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Principale rappresentante, assieme a Sorazzini, Govoni, Palazzeschi,
Moretti, della scuola poetica detta dei Crepuscolari, il poeta e dandy
torinese Guido Gozzano amava le tradizioni; amava rinnovare le tradizioni;
amava gli ultimi sospiri delle antiche tradizioni. Tali elementi, contraddittori
forse, si fusero nella sua poesia crepuscolare, densa di tenerezza
per le piccole cose, accenni chiaramente estetizzanti, ed
unimponente ombra di decadenza allitaliana.
Guido Gustavo Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre 1883. Di famiglia
borghese benestante, trascorre i suoi primi ventanni tra le numerose
proprietà famigliari, sparse tra Torino ed Agliè, nel Canavese.
Frequenta luniversità senza mai laurearsi in giurisprudenza
(nondimeno, amava presentarsi come avvocato, tanto che si può dire
che lo fosse davvero, anche se non a tutti gli effetti). Tuttavia, anche
se con la laurea, si sarebbe potuto permettere di non esercitare mai il
mestiere.
Collabora, poco più che ventenne, a varie riviste con prose e racconti,
riscotendo un discreto successo. Inizialmente ammiratore del DAnnunzio,
Gozzano scrive nel 1907 La via del rifugio, in cui imita chiaramente
lo stile ridondante del Vate, seppur già attenuato da una certa
aura malinconica e vaga, che sa di spleen e di irrispettoso trastullo.
Le cose cambiano radicalmente dopo questa data: il dandy piemontese scopre
davere il cosiddetto mal sottile (la tisi), e questo
suo appuntamento con la morte incide profondamente nella seconda raccolta
di poesie, che pubblica nel 1911; I Colloqui riscuotono maggior
successo della raccolta precedente, anche se dispiacciono a molti critici,
che vi intuiscono un amaro di fondo ed allo stesso tempo una leggerezza
svogliata che disturba non poco gli animi ottimisti ma chiusi dei piemontesi
dinizio secolo.
Tra il 1907 ed il 1909 cè la relazione con la poetessa Amalia
Guglielminetti; tale relazione ha un carattere precipuamente mondano e
letterario, più che di una vera relazione amorosa. I due avranno
brevi incontri, in cui la poetessa spera ogni volta di conquistare il
bel poeta, che da parte sua non pare intenzionato a farsi sedurre più
di tanto.
La malinconica rassegnazione alla morte viene spazzata via da un breve
miraggio di guarigione o di miglioramento, compiendo, alletà
di trentanni, un lungo viaggio in India; tiene in questi giorni
una sorta di diario di bordo, del quale manda le pagine a pubblicare,
a beneficio della Stampa torinese (Verso la cuna del mondo,
pubblicato postumo). Tuttavia lagognata guarigione si rivela ben
presto una bolla di sapone, e Gozzano deve interrompere il viaggio, tornando
in patria più malato ma anche più rasserenato di prima.
Tra il 15 ed il 16 pare che Guido componga varii soggetti
cinematografici per la casa produttrice Ambrosio, luminare del cinema
muto di quegli anni, ma le fonti non sono precise né abbastanza
attendibili.
Il poeta si spegne a Torino il 9 agosto 1916, e due giorni dopo viene
seppellito nel cimitero di Agliè.Di Guido è ricordata la
bella voce, è tramandata una essenziale, garbata, gestualità.
Di lui soprattutto, viene replicato il profilo di un giovin signore,
misurato ed elegante, signorilmente compito [
]. Aristocratico,
lo ricordano Salvator Gotta eEmilio Zanzi.
Gozzano si presenta a Mario Vugliano inchinevole, cerimonioso, timido,
biondino, tirato a lucido dai capelli alle scarpe. [
] Industre per
parole scelte e ben collocate, che prendevano e davano spicco al comune
discorso. [
] portava una cravatta nera a farfalla. Tale insegna
esterna di poesia, non è sufficiente, comunque, a levargli
laspetto di giovane molto comesideve.
La testimonianza è preziosa, soprattutto perché fa contrasto
con limmagine di esteta elettissimo che Gozzano al suo
esordio letterario tende a dare di sé, in verso ed in prosa. Ciò
accade negli anni tra il 1903 ed il 1904. ma subito dopo, nel 1905, lautoritratto
che Guido ci consegna è capovolto: è il profilo di un poeta
borghese, che oppone, alle stravaganze dellesteta, la sua scialba
persona biondiccia, la propria democrazia estetica,
i propri solini, le sue cravatte provinciali.
Appare chiaro che Gozzano bada continuamente a cambiare le carte in tavola,
a proporre di sé un identikit contraddittorio.
