizione, o meglio uno dei percorsi,
vista la pregnanza dei significati dell’opera d’arte,
procede dalla concezione dell’ottagono come schema della
natura, alla trasfigurazione in motivo decorativo, a schema
dell’opera d’arte, architettonica, pittorica,
plastica... Forte è
stato il riferimento alle Scritture e alla teologia, al tema
dell’ottavo giorno, il momento del compimento e della
trasfigurazione della Creazione
cui Nick Edel e Carla
Parsani, che cita anche i versetti biblici,
fanno riferimento in opere di notevole livello: accenniamo
in particolare alla raffinatezza tecnica dell'acquaforte eseguita
dalla Parsani, che in certo senso riproduce l'affiorare delle
immagini analogo all'affiorare degli esseri all'esistenza
. Evidenti i riferimenti alla concezione dell'Universo
tra il fisico e il teologico, tra le culture orientali
e le concezioni medioevali sono nell'opera
di Helen von Allmen. Il
tema religioso dell'ottavo giorno, della rinascita dell'Uomo
nella propria essenza, al di là della dimensione fisica
e “animale” - che troppo sovente la nostra
cultura corrente cui manca la prospettiva di un oltre enfatizza,
di fatto escludendo la dimensione spirituale- è
esplicitamente presente nell'opera esposta di Mario Caffaro
Rore, mancato nel 2001 e grande autore di affreschi
e dipinti destinati a edifici religiosi. La
suggestione di antiche scritture affiorate da uno scavo nel
tempo è evocata nell'opera di Lucia Caprioglio, che
evoca un labirinto ottagonale – il labirinto, riportato
all'ingresso di varie chiese medioevali, è la via che
l'adepto deve percorrere per raggiungere la perfezione
– riportato su un testo che la pasta di carta e i caratteri
rinviano illusoriamente a qualche antica e misteriosa età.
Il motivo – anch'esso compare
in antichi testi religiosi ed anche nell'Antico Testamento
– dell'ottagono è scomposto ed
evocato dall'opera in vetro e acciaio – di cui
in mostra è un particolare viste le grandi dimensioni
– di Monica
Dessì che a questi materiali si è
dedicata, in un laboratorio in Monferrato, sito in un'antica
cascina: un'opera “difficile” e molto bella che
richiede conoscenze tecniche e filosofiche per un pieno apprezzamento.
Non sono mancati certo spunti riferiti ai cicli della Natura
e alle età fondamentali dell’Uomo, come non sono
mancati riferimenti a memorie personali, trasfigurate ed elevate
a immagine assoluta di particolari momenti dell’esistenza
collettiva. Anche opere che al pubblico possono apparire superficialmente
un divertissement dell’artista, in realtà sono
frutto di una sperimentazione avanzata, di una profonda riflessione
sul misterioso e stretto legame fra vita quotidiana e individuale
e respiro vitale dell’Universo: certo occorre una preparazione
culturale tale da intus legere, da leggere in profondità
quanto l’immagine offre all’occhio. Può
far sorridere, anche se di un riso amaro, l’opera di
Franco
Pieri, artista dalle raffinate
tecniche pittoriche apprese da Maestri quali Angelo
Morbelli, che pare risolversi nel proverbio che conclude
miseria tutti i dì, posta accanto ad uno scarpone sfasciato
da “barbone” d’altri tempi – la lingera
– ma che in realtà fa riferimento alla cultura
popolare, alla riflessione esistenzialistica che certo trascende
l’occasione immediata. Può incuriosire
il “disco” messo a punto da una pittrice quale
è Elisabetta Viarengo Miniotti,
che nell’ottagono ha visto il succedersi delle stagioni
e degli elementi: la sua opera è in uno studio
profondo sul rapporto fra tempo lineare e tempo circolare
dell’eterno ritorno, della vicenda di nascite –
morti – rinascite e così via, che la
conferenza di Emanuela Chiavarelli
dell’Università di Roma ha affrontato dal punto
di vista antropologico, mettendo in rilievo le forti
affinità che legano culture geograficamente lontanissime,
quasi a sottolineare che alla base di tutti
i fenomeni c’è pur sempre l’Uomo,
con la sua vicenda esistenziale, le sue paure, i suoi momenti
di serenità, l’ideale di una felicità
cui tutti aspirano. Ad antiche
religioni di origine orientale, alludono le opere di Eugenio
Gabanino, di Walter Falciatore,
di Helene von Allmen,
opera che, evocando un mandala ma anche la concezione medioevale
fisico-teologico-spirituale dell'Universo, può fare
da trait d'union fra le culture orientale ed europea, aristotelico
tomistica. Pianeti ruotano in un cielo che sovrasta l' allucinato
paesaggio all'esterno della sala del convento dove otto monaci
senza volto, quindi “annullati” nel ruolo che
il color del saio indica, disquisiscono probabilmente “de
amore” – la forza che move il mondo e l'altre
stelle, gli otto pianeti, e le costellazioni che una lacera
carta appesa al muro riporta – contemplando la figura
femminile alata che dorme adagiata sul tavolo ottagonale al
centro, pieno di volumi e carte, nell'opera ironica di Vito
Oliva.
