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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

L'ottagono nel progetto incompiuto del Centro La Salle della collina torinese.
di Francesco De Caria su testimonianze e materiali forniti da fratel Gabriele Pomatto, archivista dell'Ordine.

 

 

 

 

L’ottagono non è semplicemente una figura geometrica, fra le varie studiate a scuola: ha forte pregnanza di significati, è schema di forme del mondo naturale e di quello architettonico e artistico. Molti di questi significati sono stati illustrati da una dispensa che i visitatori possono liberamente consultare e che in sede di organizzazione, mesi fa, è stata inviata agli artisti, che così hanno avuto modo di valutare l'opportunità di aderire all’iniziativa e di avere a disposizione punti di riferimento comuni che rendono comparabili le “risposte”, non certo a livello formale – sono tutte opere di alto profilo sotto questo aspetto – ma a livello di contenuti e di “risposte”.
Il percorso dell’esposizione, o meglio uno dei percorsi, vista la pregnanza dei significati dell’opera d’arte, procede dalla concezione dell’ottagono come schema della natura, alla trasfigurazione in motivo decorativo, a schema dell’opera d’arte, architettonica, pittorica, plastica... Forte è stato il riferimento alle Scritture e alla teologia, al tema dell’ottavo giorno, il momento del compimento e della trasfigurazione della Creazione cui Nick Edel e Carla Parsani, che cita anche i versetti biblici, fanno riferimento in opere di notevole livello: accenniamo in particolare alla raffinatezza tecnica dell'acquaforte eseguita dalla Parsani, che in certo senso riproduce l'affiorare delle immagini analogo all'affiorare degli esseri all'esistenza . Evidenti i riferimenti alla concezione dell'Universo tra il fisico e il teologico, tra le culture orientali e le concezioni medioevali sono nell'opera di Helen von Allmen. Il tema religioso dell'ottavo giorno, della rinascita dell'Uomo nella propria essenza, al di là della dimensione fisica e “animale” - che troppo sovente la nostra cultura corrente cui manca la prospettiva di un oltre enfatizza, di fatto escludendo la dimensione spirituale- è esplicitamente presente nell'opera esposta di Mario Caffaro Rore, mancato nel 2001 e grande autore di affreschi e dipinti destinati a edifici religiosi. La suggestione di antiche scritture affiorate da uno scavo nel tempo è evocata nell'opera di Lucia Caprioglio, che evoca un labirinto ottagonale – il labirinto, riportato all'ingresso di varie chiese medioevali, è la via che l'adepto deve percorrere per raggiungere la perfezione – riportato su un testo che la pasta di carta e i caratteri rinviano illusoriamente a qualche antica e misteriosa età. Il motivo – anch'esso compare in antichi testi religiosi ed anche nell'Antico Testamento – dell'ottagono è scomposto ed evocato dall'opera in vetro e acciaio – di cui in mostra è un particolare viste le grandi dimensioni – di Monica Dessì che a questi materiali si è dedicata, in un laboratorio in Monferrato, sito in un'antica cascina: un'opera “difficile” e molto bella che richiede conoscenze tecniche e filosofiche per un pieno apprezzamento.
Non sono mancati certo spunti riferiti ai cicli della Natura e alle età fondamentali dell’Uomo, come non sono mancati riferimenti a memorie personali, trasfigurate ed elevate a immagine assoluta di particolari momenti dell’esistenza collettiva. Anche opere che al pubblico possono apparire superficialmente un divertissement dell’artista, in realtà sono frutto di una sperimentazione avanzata, di una profonda riflessione sul misterioso e stretto legame fra vita quotidiana e individuale e respiro vitale dell’Universo: certo occorre una preparazione culturale tale da intus legere, da leggere in profondità quanto l’immagine offre all’occhio. Può far sorridere, anche se di un riso amaro, l’opera di Franco Pieri, artista dalle raffinate tecniche pittoriche apprese da Maestri quali Angelo Morbelli, che pare risolversi nel proverbio che conclude miseria tutti i dì, posta accanto ad uno scarpone sfasciato da “barbone” d’altri tempi – la lingera – ma che in realtà fa riferimento alla cultura popolare, alla riflessione esistenzialistica che certo trascende l’occasione immediata. Può incuriosire il “disco” messo a punto da una pittrice quale è Elisabetta Viarengo Miniotti, che nell’ottagono ha visto il succedersi delle stagioni e degli elementi: la sua opera è in uno studio profondo sul rapporto fra tempo lineare e tempo circolare dell’eterno ritorno, della vicenda di nascite – morti – rinascite e così via, che la conferenza di Emanuela Chiavarelli dell’Università di Roma ha affrontato dal punto di vista antropologico, mettendo in rilievo le forti affinità che legano culture geograficamente lontanissime, quasi a sottolineare che alla base di tutti i fenomeni c’è pur sempre l’Uomo, con la sua vicenda esistenziale, le sue paure, i suoi momenti di serenità, l’ideale di una felicità cui tutti aspirano.
Ad antiche religioni di origine orientale, alludono le opere di Eugenio Gabanino, di Walter Falciatore, di Helene von Allmen, opera che, evocando un mandala ma anche la concezione medioevale fisico-teologico-spirituale dell'Universo, può fare da trait d'union fra le culture orientale ed europea, aristotelico tomistica. Pianeti ruotano in un cielo che sovrasta l' allucinato paesaggio all'esterno della sala del convento dove otto monaci senza volto, quindi “annullati” nel ruolo che il color del saio indica, disquisiscono probabilmente “de amore” – la forza che move il mondo e l'altre stelle, gli otto pianeti, e le costellazioni che una lacera carta appesa al muro riporta – contemplando la figura femminile alata che dorme adagiata sul tavolo ottagonale al centro, pieno di volumi e carte, nell'opera ironica di Vito Oliva.
La maternità è stata interpretata come compimento, come rinnovarsi nel tempo, come il succedersi delle stagioni: c'è riferimento all'avvicendarsi dei solstizi, degli equinozi, delle lunazioni, dei punti intermedi esplicitamente indicati dai già citati Pieri e Viarengo nell'opera di Bruna Weremeenko, che evoca l' eterna vicenda di nascita, rigoglio, morte che accomuna l'essere umano alle vicende astrali al mondo vivente vegetale e animale. La struttura ottagonale di certe corolle, elaborate in motivo decorativo è presente nell' opera di Anna Maria Palumbo, suggestivamente e sapientemente con riferimento allo stencil e a motivi degli anni Cinquanta e Sessanta. L'otto è presente nelle “fasce” che costituiscono il paesaggio fluviale ritratto da Jean-Louis Mattana, nel quale l'andamento orizzontale dell'acqua, delle sponde, delle verdi colline di sfondo trova compimento nel disco solare, in un contrappunto fra concezione lineare del tempo e concezione ciclica ed eterna.

