Due
poesie di Gianni Monasterolo
di
Francesco De Caria
Pubblichiamo
queste due poesie del Maestro Gianni Monasterolo: sono due
divertissements basati su giochi di parole, assonanze, rime,
il cui unico contenuto è appunto il non sense.
E’ un genere proprio delle epoche
di profonda decadenza, di disorientamento, di cui sono paradigma
l’Ellenismo – e in particolare l’Alessandrinismo
– e la tarda latinità, quando ormai l’Impero
è allo sfascio. Monasterolo
quindi esprime così, con versi che paiono aver
poco senso o esser puri giochi di parole e di suoni, il
proprio malessere di fronte alla realtà e agli accadimenti
dell’esistenza: e non è poco a fronte
di una cultura della certezza del grosso buon senso che oggi
si vuol gabellare come buona. Il riferimento immediato è
la poesia di
Palazzeschi
– chi non ricorda La
fontana malata, i cui versi e
le cui parole sono costituite per lo più da onomatopee
pure (Cloffete, cloffete, clof…)
e la cui situazione è di un’estrema banalità,
un rubinetto che perde!
Quando
tutto stava franando, alla decadenza dell’Impero Romano
ormai invaso dai Barbari, c’erano poeti che si perdevano
dietro immagini di un’ animula vagula blandula (“animuccia
dolcetta, sperdutella” bisognerebbe tradurre)
o che passavano da un’osteria all’altra in cerca
delle ebbrezze stranianti che il vino può dare.
O quando la Storia stava crollando sulla parte meno illuminata
dell’aristocrazia e del clero, c’era chi passava
da un ballo ad una cena ad un concerto a lunghe disquisizioni
su moda e galateo, preoccupandosi dei raffreddori della cagnetta,
sulle scene dei teatri di corte si accalcavano amorini e banali
storie “di lenzuola”, mentre passavano inosservate
realtà umilianti che proprio lì sul palcoscenico
si presentavano, quale quella dei castrati o delle attrici
e cantanti costrette a prostituirsi per far carriera. Ancora,
quando le rivoluzioni e le guerre trasformate dalla nuova
tecnologia in massacri erano alle porte,

il
Ballo Excelsior faceva furore sui palcoscenici di quell’Europa
che stava per fare un bagno di sangue.
C’è in tutto ciò un motivo di grande inquietudine:
se i poeti non hanno più nulla da dire, loro che sono
gli artisti della parola, vuol dire che la realtà più
profonda è indecifrabile, disorientante e soprattutto
che non si intravedono più ideali da sostenere. La
realtà più banale diventa protagonista, mentre
filosofi e poeti che apparentemente si perdono in laboriose
elucubrazioni, o – come il Palazzeschi
e il Monasterolo – nella considerazione
degli aspetti minimi dell’esistenza, denunciano l’angosciante
vuoto cui assistono impotenti, nella coscienza che qualcosa
di grave bussa alle porte della Storia e della Civiltà.
Alfabeto
Avevo
Bevuto Cordiale,
Dolcetto E
Fumato Gauloises.
Ho I
Lombrichi Molto
Nobili
Oppure Pencolanti,
Quasi Rodessero
Solerti
Tutta Una
Vita
Zuzzurellona
Il
poeta
Andavo
Balzelloni
Canterellando Dolci
Endecasillabi Fiorentini;
Già Ho
Incignato
La Malvasia
Nera,
Odorosa, Procace
Qui Rapito
Sotto
Tre Unità
Vagamente
Zinzilulanti.
Gianni
Monasterolo
Da
Monasterolo, sabato 6 giugno 2009
di Francesco De Caria
Ci siamo già soffermati altra volta sulla rinata consuetudine
di incontrarsi per eventi culturali in salotti privati ed
abbiamo indicato illustri ascendenti sette e ottocenteschi;
abbiamo altresì ricordato la figura di Alfredo
Nicola, industriale, poeta e pittore, pianista e musicista,
che per decenni fece della sala della propria villa luogo
di incontro fra pubblico e poeti, musicisti, artisti e di
Musicalbrandé, una delle principali riviste culturali
torinesi da lui fondata e diretta e purtroppo con la sua scomparsa
anch’essa interrotta, un luogo di incontro e di dibattito
di intellettuali piemontesi e a tutt’oggi fonte di informazioni
preziose per studiosi e per compilatori di cataloghi e repertori.