La maternità è stata interpretata
come compimento, come rinnovarsi nel tempo, come il succedersi
delle stagioni: c'è riferimento all'avvicendarsi dei
solstizi, degli equinozi, delle lunazioni, dei punti intermedi
esplicitamente indicati dai già citati Pieri e Viarengo
nell'opera di Bruna Weremeenko, che evoca l' eterna vicenda
di nascita, rigoglio, morte che accomuna l'essere umano alle
vicende astrali al mondo vivente vegetale e animale.
La struttura ottagonale di certe corolle, elaborate
in motivo decorativo è presente nell' opera di Anna
Maria Palumbo, suggestivamente e sapientemente
con riferimento allo stencil e a motivi degli anni Cinquanta
e Sessanta. L'otto è presente nelle “fasce”
che costituiscono il paesaggio fluviale ritratto da Jean-Louis
Mattana, nel quale l'andamento orizzontale dell'acqua,
delle sponde, delle verdi colline di sfondo trova compimento
nel disco solare, in un contrappunto fra concezione lineare
del tempo e concezione ciclica ed eterna.
Alle strutture ottagonali nell'ingegneria
e nell'architettura fanno riferimento le opere di Ingrid Barth,
di Luciana Caravella –
che accosta, in un'opera a tecnica mista, la struttura ottagonale
di un polpo alle architetture di monumenti famosi - di Marazia,
di Luisa Porporato, di Franco
Sassi, di Almerico Tommaselli
nelle cui opere compaiono come riferimento Castel
del Monte, la Burcina, le
volte iuvarriane nell'architettura religiosa torinese,
i blocchi posti sull'argine di Tanaro,
il portale del duomo di Salerno.
Raffinatissima l'opera di Xavier
de Maistre, che rappresenta una testa di Medusa raffigurata
al centro dei moduli in ghisa della cancellata che delimita
la piazza antistante Palazzo Reale, modulo di cui è
evidenziata la struttura iscrivibile in una coppia di quadrati
ruotati di 90° l'uno rispetto all'altro. Due
aquile imperiali affrontate in un motivo a tralcio di vite
stilizzato, il tutto inquadrato in motivi rotati nei quali
l'ottagono più volte è evocato, compaiono nell'opera
di Susanna Fisanotti,
fra le cui specializzazioni è la progettazione di decorazioni
e il restauro di antichi tessuti.
Il ricordo di un'immagine estiva
balena nel grande dipinto di Michelangelo Cambursano
che rappresenta una scena da tarda estate, in uno stabilimento
balneare, le sdraio vuote, gli ombrelloni chiusi, la
lunga ombra in primo piano, due soli personaggi, mentre il
doppio quadrato che costituisce l'ornamentazione del pavimento
d'ingresso allude al volgere dei mesi e delle stagioni, al
fluire del tempo insomma. Commovente
l'espressione della bambina che nella palla che regge sul
ventre pare presentire il proprio destino di donna e di madre,
nella terracotta ingobbiata di Clizia,
Mario Giani, grande maestro di quest'arte,
ma riconosciuto anche nella silografia, nello studio e nella
ripresa di antiche tecniche di decorazione a stampo, mancato
nel duemila.