Alle strutture ottagonali nell'ingegneria e nell'architettura fanno riferimento le opere di Ingrid Barth, di Luciana Caravella – che accosta, in un'opera a tecnica mista, la struttura ottagonale di un polpo alle architetture di monumenti famosi - di Marazia, di Luisa Porporato, di Franco Sassi, di Almerico Tommaselli nelle cui opere compaiono come riferimento Castel del Monte, la Burcina, le volte iuvarriane nell'architettura religiosa torinese, i blocchi posti sull'argine di Tanaro, il portale del duomo di Salerno. Raffinatissima l'opera di Xavier de Maistre, che rappresenta una testa di Medusa raffigurata al centro dei moduli in ghisa della cancellata che delimita la piazza antistante Palazzo Reale, modulo di cui è evidenziata la struttura iscrivibile in una coppia di quadrati ruotati di 90° l'uno rispetto all'altro. Due aquile imperiali affrontate in un motivo a tralcio di vite stilizzato, il tutto inquadrato in motivi rotati nei quali l'ottagono più volte è evocato, compaiono nell'opera di Susanna Fisanotti, fra le cui specializzazioni è la progettazione di decorazioni e il restauro di antichi tessuti.
Il ricordo di un'immagine estiva balena nel grande dipinto di Michelangelo Cambursano che rappresenta una scena da tarda estate, in uno stabilimento balneare, le sdraio vuote, gli ombrelloni chiusi, la lunga ombra in primo piano, due soli personaggi, mentre il doppio quadrato che costituisce l'ornamentazione del pavimento d'ingresso allude al volgere dei mesi e delle stagioni, al fluire del tempo insomma. Commovente l'espressione della bambina che nella palla che regge sul ventre pare presentire il proprio destino di donna e di madre, nella terracotta ingobbiata di Clizia, Mario Giani, grande maestro di quest'arte, ma riconosciuto anche nella silografia, nello studio e nella ripresa di antiche tecniche di decorazione a stampo, mancato nel duemila.
Alla dimensione che evoca la favola si sono ispirati – con esiti di grande originalità e varietà - Guido Appendino, Sandro Cherchi indirettamente Franco Martinengo, la cui giostrina Peter a otto lati evoca la dimensione infantile e i racconti di cavalieri e navigli fantastici. Le visioni di un'infanzia e di un'adolescenza tormentati da un malessere interiore più che da motivi oggettivi, secondo motivi diffusi nella letteratura decadente caratterizzano l'opera di Guido Bertello, un'irto inchiostro a penna che rappresenta la bancarella in cui si tiravano a sorte gli oggetti appesi alle spalle dell'omino del banco: ottagonale è il prisma che costituisce il bussolotto. Ironica – come in una favola per adulti – è l'opera di Donatella Merlo che parafrasa una frase pronunciata da Marlylin Monroe in un film: L'ottagono che preferisco è lo smeraldo. C'è ironia, dunque, in questo dipinto, come c'è ironia negli otto rossi prelati rappresentati da Aldo Pazzagli. Ottagoni e la solita “cifra” della balena è nell'antica copertina di una carta Italia-Tripolitania di Mario Gomboli, che riproduce fra l'altro un immaginario progetto di plinto ottagonale, probabilmente la base di un pilastro di un oleodotto o di un immaginario ponte. E ancora tante sono o rinvii all'otto e all'ottagono nelle opere esposte, di Isidoro Cottino (una grande stella, che evoca la rosa dei venti o la bussola... ottenuta in pasta di carta dipinta in rosso), di Mario Gramaglia - che ha rappresentato L'ottogonatura del volto umano, nei raffinati modi che evocano il Déco - di Renzo Igne, che ha “affettato “ in otto strati una splendida mela in terracotta dagli smalti preziosi, di Lia Laterza che ha rappresentato una giovane donna su una sedia di vimine che appena si riconosce. In Sandro Lobalzo la struttura ottagonale racchiude protomi e vegetali che hanno in qualche modo una struttura