L' erede di questa bella consuetudine, in Torino il
maestro Gianni Monasterolo, sabato 6 giugno alle ore 17 ha
dato appuntamento agli amici appassionati di musica classica,
di poesia, di arte per un concerto in cui il Duo Génot,
Alessandra al violino e Massimiliano al pianoforte, ha offerto
un’esclusiva anteprima del concerto che terrà
l’11 giugno a Monaco di Baviera.
Germania, mia musa si intitola la serata in riferimento all’appuntamento
tedesco del duo e dell’influsso che la musica romantica
tedesca, rappresentata nell’incontro in casa Monasterolo
dallo Scherzo in do minoreW o O2 di Johannes Brahms (1832-1897),
ispiratore di tanta produzione musicale piemontese di ascendenza
romantica e postromantica, ha avuto: anzi Brahms è
il filo rosso che unisce gli autori eseguiti nel concerto,
dal napoletano Giuseppe Martucci, che operò nella seconda
metà dell'Ottocento e che diresse a Napoli nel 1882
la seconda sinfonia brahmsiana, al suo allievo il padovano
a Bologna Guido Alberto Fano, al torinese Leone Senigaglia,
tragicamente morto nel Quarantaquattro, al momento dell'arresto
in quanto ebreo.
Il fascino di questo tipo di manifestazioni
riservate a pochi amici legati dal comune interesse per certo
tipo di musica o di arte figurativa o di letteratura consiste
– oltre che, naturalmente, nella suggestione delle opere
presentate o eseguite consiste - nel dialogo diretto che si
instaura fra artisti e pubblico, un dialogo fatto di parole,
ma anche di gesti, di sottintesi, impossibili a trasmettersi
in esibizioni ufficiali rivolte a molte decine di persone
di diversa estrazione e formazione. E' anche maggiormente
evidente lì a qualche metro, assistere alla trasfigurazione
della musica eseguita non solo in suono, ma anche in immagine
della tensione dell'esecutore – qui Massimiliano Génot
-, del gioco delle dita sulla tastiera, del trasformarsi della
sua “maschera” ora contratta, ora distesa, a seconda
dell'andamento della musica stessa, e della vera e propria
“danza”che l'esecuzione al violino impone all'interprete
– in questa caso Alessandra Génot – dei
vari brani, la sonata 44 di Senigaglia, la Gaieté douloureuse
di Fano, lo scherzo in Do minore di Brahms.
Un altro segno del coinvolgimento profondo che unisce autore
ed esecutore, che diviene a sua volta creatore del rapporto
che lega fruitore e creazione artistica.
La musica – come le opere d'arte in genere – deve
comunicare direttamente ai singoli spettatori, che legheranno
alle varie suggestioni offerte dal brano musicale –
come dalle forme o dai colori o dalle situazioni in altre
forme artistiche – proprie esperienze: è per
questo motivo che minimo e semmai maieutico deve essere l'intervento
di altri in questo dialogo. Consapevole di questo il Maestro
Lanza ha ridotto all'essenziale la presentazione dei vari
brani, ai fini di un semplice orientamento e inquadramento,
non certo di forzature interpretative.
Al prossimo rendez-vous Maestro Monasterolo!
A
margine dell’articolo sul concerto del duo Genot in
casa Monasterolo.
Il Maestro ci ha inviato proprio ora questo
Ritratto
in versi di Leone Senigaglia
di Gianni Monasterolo, “il Vate
di Borgonuovo”
LE ore
danzan come vuol Ponchielli,
Odi compone barbare Carducci
Negli anni dolci e un poco borghesucci.
E intanto egli che fa in quegli anni belli?
S’impegna alquanto a strimpellare il piano
Impara matematiche e latino.
Non solo: anche tedesco e bombardino e
Inglese; e col pezzato fido Aleramo
Gira per la collina rubacchiando
A quel dolce paese che non dico
Graziose canzoncine popolari,
Levando dalla bocca alle comari
I versi d’un Piemonte molto antico.