Alla dimensione che evoca la favola
si sono ispirati – con esiti di grande originalità
e varietà - Guido Appendino,
Sandro Cherchi indirettamente Franco
Martinengo, la cui giostrina Peter a otto lati evoca
la dimensione infantile e i racconti di cavalieri e navigli
fantastici. Le visioni di un'infanzia e di un'adolescenza
tormentati da un malessere interiore più che da motivi
oggettivi, secondo motivi diffusi nella letteratura decadente
caratterizzano l'opera di Guido
Bertello, un'irto inchiostro a penna che rappresenta
la bancarella in cui si tiravano a sorte gli oggetti appesi
alle spalle dell'omino del banco: ottagonale
è il prisma che costituisce il bussolotto. Ironica
– come in una favola per adulti – è l'opera
di Donatella Merlo che parafrasa una
frase pronunciata da Marlylin Monroe
in un film: L'ottagono che preferisco è
lo smeraldo. C'è ironia, dunque,
in questo dipinto, come c'è ironia negli otto rossi
prelati rappresentati da Aldo
Pazzagli. Ottagoni e la solita “cifra”
della balena è nell'antica copertina di una carta Italia-Tripolitania
di Mario Gomboli, che
riproduce fra l'altro un immaginario progetto di plinto ottagonale,
probabilmente la base di un pilastro di un oleodotto o di
un immaginario ponte. E ancora tante sono o rinvii all'otto
e all'ottagono nelle opere esposte, di Isidoro
Cottino (una grande stella, che evoca la rosa dei venti
o la bussola... ottenuta in pasta di carta dipinta in rosso),
di Mario Gramaglia - che ha rappresentato
L'ottogonatura del volto umano, nei raffinati modi che evocano
il Déco - di Renzo Igne,
che ha “affettato “ in otto strati una splendida
mela in terracotta dagli smalti preziosi, di Lia Laterza che
ha rappresentato una giovane donna su una sedia di vimine
che appena si riconosce. In Sandro Lobalzo
la struttura ottagonale racchiude protomi e vegetali che hanno
in qualche modo una struttura ottagonale, racchiusi in un
solido che risulta dalla compenetrazione di due cubi. Pino
Mantovani, artista, insegnante all'Accademia, critico
apprezzato, rinvia alla sperimentazione dagli anni Cinquanta
in poi, proponendo una nera tela montata su un telaio ottagonale,
di cui si segnano con lo spago tutte le diagonali; al centro
alcuni foglietti rossi impigliati fra gli spaghi: frammenti
di vita rossi come il sangue che in quei momenti ha pulsato
nelle vene, ma destinati ad esser inghiottiti dal nero di
fondo, ad esser svuotati della loro vitalità; al paesaggio
lacustre o fluviale fa rifermento Jean-Louis
Mattana, che propone l'immagine di un astro, un grande
disco giallo che sovrasta e illumina, in una notte spettacolare,
uno stagno e le terre ch o circondano. Ai tondi già
romani e dell'Umanesimo si deve un grande capitolo della ritrattistica,
che giunge come modello ai tondi eseguiti ancora nel Novecento
per molti monumenti, si ispira il ritratto riprodotto a pittura
da Tomalino Serra: si tratta
di un doppio ritratto di giovane donna, ritratto dallo schema
ottagonale, che ha l'effetto di un bassorilievo in un tondo
come in uso nel classicismo antico, poi rinascimentale, che
fece da modello alla lezione accademica in uso sino ad oggi.
Nella natura silente dello Zenari,
allievo del Mazzonis, sono rappresentati
in primo piano otto oggetti impiegati dal pittore, in una
rarefatta atmosfera, che evoca le nature silenti di Ottavio
Mazzonis, di cui l'artista è stato allievo.
Un omaggio particolare a Ottavio
Mazzonis – che nella firma inseriva un 8 almeno
nelle opere giovanili – scomparso qualche mese fa, presenta
come pezzo principale una Melancolia, soggetto più
volte affrontato dal Maestro, che la rappresentava come giovane
donna dal castissimo nudo, in riferimento probabile all'opera
al nero, la fase del dissolvimento della materia nel procedimento
alchemico, nella prospettiva di una ricomposizione ad uno
stadio più elevato, sino a giungere all'oro lucente
e incorruttibile, evidente riferimento alla dimensione dell'Eterno.