ottagonale, racchiusi in un solido che risulta dalla compenetrazione di due cubi. Pino Mantovani, artista, insegnante all'Accademia, critico apprezzato, rinvia alla sperimentazione dagli anni Cinquanta in poi, proponendo una nera tela montata su un telaio ottagonale, di cui si segnano con lo spago tutte le diagonali; al centro alcuni foglietti rossi impigliati fra gli spaghi: frammenti di vita rossi come il sangue che in quei momenti ha pulsato nelle vene, ma destinati ad esser inghiottiti dal nero di fondo, ad esser svuotati della loro vitalità; al paesaggio lacustre o fluviale fa rifermento Jean-Louis Mattana, che propone l'immagine di un astro, un grande disco giallo che sovrasta e illumina, in una notte spettacolare, uno stagno e le terre ch o circondano. Ai tondi già romani e dell'Umanesimo si deve un grande capitolo della ritrattistica, che giunge come modello ai tondi eseguiti ancora nel Novecento per molti monumenti, si ispira il ritratto riprodotto a pittura da Tomalino Serra: si tratta di un doppio ritratto di giovane donna, ritratto dallo schema ottagonale, che ha l'effetto di un bassorilievo in un tondo come in uso nel classicismo antico, poi rinascimentale, che fece da modello alla lezione accademica in uso sino ad oggi. Nella natura silente dello Zenari, allievo del Mazzonis, sono rappresentati in primo piano otto oggetti impiegati dal pittore, in una rarefatta atmosfera, che evoca le nature silenti di Ottavio Mazzonis, di cui l'artista è stato allievo. Un omaggio particolare a Ottavio Mazzonis – che nella firma inseriva un 8 almeno nelle opere giovanili – scomparso qualche mese fa, presenta come pezzo principale una Melancolia, soggetto più volte affrontato dal Maestro, che la rappresentava come giovane donna dal castissimo nudo, in riferimento probabile all'opera al nero, la fase del dissolvimento della materia nel procedimento alchemico, nella prospettiva di una ricomposizione ad uno stadio più elevato, sino a giungere all'oro lucente e incorruttibile, evidente riferimento alla dimensione dell'Eterno. Molti visitatori hanno potuto apprezzare la luminosità del dipinto nel quale il corpo della fanciulla e gli oggetti costituiscono come un addensarsi della luminosità diffusa rosato-perlacea che pervade il dipinto, di grandi dimensioni, come si addice a chi è abituato ad avere come supporto da dipingere la grande superficie di una parete di chiesa da affrescare, la grande tela di un dipinto destinato ad ambienti dalle dimensioni eccezionali. Ricordiamo che, quando è mancato, stava lavorando alla decorazione interna della cattedrale di Noto.
Come si può constatare, il tema dell'ottagono ha suscitato una grande varietà di interpretazioni nella mostra che racchiude anche una sorpresa per molti: dagli archivi dell'Ordine dei Fratelli delle Scuole Cristiane e dalle pareti del Centro Lassalle sulla prima collina torinese, visibile alle spalle della Gran Madre è emersa la documentazione che riguarda la grande costruzione ottagonale non finita che alcuni chiamano “il fortino”. Si tratta del basamento di un tempio che si intendeva innalzare a San Giuseppe, progettato dall'architetto G.Bertinaria, proprio nell'anno in cui il Santo è dichiarato da Pio IX patrono della chiesa universale, il 1870. I costi della realizzazione, il cedimento del terreno indussero poi ad abbandonare quella costruzione, che secondo l'ambizioso progetto avrebbe dovuto reggere una cupola più elevata della Mole Antonelliana. Il “relitto” degradò, anche in riferimento alle frequentazioni che l'abbandono e la posizione appartata favorirono, sino a che negli anni Settanta i Fratelli delle Scuole Cristiane lo acquisirono e lo inserirono nella grande area in cui sorge una residenza dei Fratelli, anche con funzione di foresteria.

