Parlando di….Storie di vetro
di Donatella Taverna

Come
nella migliore tradizione degli artisti, Monica
Dessì cita e
illustra, ma non riesce a spiegare del tutto le ragioni
del suo bisogno indomabile di esprimersi nella forma: e
in una forma non funzionalizzata – respinge nettamente
l’ipotesi di una lettura “a design” del
suo agire artistico – bensì in assoluta libertà
di ricerca, resa (forse) più facile dal ricorso ad
una materia come il vetro.
Il piccolo cartoncino che tenta per lei una spiegazione
si apre con alcune sue parole: “Ho
sentito sulla pelle il vetro, le forme e i colori e ho iniziato
a divertirmi con loro”; in realtà il
suo “divertirsi” consiste nel trovare voce per
pensieri non sempre definiti e distinti che sente in sé;
anche per domande che si pone, come tutti, esplorando i
significati segreti della vita.
Non so se sia soddisfatta delle opere realizzate, certo
quel che ha fatto non le basta, deve lavorare per essere:
“E’ questo il gioco che
mi ha fatto respirare la vera gioia di vivere”.
Spiega il suo lavoro con una certa timidezza, con certe
piccole risate da bambina: la lastra di vetro, elaborata
con forme, fusioni chimiche, lavorazioni complesse, sovrapposizioni
a temperature elevate o elevatissime, “deve”
essere accostata ad un supporto di tela bianca, ma con una
distanza che si è via via accentuata. La luce diurna
dovrebbe nel suo quotidiano giro modificare le forme e i
colori riflessi sulla tela, replicare lo scorrere del tempo,
accentuare la metamorfosi. Lo spiega con semplicità,
preoccupandosi di sottolineare la complessità tecnica
dei progetti e delle procedure.
ALCUNE
OPERE
L'accostamento
di sostanze chimiche diverse modifica le dinamiche del farsi
dell'opera, il tempo nella fornace è essenziale,
dev'essere calcolato con estrema precisione. Ma poi il bello
è che tutto ciò che si ottiene è irripetibile
(“basta una variazione minima, anche nella posizione
all'interno del forno”) e che tutto si fa anche indipendentemente
in ultima analisi dalla volontà dell'autore.
Tutto ciò dà luogo ad un agire che è
un vivere, un modo di essere, ancor prima che un concetto
da esprimere. Mentre l'ascolto, mentalmente traduco le sue
parole e le immagini delle sue opere nel “mio”
linguaggio aristotelico-tomistico:

ciò
che Monica vuole descrivere è l'interrogativo sull'eterna
duplicità dell'uomo: essere
e divenire,
fluire del tempo come vita e gioia ma anche come incompiutezza.
E' il problema centrale del pensiero del Novecento e sembra
riassumersi davvero felicemente in questi oggetti di forma
astratta, libera, discioglientesi in rapporti di luce, che
non vogliono dare alcuna risposta ma offrire variazioni
infinite sul tema.
C'è
qualcosa di disperato in questo pensiero, ma non nell'arte
di Monica Dessì che pure lo esprime. Per ora
il suo “gioco” dell'esistere è tutto
nel muoversi della luce, talora ritmico, come nella piramide
che dovrebbe oscillare continuamente grazie ad un magnete
e riflettere oscillazioni e cambiamenti in uno specchio,
altra volta ciclico perché affidato al giro del sole.
Forse è per questa via, non sempre lucidamente consapevole,
che usciremo dal silenzio cupo e pessimistico di tanta parte
dell'arte figurativa tardonovecentesca.
Che questi “colori in movimento”possano continuare
a fiorire a lungo: lo auguriamo davvero, a Monica e a noi
stessi.
Storie
di vetro 1 febbraio-31 marzo 2009, Hotel Sirio, Ivrea. info@hotelsirio.it