Molti visitatori hanno potuto apprezzare la luminosità
del dipinto nel quale il corpo della fanciulla e gli oggetti
costituiscono come un addensarsi della luminosità diffusa
rosato-perlacea che pervade il dipinto, di grandi dimensioni,
come si addice a chi è abituato ad avere come supporto
da dipingere la grande superficie di una parete di chiesa
da affrescare, la grande tela di un dipinto destinato ad ambienti
dalle dimensioni eccezionali. Ricordiamo che, quando è
mancato, stava lavorando alla decorazione interna della cattedrale
di Noto.
Come si può constatare, il
tema dell'ottagono ha suscitato una grande varietà
di interpretazioni nella mostra che racchiude anche una sorpresa
per molti: dagli archivi dell'Ordine dei Fratelli
delle Scuole Cristiane e dalle pareti del Centro
Lassalle sulla prima collina torinese, visibile alle
spalle della Gran Madre è emersa la
documentazione che riguarda la grande costruzione ottagonale
non finita che alcuni chiamano “il fortino”.
Si tratta del basamento di un tempio che si intendeva innalzare
a San Giuseppe, progettato dall'architetto G.Bertinaria, proprio
nell'anno in cui il Santo è dichiarato da Pio IX patrono
della chiesa universale, il 1870. I costi
della realizzazione, il cedimento del terreno indussero poi
ad abbandonare quella costruzione, che secondo l'ambizioso
progetto avrebbe dovuto reggere una cupola più elevata
della Mole Antonelliana. Il “relitto” degradò,
anche in riferimento alle frequentazioni che l'abbandono e
la posizione appartata favorirono, sino a che negli anni Settanta
i Fratelli delle Scuole Cristiane lo acquisirono e lo inserirono
nella grande area in cui sorge una residenza dei Fratelli,
anche con funzione di foresteria.
A
chi guarda verso la collina di Torino da Piazza Vittorio o
dalla Gran Madre, appare fra le ville e il verde un austero
edificio particolare per la forma, per la mole, per l'incompiutezza
che lo rende enigmatico. Si è favoleggiato alquanto
su tale costruzione che ha un particolare fascino: in certi
percorsi guidati si parla di parte di una fortificazione,
probabilmente in riferimento a un sistema difensivo che faceva
perno sulla “bastita del Monte” di epoca fredericiana,
costruita per vegliare sul ponte sottostante sul Po, e posta
sul sito della chiesa dei Cappuccini. Si sente parlare anche
di luogo “magico” - giusta la fama di Torino come
città magica - forse in riferimento alla sua posizione
rivolta al levar del sole o proprio per la pianta ottagonale,
come Castel del Monte o come la chiesa di Santa Maria del
Monte, anch'essa oggetto di studi e in qualche caso di fantasticherie
su dimensioni altre.
Si tratta nella realtà del grandioso “relitto”
di una costruzione mai compiuta, che avrebbe dovuto realizzare
il sogno di un sacerdote, attivissimo nel campo dell'educazione
e dell'istruzione, in un periodo in cui il materialismo liberale
era dilagante e particolari situazioni politiche, economiche,
sociali rischiavano di minare certezze e assetti quanto meno
secolari.
Il 1870, quando il progetto venne messo
punto all'architetto Bertinaria, è
periodo delicato per i rapporti fra Chiesa e Stato: al momento
della breccia di Porta Pia, il sindaco di Torino, marchese
Cesare Valperga di Masino, appartenente
ad una delle più antiche famiglie aristocratiche piemontesi,
dà le dimissioni, mentre il conte Rignon,
prosindaco, fa illuminare gli edifici pubblici, fa percorrere
le vie dalla banda della Guardia Nazionale e quindici giorni
dopo – il 6 ottobre - organizza all'albergo Europa un
banchetto riservato alle autorità cittadine. Solo una
cinquantina d'anni dopo il Concordato avrebbe posto termine
ufficialmente alla questione.