A chi guarda verso la collina di Torino da Piazza Vittorio o dalla Gran Madre, appare fra le ville e il verde un austero edificio particolare per la forma, per la mole, per l'incompiutezza che lo rende enigmatico. Si è favoleggiato alquanto su tale costruzione che ha un particolare fascino: in certi percorsi guidati si parla di parte di una fortificazione, probabilmente in riferimento a un sistema difensivo che faceva perno sulla “bastita del Monte” di epoca fredericiana, costruita per vegliare sul ponte sottostante sul Po, e posta sul sito della chiesa dei Cappuccini. Si sente parlare anche di luogo “magico” - giusta la fama di Torino come città magica - forse in riferimento alla sua posizione rivolta al levar del sole o proprio per la pianta ottagonale, come Castel del Monte o come la chiesa di Santa Maria del Monte, anch'essa oggetto di studi e in qualche caso di fantasticherie su dimensioni altre.
Si tratta nella realtà del grandioso “relitto” di una costruzione mai compiuta, che avrebbe dovuto realizzare il sogno di un sacerdote, attivissimo nel campo dell'educazione e dell'istruzione, in un periodo in cui il materialismo liberale era dilagante e particolari situazioni politiche, economiche, sociali rischiavano di minare certezze e assetti quanto meno secolari.
Il 1870, quando il progetto venne messo punto all'architetto Bertinaria, è
periodo delicato per i rapporti fra Chiesa e Stato: al momento della breccia di Porta Pia, il sindaco di Torino, marchese Cesare Valperga di Masino, appartenente ad una delle più antiche famiglie aristocratiche piemontesi, dà le dimissioni, mentre il conte Rignon, prosindaco, fa illuminare gli edifici pubblici, fa percorrere le vie dalla banda della Guardia Nazionale e quindici giorni dopo – il 6 ottobre - organizza all'albergo Europa un banchetto riservato alle autorità cittadine. Solo una cinquantina d'anni dopo il Concordato avrebbe posto termine ufficialmente alla questione.
E' altresì periodo di “trionfo “della scienza e della tecnologia: un sontuoso convito avrebbe salutato l'inaugurazione della linea ferroviaria internazionale Torino-Modane-Parigi, altro passo volto a inserire l'Italia da poco costituita in Regno unitario nel contesto europeo; proprio a Natale del 1870 cade l'ultimo diaframma del traforo del Fréjus e il 27 agosto 1871 – un mese e mezzo dopo la scomparsa di Germano Sommeiller, il progettista - si celebra l'inaugurazione dell'opera. Sono anni di continua estensione della rete di omnibus a cavalli, chiaro segno del rapido ampliarsi della città.