Andava poi con Stella in gir cantando.
che
bene riproduce l’atmosfera borghese in cui operarono
Carducci, D’annunzio, Gozzano, Golia i primi due con
la loro retorica ricostruzione di un’Italia idealizzata,
gli altri con la profonda ironia di chi sa che quel mondo
è ormai tramontato e può solo far da esercizio
retorico per le famiglie agiate e colte, gli altri con la
velenosa ironia di chi sa che l’eroica epopea risorgimentale
nascondeva quotidianità se non meschinità. Intanto
Sinigaglia, romanticamente solo, è ritratto mentre
gira per le campagne ai confini di Torino, verso la collina
e coglie qua e là un nuovo canto popolare da inserire
nel repertorio. Non a caso il glorioso nome di Aleramo è
affibiato, in un’operazione di amara derubricazione,
al cane. E’ un tratto autentico della personalità
di Senigaglia e di altri intellettuali piemontesi dell’epoca,
ancora mossi dall’esigenza romantica di rinvenire i
canti e le leggende popolari, per ricostruire un aspetto del
folklore, della cultura popolare piemontese. E’ un’elegante
commento al concerto del 6 giugno, di cui parliamo sopra.
Il
salotto di…
Gianni Monasterolo
di
Francesco De Caria
Vi
sono occasioni riservate agli specialisti o agli amatori di
particolari settori dell’arte, della musica, della poesia.
Si tratta della ripresa della tradizione del salotto che fra
Settecento e Ottocento le famiglie aristocratiche tenevano
nella propria casa: nell’Archivio del

Castello
di Masino, ad esempio, si conservano biglietti di invito
dei Valperga di Masino, la famiglia di Tommaso
Valperga,

del
Vicerè Carlo
Francesco Valperga, di Cesare Valperga, sindaco di
Torino - tutti presenti nella toponomastica viaria della città
- presso il proprio palazzo in via Alfieri 18, per il salotto
che si teneva ad un giorno fisso della settimana; altre famiglie
nobiliari tenevano salotto in altri giorni della settimana,
per cui in città via era una vera e propria stagione
culturale e mondana che aveva come tappe i vari palazzi delle
famiglie maggiorenti.

Nell’Ottocento
avanzato la tradizione venne ripresa dall’alta borghesia:
ne parla il
Gozzano
vi
ha fatto ironia grafica Golia, suo amico e coetaneo. Poi la
tradizione parve essere accantonata. Non era vero, naturalmente,
ma il variare dei costumi, l’affermarsi della cultura
di massa, altre occasioni di intrattenimento parvero aver
messo in secondo piano questa consuetudine. Nessuno parve
parlare più dei salotti, ma ad esempio
a
casa di un ricco e colto industriale torinese, raffinato poeta,
pianista e musicista/musicologo, pittore dilettante, ma di
buona abilità e grande sensibilità, Alfredo
Nicola
, si riunivano pittori, poeti e musicisti per scambiarsi opinioni
sulla stagione teatrale, sulle novità musicali, sulle
esposizioni soprattutto in gallerie private e sugli studi
degli artisti… Alfredo Nicola fondò anche un
periodico, il Musicalbrandé, preziosa fonte di notizie
sulla vita artistica e intellettuale di Torino, che passa
non solo attraverso l’opera dei grandi, ma attraverso
una fitta rete di studi, di ricerche, di rapporti, di riunioni
e incontri calati nel quotidiano: i “grandi nomi”
sono le vette in tutto questo fervida e vitale humus; sovente
autori e opere di grande livello, non sono balzati alla ribalta
della critica per fattori contingenti.
Gianni
Monasterolo, insegnante presso il

Conservatorio
“Verdi” di Torino , pianista, compositore
ha avuto qualche anno fa l’idea di riprendere l’esempio
di quei salotti di cui abbiamo fatto cenno.