E' altresì periodo di “trionfo “della scienza
e della tecnologia: un sontuoso convito avrebbe salutato l'inaugurazione
della linea ferroviaria internazionale Torino-Modane-Parigi,
altro passo volto a inserire l'Italia da poco costituita in
Regno unitario nel contesto europeo; proprio a Natale del
1870 cade l'ultimo diaframma del traforo del
Fréjus e il 27 agosto 1871 – un mese e
mezzo dopo la scomparsa di Germano Sommeiller,
il progettista - si celebra l'inaugurazione dell'opera. Sono
anni di continua estensione della rete di omnibus a cavalli,
chiaro segno del rapido ampliarsi della città.
Non mancano i problemi di ordine politico e sociale: i cantieri
della ferrovia in costruzione
sono occupati da duemila operai in sciopero, il che tuttavia
non ritarda l'inaugurazione. Ora un giorno intero di viaggio,
circa ventiquattr'ore, basta per raggiungere Parigi, dove
peraltro proprio nel 1870 è in atto l'esperimento politico
della Commune.
Anche dal punto di vista dell'edilizia
religiosa è un periodo intenso: nel
1865 viene posta la prima pietra
di Maria Ausiliatrice, nello stesso anno è consacrata
la chiesa dei SS.Pietro e Paolo, si inaugura la chiesa di
Santa Giulia (1866), si pone la prima pietra di Santa Barbara
nella sede attuale, dopo che il primo edificio nel recinto
della Cittadella era stato abbattuto nel 1863 assieme alle
fortificazioni. Nel
1868 si consacrano le chiese
di Maria Ausiliatrice, dell'Immacolata Concezione in borgo
san Donato. Si afferma un decennio dopo lo
stile neogotico – con probabili riferimenti ideologici
nel dibattito anche aspro coll'ideologia liberale laica –
che caratterizza molte chiese di zone
allora periferiche della città, San
Secondo (1874-1882), Nostra Signora
delle Grazie (1887-1889), il SS.Redentore
in piazza Hermada, San Gaetano (1889)...
Anche la costruzione di queste nuove chiese è documento
dell'estendersi del territorio urbano: causa ed effetto è
il moltiplicarsi vertiginoso delle imprese artigianali e industriali,
che richiama dalle campagne folle di contadini in cerca di
miglior fortuna, dopo le malannate che periodicamente colpiscono
l'economia agricola. Il fenomeno è causa di dissesti
del tessuto sociale, collegandosi al forzato mutamento di
civiltà dalla realtà contadina - povera, ma
solidale e retta dai ritmi della campagna sottolineati dai
“tempi” liturgici della giornata e dell'anno -
alla realtà urbana artificiale e tale da esser avvertita
dall'individuo come altro da sé, senza nulla di naturale
e di religioso, come il lavoro di fabbrica in cui l'operaio
non vede e tanto meno gestisce i processi di produzione di
oggetti di cui rartamente potrà fruire. Anche in questo
punto di svolta della civiltà, i cui contraccolpi possono
essere pericolosi, disgreganti nel processo di alienazione
che comportano, va cercata la motivazione di tanti religiosi
a dar vita a varie iniziative educative e di aggregazione.
Il fiorire eccezionale dei “santi
sociali” nella Torino del secondo Ottocento,
consacrati e laici – si pensi al Cottolengo,
al Cafasso, al Faà
di Bruno, al Murialdo, all'Albert,
all'Allamano, a don Bosco
- presuppone la volontà di operare in questo ambiente
per evitare o almeno limitare i danni sulla società
e sull'individuo del traumatico passaggio di situazione.
Non è certo casuale la dedicazione del tempio a San
Giuseppe in quel periodo: ne abbiamo accennato alcuni motivi,
ma l'enciclica Quamquam pluries di Leone XIII definisce con
grande efficacia, con la forza del documento contemporaneo,
gli inquietanti aspetti dell'epoca, che paiono del resto non
tanto lontani dalla situazione odierna. Vi si legge:(...)
Il tempo presente non è meno calamitoso di quelli più
tristi già subiti dalla cristianità. Vediamo
perire in moltissimi la fede (...) raffreddarsi la carità,
la gioventù degradarsi nei costumi e nelle idee (...).