Non mancano i problemi di ordine politico e sociale: i cantieri della ferrovia in costruzione
sono occupati da duemila operai in sciopero, il che tuttavia non ritarda l'inaugurazione. Ora un giorno intero di viaggio, circa ventiquattr'ore, basta per raggiungere Parigi, dove peraltro proprio nel 1870 è in atto l'esperimento politico della Commune.
Anche dal punto di vista dell'edilizia religiosa è un periodo intenso: nel 1865 viene posta la prima pietra di Maria Ausiliatrice, nello stesso anno è consacrata la chiesa dei SS.Pietro e Paolo, si inaugura la chiesa di Santa Giulia (1866), si pone la prima pietra di Santa Barbara nella sede attuale, dopo che il primo edificio nel recinto della Cittadella era stato abbattuto nel 1863 assieme alle fortificazioni. Nel 1868 si consacrano le chiese di Maria Ausiliatrice, dell'Immacolata Concezione in borgo san Donato. Si afferma un decennio dopo lo stile neogotico – con probabili riferimenti ideologici nel dibattito anche aspro coll'ideologia liberale laica – che caratterizza molte chiese di zone allora periferiche della città, San Secondo (1874-1882), Nostra Signora delle Grazie (1887-1889), il SS.Redentore in piazza Hermada, San Gaetano (1889)... Anche la costruzione di queste nuove chiese è documento dell'estendersi del territorio urbano: causa ed effetto è il moltiplicarsi vertiginoso delle imprese artigianali e industriali, che richiama dalle campagne folle di contadini in cerca di miglior fortuna, dopo le malannate che periodicamente colpiscono l'economia agricola. Il fenomeno è causa di dissesti del tessuto sociale, collegandosi al forzato mutamento di civiltà dalla realtà contadina - povera, ma solidale e retta dai ritmi della campagna sottolineati dai “tempi” liturgici della giornata e dell'anno - alla realtà urbana artificiale e tale da esser avvertita dall'individuo come altro da sé, senza nulla di naturale e di religioso, come il lavoro di fabbrica in cui l'operaio non vede e tanto meno gestisce i processi di produzione di oggetti di cui rartamente potrà fruire. Anche in questo punto di svolta della civiltà, i cui contraccolpi possono essere pericolosi, disgreganti nel processo di alienazione che comportano, va cercata la motivazione di tanti religiosi a dar vita a varie iniziative educative e di aggregazione. Il fiorire eccezionale dei “santi sociali” nella Torino del secondo Ottocento, consacrati e laici – si pensi al Cottolengo, al Cafasso, al Faà di Bruno, al Murialdo, all'Albert, all'Allamano, a don Bosco - presuppone la volontà di operare in questo ambiente per evitare o almeno limitare i danni sulla società e sull'individuo del traumatico passaggio di situazione.
Non è certo casuale la dedicazione del tempio a San Giuseppe in quel periodo: ne abbiamo accennato alcuni motivi, ma l'enciclica Quamquam pluries di Leone XIII definisce con grande efficacia, con la forza del documento contemporaneo, gli inquietanti aspetti dell'epoca, che paiono del resto non tanto lontani dalla situazione odierna. Vi si legge:(...) Il tempo presente non è meno calamitoso di quelli più tristi già subiti dalla cristianità. Vediamo perire in moltissimi la fede (...) raffreddarsi la carità, la gioventù degradarsi nei costumi e nelle idee (...). Fra i motivi di destabilizzazione vi è anche il disgregarsi della famiglia, in cui ognuno era impegnato in una propria attività, che riduceva il dialogo con gli altri membri della comunità famigliare, col rischio che i ruoli perdessero di valore: Giuseppe fu legittimo e naturale custode, capo e difensore della divina famiglia (...). Si impegnò a tutelare con sommo amore e quotidiana vigilanza la consorte e la divina prole; procacciò il necessario alla vita (...). In Giuseppe i padri di famiglia hanno modello di paterna vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esempio di amore, di concordia e di fede coniugale (...). C'erano venti di disgregazione della famiglia, di lacerazione sociale di sovvertimento, di tramonto di antichi valori, per cui I proletari, gli operai (...) debbono per un titolo o per diritto lor proprio, ricorrere a San Giuseppe e da lui apprendere ciò che devono imitare (...) Giuseppe passa la sua vita nel lavoro e con l'opera e l'arte sua procura il necessario al sostentamento dei suoi(...) Contento del poco e del suo, sopportò (...) le strettezze (...) dando esempio al suo figliuolo. (...) Spirano venti di rivolta sociale generata da un grande dislivello fra la condizione dell'operaio e quella dell'imprenditore, come sottolineavano ed enfatizzavano alcune teorie politiche, per cui nell'enciclica si legge: A coloro ai quali la giustizia consente di affrancarsi dall'indigenza e di levarsi a miglior condizione, la ragione e la giustizia non permettono di sconvolgere l'ordine stabilito dalla Provvidenza. Il trascendere alla violenza e compiere (...) tumulti è folle sistema che aggrava i mali (...) I proletari non confidino nelle promesse dei sediziosi, ma negli esempi del beato Giuseppe e nella materna carità della Chiesa la quale si prende cura del loro stato (...). Probabilmente tutto questo voleva significare quel tempio altissimo e grandioso, assieme monito ed esempio, al di là di Po.