Direttamente
o indirettamente il salotto di Alfredo
Nicola
fa da sfondo e da motivo ispiratore a questi incontri, nei
quali musicisti e poeti, pittori e amanti della musica, dell’arte
figurativa, della letteratura si incontrano scambiandosi idee,
materiali, spunti. Un’ora o poco più di raffinata
musica dal vivo – naturalmente – con grandi interpreti
fa da elemento coagulante del pomeriggio culturale a casa
Monasterolo. Sabato 28 febbraio l’incontro è
avvenuto attorno al nucleo di musiche eseguite da Renzo Brancaleon
al violoncello, da Valentina Fornero e Nuccia Perrone al pianoforte,
che hanno offerto al numeroso pubblico di amici e di appassionati
una efficace antologia di musiche di Carlo Graziani (nato
ad Asti nella prima metà del XVIII sec., artista conteso
da varie corti italiane, quindi invitato a corte dall’Imperatore
di Prussia, sicché egli morì a Potsdam nel 1787).
Sono state eseguite una Sonata in Do minore per violoncello
e pianoforte, una Sonata in la minore per violoncello, basso
violoncello e pianoforte e violoncello, nonché il viaggio
da Berlino a Breslavia… dedicata all’A.R. il Principe
di Prussia dal suo umile servitore Carlo Graziani,…
1778 presentate da Stefano Baldi che ha sinteticamente ricreato
l’atmosfera storica e sociale in cui quelle sonate sono
nate e cui esse furono dedicate. Un autore di grande valentia,
che forse ha avuto la “sfortuna” di operare in
un tempo in cui operarono giganti della musica che hanno lasciato
tracce più avidenti. A questa ora e mezza di raffinata
musica, difficile da incontrare dal vivo in altre occasioni,
si
sono affiancati gli incontri col pittore
Viglieno
Cossalino, che ha presentato copie dei suoi ultimi
lavori, che rimandano alla tradzione contadina intesa come
utopica e fantastica alternativa all’attuale cultura
espressa da una società essenzialmente urbana attiva
soprattutto nei campi industriale ed economico, ripresa eterna
di antichi motivi dall’antichità, al medioevo,
al rinascimento, all’Illuminismo, al Romanticismo, al
Novecento, che tiene maggiormente conto dell’immagine
di un passato edenico, mai esistito, che di una realtà
storica fatta di paure, di miseria, spesso di degrado.
Amare
e circostanziate le perplessità sull’andamento
della cultura, in un’epoca di cedimento delle istituzioni
come la famiglia, l’istruzione, la stessa Chiesa e i
partiti politici tradizionali che si strovano a fare i conti
con una rivoluzione copernicana della realtà, che ha
trasformato radicalmente gli ambiti dell’ esistenza,
del lavoro, i rapporti d’autorità e fra le varie
età, i ruoli famigliari sono affiorate nei discorsi
del pubblico …Un travaglio quanto mai interessante,
che si riflette nella dilaniata arte contemporanea, che lascia
sgomenti, si diceva da parte di qualcuno in quell’incontro,
nella musica apparentemente disarticolata e con il coraggio
di far ricorso a nuovi strumenti. Certo una realtà
poco comprensibile a chi resta ancorato a moduli classici,
ad un’altra concezione della cultura: del resto l’arte
è antenna sensibilissima della realtà, sovente
con forza profetica. Forse che la forza dirompente del Futurismo
o dell’arte dei pittori, dei musicisti, dei poeti, giudicati
“maledetti” fra Otto e Novecento si è esaurita?
Torino, 27 febbraio 09
Filosofia
allobroga
a cura di Gianni Monasterolo
Con
piacere ospitiamo altri contributi del Maestro Gianni
Monasterolo, musicologo di fama.
Nel brano ambientato nel presepe, l’autore
ha lasciato momentaneamente la musica per offrirci una lettura
non ipocrita nel suo modo di considerare la Religione e la
religiosità nei suoi aspetti autentici, ben
lontani dall’untuosa ipocrisia di tante manifestazioni
essenzialmente mondane e volte a “mettersi a posto la
coscienza” o a trovare alternative al grigiore dell’esistenza
o peggio ai suoi affanni che paiono assurdi. Dal
Maledettismo egli trae immagini talora forti che compaiono
nel suo testo. Essendo questo
rivolto a tutti, abbiamo indicato qualche omissione:
non condanniamo l’impiego di tinte
forti costituite da espressioni anche volgari che parrebbero
irrispettose, dal momento che l’arte deve essere libera;
l’autore deve poter ricorrere a tutta la gamma di possibili
espressioni per dar veste ai contenuti. E’
solo senso dell’opportunità e del rispetto per
certe fasce di lettori che abbiamo apportato qualche “abrasione”.