Fra i motivi di destabilizzazione vi è anche il disgregarsi
della famiglia, in cui ognuno era impegnato in una propria
attività, che riduceva il dialogo con gli altri membri
della comunità famigliare, col rischio che i ruoli
perdessero di valore: Giuseppe fu legittimo e naturale custode,
capo e difensore della divina famiglia (...). Si impegnò
a tutelare con sommo amore e quotidiana vigilanza la consorte
e la divina prole; procacciò il necessario alla vita
(...). In Giuseppe i padri di famiglia hanno modello di paterna
vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esempio di
amore, di concordia e di fede coniugale (...). C'erano venti
di disgregazione della famiglia, di lacerazione sociale di
sovvertimento, di tramonto di antichi valori, per cui I proletari,
gli operai (...) debbono per un titolo o per diritto lor proprio,
ricorrere a San Giuseppe e da lui apprendere ciò che
devono imitare (...) Giuseppe passa la sua vita nel lavoro
e con l'opera e l'arte sua procura il necessario al sostentamento
dei suoi(...) Contento del poco e del suo, sopportò
(...) le strettezze (...) dando esempio al suo figliuolo.
(...) Spirano venti di rivolta sociale generata da un grande
dislivello fra la condizione dell'operaio e quella dell'imprenditore,
come sottolineavano ed enfatizzavano alcune teorie politiche,
per cui nell'enciclica si legge: A coloro ai quali la giustizia
consente di affrancarsi dall'indigenza e di levarsi a miglior
condizione, la ragione e la giustizia non permettono di sconvolgere
l'ordine stabilito dalla Provvidenza. Il trascendere alla
violenza e compiere (...) tumulti è folle sistema che
aggrava i mali (...) I proletari non confidino nelle promesse
dei sediziosi, ma negli esempi del beato Giuseppe e nella
materna carità della Chiesa la quale si prende cura
del loro stato (...). Probabilmente tutto questo voleva significare
quel tempio altissimo e grandioso, assieme monito ed esempio,
al di là di Po.
Monsignor Ortalda e il tempio
di San Giuseppe.
Educatore per antonomasia San Giuseppe è
dunque il Santo educatore per eccellenza, in quante
gli sono affidate la formazione, prima del suo ingresso pubblico,
e la tutela del Divin Fanciullo: l'episodio più noto
risale a quando – avvertito da un Messo divino –
lo salva dalla strage ordinata da Erode, fuggendo con la famiglia
in terra egizia, come la tradizione agiografica vuole. La
venerazione nei confronti di San Giuseppe è antica:
è documentata da Ruperto di Deutz e da Bernardo di
Chiaravalle nel XII secolo, al 1536 risale una pratica devozionale
rivolta al Santo e al 1597 si data un triduo a lui dedicato.
Ma è proprio l'Ottocento avanzato a rivolgere una particolare
attenzione a questa straordinaria figura: nel 1847 ha inizio
la diffusione dello scapolare di San Giuseppe; nel 1850 è
pubblicata una coroncina in onore del Santo.
Nel 1870 Pio IX dichiara il
Santo patrono della Chiesa universale; poi nel 1889 Leone
XIII gli dedica un'intera enciclica e nel 1921 Benedetto XV
istituisce la festività della Sacra Famiglia.
Nell'anno dell'elevazione di San Giuseppe a
patrono della Chiesa Universale, il 1870, l'architetto G.
Bertinaria progetta un tempio a lui dedicato, secondo le indicazioni
di Monsignor Giuseppe Ortalda, prete canonico che aveva
concepito il disegno di creare in collina con risorse economiche
proprie un grandioso santuario che in qualche modo “dialogasse”
con Santa Maria del Monte e con la Gran Madre di Dio. Sulla
cima del colle Monveglio, dove sorgeva un antico fortino –
ecco la preesistenza che ha generato il toponimo con cui compare
nei documenti d'archivio – di cui restano poche tracce
si avviò nel 1875 la costruzione del grandioso tempio.