Il Gozzano ventenne è un assiduo frequentatore di teatri, sale
da concerto, e soprattutto caffè. Capeggiando un ristretto gruppo
di giovani intellettuali scapestrati, Guido si lancia in scorribande notturne,
commerci con le cameriste, visite alle attrici. Si presentava
al Fiorio elegantissimo e impeccabile tra noi goliardi, fantasticanti
e dissipati ricorda Calacaterra: passava lunghe ore nei caffè,
parlando di arte e di letteratura, di storia e filosofia, esaltando i
parnassiani
e intanto centellinava qualche liquore o assaporava
a fior di labbra, con gesto raffinato, un poco dassenzio, la fata
verdeamara, che diceva dargli qualche dolcezza. Poi spesso allontanavasi
col fido suo Carlo Vallini per qualche avventura notturna.
(da: Guido Gozzano, vita breve di un rispettabile bugiardo,
G. De Rienzo - Rizzoli 1982)
LE
PAROLE AMBIGUE DI GOZZANO, (autore anonimo);
una eccentrica analisi della sua poetica attraverso la tecnologia
Spettatore della vita, malinconico precursore della modernità,
Gozzano è l'efficace contraltare alla stagione roboante di D'Annunzio.
Lo conferma il computer, mostrando come la sua poesia affronti i grandi
temi dell'esistenza, ma li filtri attraverso una lingua instabile nel
definire i sentimenti e le cose, perennemente in bilico tra una prudente
partecipazione e una fuga nel rifugio.
C'è un Novecento della critica, vivo nella sua ansia di programmare,
teorizzare, ricostruire e proporre, e c'è un Novecento della crisi
che svela invece, dietro questa forza apparente, una sensazione di vuoto
e di smarrimento esistenziale. Ebbene questo vuoto e questo smarrimento
furono interpretati, nei primi anni del secolo, dai poeti crepuscolari
e più di tutti dal loro capofila Guido Gozzano. Dal Centro studi
Falletti e da "i 5 data system" di Vercelli ho avuto i tabulati
delle concordanze di tutto Gozzano poeta, che, in questa prospettiva,
era già stato studiato (nel 1984) da Giuseppe Savoca.
Caratteristica della poesia di Gozzano è un insinuante senso di
stanchezza, che lo porta a un atteggiamento costante di rinuncia: un atteggiamento
di rinuncia che può apparire talvolta quasi una posa. Davanti a
lui c'è la prospettiva del «Tutto» e del «Niente».
«Niente» ha un'incidenza molto bassa: ricorre soltanto 7 volte.
Al di là di congiunzioni, articoli, preposizioni, di verbi ausiliari
e servili ecc, «tutto» è la parola, che, con le sue
184 occorrenze, ricorre di più nell'opera gozzaniana. Ma è
un «tutto» che soffre di genericità. Una sorta di grande
imbuto vuoto in cui sprofonda il mondo e in cui, senza paura, si cala
lo stesso poeta. Un «tutto» insomma in cui galleggiano altre
presenze, concrete o astratte, su cui si svolge il discorso di questo
poeta ambiguo e malinconico.
Per tentare, pian piano, di raccapezzarci, partiamo dai sostantivi del
dizionario di Guido Gozzano. I sostantivi, che costituiscono la parte
senza dubbio più cospicua del suo vocabolario, sono 2673 declinati
in 9526 forme su un totale di 5897 lemmi (declinati o coniugati in 39.557
forme): un numero significativo, che costituisce oltre il 45% di questo
dizionario. Un vocabolario, il suo, molto ricco anche di verbi (1049)
e relativamente povero di aggettivi: gli aggettivi infatti sono poco più
del 21% delle parole usate in tutta l'opera in versi.
Nella
lista delle frequenze dei sostantivi spiccano in alto «sogno»
(98 presenze), «tempo» (84), «vita» (76), «cosa»
(69). Nella Via del rifugio, c'è la «virtù»
del «sogno» e il «sogno» è «caro»,
è «bello», «avventuroso», ma il «sogno»
è anche «vano», «cattivo» oppure «gemebondo».
Così nei Colloqui il sogno può essere «chiaro»,
«intatto», «lieto», può essere sogno «di
pace», ma è anche «mesto», «errabondo»,
«nutrito d'abbandono». Insomma nella poesia di Gozzano c'è
un sogno come perplessità: come una realtà su cui si affaccia
l'anima per subito ritrarsene. E lo stesso accade per il «tempo».
Innanzi tutto opera nella poesia di Gozzano un sentimento del tempo in
fuga, il senso del tempo che trascorre e dissolve le certezze umane:
Tempo che i sogni umani volgi
sulla tua strada...
o tu che tutte fai
vane le nostre tempre:
e vano dire sempre
e vano dire mai.