Del resto, anche dal testo leggermente modificato affiora
in tutta la sua efficacia l’angoscia dell’uomo
che si dibatte fra il grigiore dell’esistenza
comune e la nera disperazione di certi momenti forti. Il testo
– ogni testo di certo spessore – è una
provocazione: al lettore criticare e rifiutare o condividere,
magari rispondere in un dialogo che sarebbe anche apprezzabile,
nonché auspicabile. (nota di
F.De Caria)
Torino, 4.XII.08
Insuperato Ottimo Direttore,
Queste paginette fanno parte di un ciclo di "Filosofia
Allobroga", argomento mai abbastanza sviscerato. Nonostante
il
desolato pessimismo, mi pare un caldo e trepido raccontino
natalizio
(in questo periodo mi piace l'aggettivo "trepido").
Io glielo porgo, l'accolga se vuole.
Ciao, Gianni
L'allobrogo sofista, ossia della barbera e
della polenta
Il
silenzioso candore della neve è per lunghi tratti solcato
da
profonde orniere;

gli
alberi infreddolati e frufruanti si osservano
muti, interrogandosi con sguardi perplessi.
Tutt'ingiro
alla casa stalattiti di ghiaccio scendono come una
saracina dagli architravi, quasi a proteggerla da malgrate
intrusioni.
Il
vecchio e l'altro quasi, sono nella cucina di Cappella Moreri
-
la cui sola finestra, i vetri andati in frantumi, è
tappata con un
pannello di masonite - appena appena rischiarata dal fioco
biancore
del tramonto, che trapela da una rosta fitta fitta di ragne
polverose,
e dai bagliori della stufa.

La
polenta sbuffa pigra e indifferente sul volto di Günther,
che la
gira piano piano con il mestone.
-
Grazie che giri te. Sai, stare in piedi con miei dolori...
-
Tornerà la primafera.
-
Più non per me. Finita la primavera, e l'estate e l'autunno.
Mi godo come posso quest'inverno. Accende un mezzo toscano:
- Così
torni a tuo paese.
-
Cià.
-
Per sempre?
-
Cià.
-
Sei di poche parole.
-
Cià! Parla tu. Ich bin traurig. Kvalche fastitiosi
rimpianti.
-
Anch'io sto per tornare a mio paese. Rimpianti non ne ho più.
Finiti anche quelli. Mi dispiace solo che là non nevica,
non tira
vento, non temporala. Là non fa gnente di gnente, ma
spero che si sta
tranquillo al buio, a riposarmi la vista; tutta una vita che
cerco
d'immaginarmi come possa essere. Non puoi comprendere cosa
che
vuol dire quest'ansia di capire la morte, te che sei immortale.
La
vita l'ho capito da un bel po': è una ciulata.
-
Ho paura che è noioso essere immortale, lunga e noiosa
l'eternità.
-
Fai le foto, scrivi. Mangi e bevi... e fina che ci sono le
purile che
te la dànno sei immortale e non t'annoi.
-
Lo dici te!... E se c'è un di là, ci hai cià
pensato cosa farai?
-
Gnente, come qua. Grattarmi i ginocchi. Cogliere acqua con
un
crivello. Portar vasi a Samo. Oppure qualcos'altro di utile.
Me
m'interessa solo più andare vedere che Dio non c'è,
e che ci
avevo ragione io.
-
Te lo auguro. Se no, mi raccomando, salutamelo neh!
-
Se Dio esiste[...]. Mi farà correre a forcate
nel culo, inseguito da un Calcabrina imbruttito o da un Rubicante
pazzo... e ciao bale! a correre tra le fiamme per tutta
l'eternità, me che non mi piace la caldo.
...
