Parlando
di …
Nick Edel
di
Francesco De Caria
Verrebbe
da dire, osservando le opere di Nick Edel,
che le sue “visioni” costituiscano momenti di
una nuova “creazione” del mondo, tanto più
in relazione alla realtà urbana tutta artificiale:
anche il luogo dell’esposizione – appuntamento
annuale nell’approssimarsi delle feste natalizie e di
fine d’anno – nel pieno centro di Torino, dove
l’antica via Barbaroux sfocia in piazza Castello, pare
ad una prima considerazione la manifestazione piena e significativa
dell’ambiente artificiale che l’uomo si è
costruito non solo architettonicamente, ma nel creare la propria
storia. In questo ambiente urbano trafficato e carico di secoli
si apre uno squarcio di natura non toccata dall’Uomo.
Cervi, daini, galli cedroni, lepri, lupi, uccelli notturni
sono colti in vari attimi della loro vita selvatica, cuccioli
attorno alla trepida madre –si tratti di lupi, di cervi,
di nidiate, la maternità e la vitalità incosciente
e curiosa dei cuccioli è sempre la stessa - giovani
maschi in lotta per il dominio delle femmine e sul branco,
animali adulti e solitari alla ricerca solitaria di cibo fra
distese e boschi gelati, animali ormai anziani e ancor pieni
di vigore accompagnato all’istinto affinato dalle lotte
per il predominio sull’harem… Se
c’è un aspetto che non si coglie nelle
opere di Nick Edel è il senso di morte, pure
tanto diffuso nella nostra cultura pervasa da apparente e
superficiale vitalismo. La maggior parte delle opere
esposte nello studio di via Barbaroux 2 emergono luminose
dal bianco del foglio, intrise di luce, come è proprio
della tecnica dell’acquerello: la luce traspare anche
nelle visioni notturne. Si tratta insomma di una considerazione
della natura serena, rappacificata, ad un livello superiore
di contemplazione e di stupore nell’indagare fra le
pieghe della Creazione. Ciò che colpisce è proprio
lo sguardo limpido con cui l’artista contempla in tutti
i suoi particolari la natura non antropizzata, una sensazione
trainante, per cui anche l’osservatore trova una parentesi
di serenità di fronte a quelle visioni, a quei flash
che svelano una natura reale e nello stesso tempo idealizzata.
E’ in realtà il bisogno dell’uomo di ricrearsi
una via di fuga sia pur temporanea a riflettersi nelle opere
di Nick Edel; ma – ecco l’aspetto etico –
non una fuga in qualche mondo artificiale, non nello stordimento,
non nell’incoscienza e nell’oblio di sé,
ma alla ricerca di una comunione nel coro vitale della natura.
In una intervista del 1988 Paolo Levi
chiedeva all’artista Perché dipingi animali?
E Edel rispondeva: Mi è molto
difficile rispondere… Ho imparato a dipingere da mio
padre, riproducendo alcuni disegni … come me dipingeva
esclusivamente animali e habitat naturale

…La
scelta di Nick Edel pare controcorrente
nel panorama artistico attuale, anche se forse è solo
una sensazione superficiale che nasce da considerazioni “di
massima” che non tengono conto della pullulante realtà
artistica. Infatti se si considerano artisti molto apprezzati
ed in piena attività oggi, come Vito Oliva,
Elisabetta
Viarengo Miniotti,
Xavier
De Maistre, Franco Pieri, pittrici dell’associazione
“Spazi e voli”, si può notare quanto il
soggetto della natura ed in particolare dell’animale
selvatico, con l’alone di mistero che lo circonda, sia
diffuso e apprezzato. Forse il fenomeno è da collegarsi
alla situazione psicologica dell’uomo di oggi, per lo
più abitante della città e comunque di una cultura
prevalentemente urbana, anche se vive in distretti rurali.