Ma da questo rimpianto del tempo che dilegua con le immagini delle cose,
di un tempo cioè che «vola, invola», sorge l'urgenza
di un rifugio nella memoria in tempi «già vissuti»,
oppure in un tempo «lontano», da questo tempo «nostro
mite e sonnolento». Di nuovo una perplessità e una malinconia
dell'anima. Di nuovo un ritmo alterno di prudente partecipazione e di
immediata fuga nel rifugio. La poesia di Gozzano sta spesso in questo
motivo costante di contrappunto di temi sviluppati dalle parole-chiave,
in questa sofferta instabilità, in questa oscillazione, che il
computer sa mettere molto bene in evidenza, che offre in tutta la sua
visibilità.
Gozzano è spettatore della «vita». Può guardare
ai «casi» della vita con partecipazione oppure con distacco;
può ridurre la vita a «gioco», può compiacersi
a contemplare la vita «spenta dei cadaveri», oppure soffermarsi
a considerare la vita «di un antico saggio». La vita è
comunque degli "altri": è quella vita, dice Gozzano «che
non vissi». Oppure è la vita del passato: la vita «semplice
degli avi», la vita «delle origini». La propria è
invece la vita «sterile, di sogno», che viene contrapposta,
nella Signorina Felicita ovvero Della felicità, alla vita «ruvida
concreta / del buon mercante inteso alla moneta». E nasce allora
il suo grido:
Meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d'essere un poeta!
Di
fronte a quella «cosa» «vivente / detta guidogozzano»,
quasi atona, sta allora la voce delle cose «prime», le cose
«nate per se stesse», da cui è «stupito»
il poeta, di cui egli si innamora. Ed ecco allora le «cose»
«piccole e serene», oppure le più note «buone
cose di pessimo gusto».
Le «cose» che hanno forza nella poesia di Gozzano, per la
loro pregnanza di realtà, possono essere quelle della natura che
gli si rivelano improvvise. Possono essere le «case» (40 occorrenze)
abitate dalla vita oppure sonnolente nel loro vivere nel passato. Possono
essere le «mani» (69) che si aprono a un gesto, a una carezza.
Può essere l'«occhio» (65) contemplato o contemplante.
Può essere il «cielo» (65), a cui si guarda con aspettativa
o indifferenza, a seconda dei moti di perplessità. Si tratta, per
tutti questi sostantivi, sempre di parole che hanno un indice estremamente
alto di frequenza. In mezzo a queste cose, c'è, protagonista discreto,
il «cuore», che ricorre nella poesia di Gozzano anch'esso
65 volte.
Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto
mio cuore, bambino che è tanto felice di esistere al mondo,
esulta, all'apparenza, Gozzano, aprendo il proprio «colloquio»
in Alle soglie. Ma più spesso questo cuore appare «devastato
dall'indagine», è un cuore «che ricusa d'aprirsi»,
è un «chiuso» cuore «che resiste», quando
non arriva a configurarsi addirittura come un «gelido» cuore.
Qualche critico ha potuto parlare, proprio per questo, di un'"aridità
sentimentale" di Guido Gozzano. Il computer, nella sua analisi sul
linguaggio della poesia gozzaniana, smentisce, con molta decisione, questa
ipotesi interpretativa. Basterebbe scorrere la lista dei verbi a più
alta ricorrenza, in testa alla quale si pongono, come è scontato
«fare» (140), «vedere» (110), «dire»
(107), che sono lemmi quasi di servizio in ogni lingua d'autore. Ma ecco
subito dopo «sapere» (87), «pensare» (70) «vivere»
(68), «amare» (59), «andare» (59), «giungere»
(56). Sono i verbi dei battiti forti del cuore di Gozzano, di un inquieto
indagare nel mondo, di un pensieroso osservare la vita degli altri, l'amore
degli altri, di un movimento continuo che dona freschezza al suo dire
semplice e cordiale in poesia.
Così
come raccontano tale semplicità gli aggettivi usati in questa poesia:
«bello», «dolce», «buono», «solo»,
«antico», «piccolo, «triste», «vano».
«Dolce» diventa il «romitaggio» del poeta, «dolce»
la sua «tristezza», dolce il «conforto di rivivere in
altrui», dolce il «beveraggio alla malinconia». E spesso
in diminutivo va tutto il mondo. C'è nella poesia di Gozzano un
«piccolo» «sole», ci sono le «piccole»
«dita» baciate di una donna, c'è un «piccolo»
«corpo» che ricorda, una «piccola» «voce»
che canta, c'è una «piccola» «vita».
In questa attenuazione di vita si svela il segreto della poesia di Gozzano:
e anche tutta la sua modernità, dopo la stagione roboante di Gabriele
D'Annunzio.
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