Monsignor Ortalda e il tempio di San Giuseppe.
Educatore per antonomasia San Giuseppe è dunque il Santo educatore per eccellenza, in quante gli sono affidate la formazione, prima del suo ingresso pubblico, e la tutela del Divin Fanciullo: l'episodio più noto risale a quando – avvertito da un Messo divino – lo salva dalla strage ordinata da Erode, fuggendo con la famiglia in terra egizia, come la tradizione agiografica vuole. La venerazione nei confronti di San Giuseppe è antica: è documentata da Ruperto di Deutz e da Bernardo di Chiaravalle nel XII secolo, al 1536 risale una pratica devozionale rivolta al Santo e al 1597 si data un triduo a lui dedicato. Ma è proprio l'Ottocento avanzato a rivolgere una particolare attenzione a questa straordinaria figura: nel 1847 ha inizio la diffusione dello scapolare di San Giuseppe; nel 1850 è pubblicata una coroncina in onore del Santo.

Nel 1870 Pio IX dichiara il Santo patrono della Chiesa universale; poi nel 1889 Leone XIII gli dedica un'intera enciclica e nel 1921 Benedetto XV istituisce la festività della Sacra Famiglia.
Nell'anno dell'elevazione di San Giuseppe a patrono della Chiesa Universale, il 1870, l'architetto G. Bertinaria progetta un tempio a lui dedicato, secondo le indicazioni di Monsignor Giuseppe Ortalda, prete canonico che aveva concepito il disegno di creare in collina con risorse economiche proprie un grandioso santuario che in qualche modo “dialogasse” con Santa Maria del Monte e con la Gran Madre di Dio. Sulla cima del colle Monveglio, dove sorgeva un antico fortino – ecco la preesistenza che ha generato il toponimo con cui compare nei documenti d'archivio – di cui restano poche tracce si avviò nel 1875 la costruzione del grandioso tempio. Ma nel 1880 l'Ortalda viene a mancare prematuramente a sessantasei anni; l'edificio incompiuto venne in pratica abbandonato, anche profanato rispetto al fine per il quale si era intrapresa la costruzione: era diventato infatti un luogo mal frequentato, un luogo di appuntamenti dagli scopi non propriamente morali. Le cose si risollevarono, quando la zona fu “rilanciata” come luogo di passeggiate e di visite: ad esempio ne parla Elisa Gribaudi Rossi nel suo Vigne e Ville della collina torinese, in quanto il terreno collegato alla costruzione confina con la villa Nicolis - che poi sarebbe diventata proprietà dei Lasalliani -, con la secentesca Villa della Regina e con l'Istituto per le Figlie dei Militari.
Ma il riscatto del sito avvenne quando alla fine degli anni Sessanta i Lasalliani, che possedevano terreni e costruzioni confinanti, col consenso della Curia torinese assunsero la proprietà dell'edificio col vincolo di non demolire ciò che era stato costruito e di non apportare modifiche sostanziali. Il complesso sarebbe diventato luogo di convegni, di occasioni spirituali e culturali.
La zona è ricca di proprietà appartenenti a istituti religiosi, molte acquisite grazie a cospicui lasciti di famiglie nobiliari. Ad esempio in via Ludovica c'era un orfanotrofio gestito da un prete a suo tempo famoso per le opere benefiche, don Ottavio Pavia. Secondo le testimonianze, era impulsivo e mosso dalla carità verso i bisognosi, in particolare giovani in qualche modo colpiti nel fisico o da difficoltà famigliari, quando pure la famiglia c'era: trainato dall'entusiasmo, si lasciava convincere a dar vita a iniziative di assistenza, che non sempre poi riusciva a gestire o a portare a termine. Don Ottavio dunque realizzò in via Ludovica un orfanotrofio, per cui si fecero grandi progetti, poi l'edificio fu affittato ad una fabbrica di caffè. In seguito, l'Istituto affittò locali anche in via delle Rosine. Don Ottavio nella sua propensione all’accoglienza e alla formazione dei giovani era particolarmente devoto al La Salle, cui era dedicata una chiesa in via Ludovica all'angolo con via Moncalvo. Probabilmente verso il 1870 il canonico Ortalda aveva fatto costruire nel borgo Po, ai piedi della collina, un fabbricato che occupava il sito ov'è ora la casa che nel viale della Regina ha il n.12, angolo via Biamonti . Il fabbricato sarebbe poi stato dismesso ed anche la cappella di S.Giuseppe sarebbe stata affittata come locale ad uso comune. Clara Pagliotti benefattrice delle scuole apostoliche dell'Ortalda, prese in affitto i locali, che poi tramite il rettore della SS.Trinità, vennero assegnati a don Pavia, la cui iniziativa di formazione dei giovani riconosciuta da tutti come altamente meritoria, conosceva una travagliata vicenda di trasferimenti e di acquisizione di locali. Si mantenne la denominazione di Scuole apostoliche dato dal Canonico Ortalda, ma, anziché alle missioni, si sarebbe provveduto in quei locali a formare buoni religiosi e santi sacerdoti. Era il 1881.
Don Ottavio dunque si trovava in perfetta consonanza con lo spirito dell’accoglienza e della formazione dei giovani proprio di tanti santi piemontesi, al fine di risvegliare in loro una coscienza della propria dignità umana e fornir loro gli strumenti per salvaguardarla e per aiutare il prossimo a “guardare in alto” nello svolgere la propria missione di consacrati: Lo ringrazio di quanto ha già fatto per noi, perché dei giovani che ci ha mandato uno ha già professato, due professeranno in novembre e gli altri ...si portano bene e danno molta speranza, scrive nel 1890 da Canale padre Filiberto da Bra, minore riformato; e il Rettor maggiore degli Oblati: Poiché piacque al Signore di far sorgere in Torino un collegio sotto il titolo di “Scuole Apostoliche” diretto da(...) don Ottavio Pavia il cui scopo è di preparare i Giovinetti che aspirano allo stato religioso o clericale ben volentieri la nostra Congregazione volle concorrere con un'offerta allo stabilimento di questo pio Istituto, riconosciuto di urgente necessità dopo la legge di soppressione delle comunità religiose.