Certi canali televisivi molto insistono sulla natura, ma è
una natura mediata da osservazioni di altro genere, il problema
dell’inquinamento, dell’abbandono delle campagne,
delle nevrosi che colpiscono l’uomo di oggi. Sin
dalle prime espressioni artistiche l’uomo, ancora nelle
caverne, dipingeva stilizzati gli animali selvatici che avrebbe
cacciato o che aveva cacciato, in un caso per “catturare
in immagine” l’animale prima della battuta di
caccia nell’altro come narrazione della battuta stessa,
della quale si riteneva di posseder le sorti riproducendola
in disegno e “catturando” in effigie l’animale
che si sarebbe cacciato. Ed un profondo legame univa la preda
all’uomo. Ma in Nick Edel il disegno
non è collegato alla caccia; è religiosa
- questo sì - contemplazione di paesaggi e di animali
con un senso di stupore, di “meraviglia”. Occorre
premettere che in Italia i pittori di animali sono pochissimi
(…). Penso che l’errore dell’iperrealismo
che contraddistingue il pittore del Nord Europa sia non lasciar
spazio all’individuo, far dell’artista un puro
specchio del reale… Cio che invece mi interessa è
cogliere l’emozione insita nella natura rendendola favola
…Il padre doveva essere un ottimo
maestro per Nick Edel: Mi portava con sé nelle
sue lunghe passeggiate nei boschi ed io imparavo la vita della
natura, i suoi ritmi, i cicli stagionali… Ma tiene
a precisare l’artista contemplare la Natura per
riprodurne aspetti nel disegno implica una attenta osservazione,
una partecipazione, una contemplazione per cui i miei animali
non sono fotografici, ma risultano da precise visualizzazioni
di immagini interiori. Ma ecco il pittore che precisa:
le mie idee nascono da colori o da segni. Un camoscio
rosso che corre su un prato verde è per me incontro
di due colori, il rosso e il verde… E’
o meglio era appassionato di caccia Nick Edel ed è
superficiale considerare una contraddizione l’amore
per il mondo dell’animale selvatico che emerge dall’opera
artistica e attività venatoria. Fa parte dell’equilibrio
fra Uomo ed Animale, fra Uomo e Natura il rapporto fra cacciatore
e preda, l’arte rupestre nasce come rito di propiziazione
nelle battute di caccia, catturando in effigie lo spirito
della preda prima ancora di catturare l’animale; del
resto la drastica riduzione del numero di cacciatori spesso
si è rivelata disastrosa per l’ambiente, laddove
sono moltiplicati lupi e volpi, cinghiali che tutto distruggono.
È questione di equilibrio voluto dalla natura stessa:
si possono constatare i disastri apportati dai branchi di
cinghiali o di carnivori nelle nostre campagne, dove tali
animali sono cresciuti a dismisura e distruggono seminativi,
assalgono greggi, divorano i frutti. Del resto, precisa
Edel la passione per la caccia la vivo come istinto, fatto
che mi ha portato ad occuparmi da più di vent’anni
di un’azienda faunistica. Ma con il tempo carta e matita
sono diventate il mio vero tramite col mondo animale…
Nick Edel
è artista dalla profonda preparazione tecnica, senza
la quale anche la più grande sensibilità non
potrebbe esprimersi in immagini. Queste note biografiche con
cui concludiamo l’intervento bene dimostrano come Nick
Edel abbia una profonda preparazione artistica e come nella
sua arte non vi sia nulla di improvvisato. Discendente da
un’antica famiglia di artisti austriaci trasferitasi
in Italia al seguito di

Maria
Luigia di Parma
– che, ricordiamo al lettore, era granducato sottoposto
agli Absburgo – è nato a Bordighera nel 1934.
Ha studiato pittura e decorazione all’Albertina di Torino
- ma il padre pittore è stato il suo primo maestro
- e fin dal 1952 è presente in mostre personali e collettive
che lo hanno proposto all’attenzione del pubblico e
dei maggiori critici d’arte, da Marziano Bernardi al
Carluccio a Dragone a Paolo Levi. Una bella monografia su
di lui è stata pubblicata nel 1988 da Musumeci, opera
suggestiva per la ricchezza e la bellezza delle riproduzioni
di opere di Nick Edel.
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