Ma nel 1880 l'Ortalda viene a mancare prematuramente
a sessantasei anni; l'edificio incompiuto venne in pratica
abbandonato, anche profanato rispetto al fine per il quale
si era intrapresa la costruzione: era diventato infatti un
luogo mal frequentato, un luogo di appuntamenti dagli scopi
non propriamente morali. Le cose
si risollevarono, quando la zona fu “rilanciata”
come luogo di passeggiate e di visite: ad esempio ne parla
Elisa Gribaudi Rossi nel suo Vigne e
Ville della collina torinese, in quanto il terreno collegato
alla costruzione confina con la villa Nicolis - che poi sarebbe
diventata proprietà dei Lasalliani -, con la secentesca
Villa della Regina e con l'Istituto per le Figlie dei Militari.
Ma il riscatto del sito
avvenne quando alla fine degli anni Sessanta i Lasalliani,
che possedevano terreni e costruzioni confinanti, col consenso
della Curia torinese assunsero la proprietà
dell'edificio col vincolo di non demolire ciò
che era stato costruito e di non apportare modifiche sostanziali.
Il complesso sarebbe diventato luogo di convegni, di occasioni
spirituali e culturali.
La zona è ricca di proprietà appartenenti a
istituti religiosi, molte acquisite grazie a cospicui lasciti
di famiglie nobiliari. Ad esempio in
via Ludovica c'era un orfanotrofio gestito da un prete a suo
tempo famoso per le opere benefiche, don
Ottavio Pavia. Secondo le testimonianze, era impulsivo
e mosso dalla carità verso i bisognosi, in particolare
giovani in qualche modo colpiti nel fisico o da difficoltà
famigliari, quando pure la famiglia c'era: trainato
dall'entusiasmo, si lasciava convincere a dar vita a iniziative
di assistenza, che non sempre poi riusciva a gestire o a portare
a termine. Don Ottavio
dunque realizzò in via Ludovica un orfanotrofio, per
cui si fecero grandi progetti, poi l'edificio fu affittato
ad una fabbrica di caffè. In
seguito, l'Istituto affittò locali anche in via delle
Rosine. Don Ottavio
nella sua propensione all’accoglienza e alla formazione
dei giovani era particolarmente devoto al La Salle, cui era
dedicata una chiesa in via Ludovica all'angolo con via Moncalvo.
Probabilmente verso il 1870 il canonico Ortalda aveva fatto
costruire nel borgo Po, ai piedi della collina, un fabbricato
che occupava il sito ov'è ora la casa che nel viale
della Regina ha il n.12, angolo via Biamonti . Il fabbricato
sarebbe poi stato dismesso ed anche la cappella di S.Giuseppe
sarebbe stata affittata come locale ad uso comune. Clara
Pagliotti benefattrice delle
scuole apostoliche dell'Ortalda, prese in affitto i locali,
che poi tramite il rettore della SS.Trinità, vennero
assegnati a don Pavia, la cui iniziativa di formazione dei
giovani riconosciuta da tutti come altamente meritoria, conosceva
una travagliata vicenda di trasferimenti e di acquisizione
di locali. Si mantenne la denominazione di Scuole apostoliche
dato dal Canonico Ortalda, ma, anziché alle missioni,
si sarebbe provveduto in quei locali a formare buoni religiosi
e santi sacerdoti. Era il 1881.
Don Ottavio dunque si
trovava in perfetta consonanza con lo spirito dell’accoglienza
e della formazione dei giovani proprio di tanti santi
piemontesi, al fine di risvegliare in loro una coscienza della
propria dignità umana e fornir loro gli strumenti per
salvaguardarla e per aiutare il prossimo a “guardare
in alto” nello svolgere la propria missione di consacrati:
Lo ringrazio di quanto ha già fatto
per noi, perché dei giovani che ci ha
mandato uno ha già professato, due professeranno in
novembre e gli altri ...si
portano bene e danno molta speranza, scrive
nel 1890 da Canale padre Filiberto da Bra, minore riformato;
e il Rettor maggiore degli Oblati: Poiché piacque al
Signore di far sorgere in Torino un collegio sotto il titolo
di “Scuole Apostoliche”
diretto da(...) don Ottavio Pavia il
cui scopo è di preparare i Giovinetti che aspirano
allo stato religioso o clericale ben volentieri la nostra
Congregazione volle concorrere con un'offerta allo stabilimento
di questo pio Istituto, riconosciuto di urgente necessità
dopo la legge di soppressione delle comunità religiose.