La formazione dei giovani – anche se più in generale rivolta ai giovani studenti e non solo ai consacrandi – è il principio fondante dell'ordine dei Fratelli delle Scuole Cristiane, subentrati nella proprietà della chiesa incompiuta sulla collina torinese. Era stato Carlo Felice a invitare in Piemonte l'Ordine dei Fratelli e a favorire il costituirsi di comunità di suore di San Giuseppe. In seguito Carlo Alberto - sovrano sensibile e devoto come si sa, di una religiosità profonda e talora tormentata - emanò nel 1832 una circolare in forza della quale si impegnavano i Comuni a fondare scuole popolari che sarebbero state affidate ai Fratelli delle Scuole Cristiane e alle suore di San Giuseppe, rispettivamente per i giovani e le giovani. Per ogni scuola era prevista la presenza di un Fratello, dedito all'insegnamento, e di un Direttore per la gestione.
Tuttavia nella costruzione ottagonale sulla collina non trovano sede scuole; perfettamente esaltato nella sua affascinante incompiutezza, l'edificio ospita ora una residenza dei Fratelli delle Scuole Cristiane, un convalescenziario, locali adatti a convegni, a mostre, dotati di aggiornati mezzi per l'accoglienza, la proiezione di immagini, la conservazione di documenti storici.
Il carisma della formazione, proprio dell'Ordine, si estende qui agli studiosi, che possono comunicare nei convegni e nelle giornate di incontro che vi si organizzano i risultati delle proprie ricerche, ad un pubblico che intende aggiornarsi, e non è cosa da poco, nella penuria di locali adatti a convegni e ad incontri che a Torino – ma non solo – oggi si riscontra. Così è per la possibilità di accoglienza. Il sogno di don Pavia e di Monsignor Ortalda ha forse mutato forma, tenuto conto dei profondi mutamenti intervenuti nella società e nella cultura, ma nella sostanza si sta
realizzando, attento ad altre forme di “povertà”, di debolezza, meno appariscenti e camuffate sotto un abito di normalità, tuttavia non meno preoccupanti, poiché rischiano di minare nel profondo una intera cultura ed un impianto sociale sedimentatisi nei tempi lunghi della storia.