La formazione dei giovani – anche se più in generale
rivolta ai giovani studenti e non solo ai consacrandi –
è il principio fondante dell'ordine dei Fratelli delle
Scuole Cristiane, subentrati nella proprietà della
chiesa incompiuta sulla collina torinese. Era stato Carlo
Felice a invitare in Piemonte l'Ordine dei Fratelli e a favorire
il costituirsi di comunità di suore di San Giuseppe.
In seguito Carlo Alberto - sovrano sensibile
e devoto come si sa, di una religiosità profonda e
talora tormentata - emanò nel 1832 una circolare in
forza della quale si impegnavano i Comuni a fondare scuole
popolari che sarebbero state affidate ai Fratelli delle Scuole
Cristiane e alle suore di San Giuseppe, rispettivamente per
i giovani e le giovani. Per ogni scuola era prevista la presenza
di un Fratello, dedito all'insegnamento, e di un Direttore
per la gestione.
Tuttavia nella costruzione
ottagonale sulla collina non trovano sede scuole; perfettamente
esaltato nella sua affascinante incompiutezza, l'edificio
ospita ora una residenza dei Fratelli delle Scuole Cristiane,
un convalescenziario, locali adatti a convegni, a mostre,
dotati di aggiornati mezzi per l'accoglienza, la proiezione
di immagini, la conservazione di documenti storici.
Il carisma della formazione, proprio dell'Ordine, si estende
qui agli studiosi, che possono comunicare nei convegni e nelle
giornate di incontro che vi si organizzano i risultati delle
proprie ricerche, ad un pubblico che intende aggiornarsi,
e non è cosa da poco, nella penuria di locali adatti
a convegni e ad incontri che a Torino – ma non solo
– oggi si riscontra. Così è per la possibilità
di accoglienza. Il sogno di don Pavia e di Monsignor Ortalda
ha forse mutato forma, tenuto conto dei profondi mutamenti
intervenuti nella società e nella cultura, ma nella
sostanza si sta
realizzando, attento ad altre forme di “povertà”,
di debolezza, meno appariscenti e camuffate sotto un abito
di normalità, tuttavia non meno preoccupanti, poiché
rischiano di minare nel profondo una intera cultura ed un
impianto sociale sedimentatisi nei tempi lunghi della storia.
La
mostra è in atto sino al 12 ottobre, aperta al mattino
e al pomeriggio dal lunedì al venerdì in via
S.Francesco da Paola 23, Torino. Per informazioni, 011/8123250.
ALCUNE
OPERE
Nella
mostra appena inaugurata all’Istituto” San Giuseppe”
di Torino, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, quarantadue
artisti di particolare rilievo interpretano i molteplici significati
di questa figura, facendo riferimento alla dimensione del
passato personale - che comunque assurge a rappresentazione
di un passato generazionale - alla dimensione antropologica
e della storia delle religioni, quindi culturale di ampio
respiro, in cui l’ottagono assume valore archetipico,
alla sperimentazione artistica. Pronta ed entusiastica la
risposta degli artisti, la maggior parte dei quali ha eseguito
appositamente l’opera esposta e non fornito lavori già
eseguiti e adattabili all’argomento. Prezioso –
poi - l’apporto del Sistema Bibliotecario della Città
di Torino, che ha messo a punto una dispensa coi titoli delle
pubblicazioni, conservate presso il sistema delle biblioteche
civiche, che approfondiscono i vari aspetti del “tema”
proposto agli artisti. Anche un tratto dell’aspetto
“misterioso” di Torino viene messo in luce, con
materiali originali di fine Ottocento, conservati presso i
Fratelli delle Scuole Cristiane. La conferenza introduttiva-
affollatissima - di Emanuela Chiavarelli, dell’Università
di Roma, ha approfondito alcuni dei moltissimi significati
antropologici della figura.
L’ottagono
assume valore archetipico.
Le opere riprodotte
nel corso dell’articolo sono nell’ordine di :
Xavier de Maistre, Ottavio Mazzonis di Pralafera, Sandro Cerchi,
Renzo Igne, Guido Bertello, Franco Martinengo, Jean L.Mattana,
Almerico Tommaselli, Anna Maria Palumbo, Carla Parsani Motti,
Mario Gramaglia, Mario Pazzagli.
|