La mostra è in atto sino al 12 ottobre, aperta al mattino e al pomeriggio dal lunedì al venerdì in via S.Francesco da Paola 23, Torino. Per informazioni, 011/8123250.

ALCUNE OPERE

Nella mostra appena inaugurata all’Istituto” San Giuseppe” di Torino, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, quarantadue artisti di particolare rilievo interpretano i molteplici significati di questa figura, facendo riferimento alla dimensione del passato personale - che comunque assurge a rappresentazione di un passato generazionale - alla dimensione antropologica e della storia delle religioni, quindi culturale di ampio respiro, in cui l’ottagono assume valore archetipico, alla sperimentazione artistica. Pronta ed entusiastica la risposta degli artisti, la maggior parte dei quali ha eseguito appositamente l’opera esposta e non fornito lavori già eseguiti e adattabili all’argomento. Prezioso – poi - l’apporto del Sistema Bibliotecario della Città di Torino, che ha messo a punto una dispensa coi titoli delle pubblicazioni, conservate presso il sistema delle biblioteche civiche, che approfondiscono i vari aspetti del “tema” proposto agli artisti. Anche un tratto dell’aspetto “misterioso” di Torino viene messo in luce, con materiali originali di fine Ottocento, conservati presso i Fratelli delle Scuole Cristiane. La conferenza introduttiva- affollatissima - di Emanuela Chiavarelli, dell’Università di Roma, ha approfondito alcuni dei moltissimi significati antropologici della figura.

L’ottagono assume valore archetipico.

Le opere riprodotte nel corso dell’articolo sono nell’ordine di : Xavier de Maistre, Ottavio Mazzonis di Pralafera, Sandro Cerchi, Renzo Igne, Guido Bertello, Franco Martinengo, Jean L.Mattana, Almerico Tommaselli, Anna Maria Palumbo, Carla Parsani Motti, Mario Gramaglia, Mario Pazzagli.