-
Son brutti tempi, per quelli come me solo buoni a dire gavate;
a
sognare chisacosa, lasciando cadere l'idee come pillaccole
- come
bërle, a giocare col vocabolario, ascoltare Brahms, prender
vacche per
le balle. Brutti tempi, che il cuore non fa più rima
con amore, ma con
sudore, con livore, spessore, turgore, fortore, sissignore,
agrore,
tintore, sapore, odore, refrancore, torpore, briatore, untore,
fragore, condensatore, oppilatore, roditore... Vedi! neanche
adesso
non perdo il vizio di succhiare le parole, di girarmele nella
gajoffa
come caramelle Baratti, di atticcicarmele al velo pendulo
come
giandujotti Peyrano.
[...].
Sorride:
- Già passati i rimpianti? Te la fai facile, Günther!
te che
vuoi bene a tutti, e tutti ti vogliono bene; che ti piace
tutta la
musica, perfino le canzonette dei Bitels e il raucume della
tromba di
Mails Devis, che m'è sempre stato sul culo, ma poi
da quando ho
saputo che ciulava Juliette Gréco... Se non fossi immortale
andresti
comunque dritto in Paradiso, a dirigergli al Padreterno il
coro di
angeli, arcangeli, serafini e cherubini che cantano jesterdei
e
mìscel, come tuo padre alla Städtische Volksoper
di Vienna con la
Fledermaus.
-
Oh che bel divertimento!
-
Te, ti diverte una roba sola.

Beviamo
un bichio, dài!
-
Sempre il solito?
-
Ogiàcche! barbera d'Asti. Bisogna esserle fedeli, se
lei ti è
fedele a te. E questa qui non m'ha mai messo un corno ch'è
un
corno. Anni e anni che camminiamo dacanto, mano nella mano,
bocca
sulla bocca. Io in gioventù veramente qualche cornetto
gliel'ho
messo: uischi, vodca, pernò... qualche cappellina per
la sciampagna
l'ho presa - così vivace, così bionda e francese,
così
sgualdrinella e vanitosa, "il faut bien que le corps
exulte"... ci passi la notte insieme e le fai saltare
il tappo,
lei fa la schiuma e ti fa girare la testa, poi alla mattina
ti svegli
col cerchio alla cucurbita e lo stomaco di traverso, e devi
prendere
il bicarbonato.
Lei
invece sempre lì a aspettare, senza rinfacciarmi mai
gnente, sempre
a dodici gradi estate come inverno; sempre pronta a farsi
versare nel
bicchiere, a carezzarti le tonsille, a scaldarti le coratelle
e
tirarti su il morale, senza chiedere mai gnente in contracambio.
-
Fuoi più bene a lei che a non so chi.
-
A proposito, e la filosofia?
-
Cosa c'entra la filosofia?
-
C'entra che il vino e la filosofia sono la medesima cosa,
e
m'è venuto in mente quel tuo libro che mi dicevi. Tanto
vale ai
ragazzi fargli bere il vino e correre nei prati, non la cocacola
con
la cannuccia e leggere di filosofia.
-
Ach, laß mich in Ruhe! sei sicuro[...]?
-
Sicuro come sono qui.
-
La polenta è pronta.
-
Stufo di girarti il manico?
-
Mavalà!
-
Già un'ora che cuoce?
-
Altro!
-
Allora aiutami a fare il presepio, va', che poi dopo mangiamo.
-
Wir glauben nicht, né io né te. Che senso ha?
-
Io ci credo, nel mangiare.
-
Parlafo del presepio e di kvelle cose lì, picio.
-
Ne hai imparato di parole nostre, neh! manchi solo un po'
nella
pronuncia. Accende due candele sul tavolo; le fiammelle disegnano
ombre calde sui muri. Si ode il lieve sussurrio della neve
che
ricomincia a cadere. - Senti la neve? mi cade sul cuore e
me lo tiene
al fresco, potrebbe sempre venirmi a taglio, se m'innamorassi,
anzi... magara...

Fra
pochi giorni è Natale, e scende dalle stelle il
Re dei Cieli. Tutti gli anni lo stesso: fede, speranza e carità;
incominciate a star male di qua, che poi starete bene di là.
[...]! [...]. E lui arriva qualche giorni per le feste di
Natale. Se non gli credo è solo
per il suo bene, per non sbugiardarlo. Non credo, ma il presepio
l'ho sempre fatto. È un modo come un altro di fare
festa
all'inverno; in fondo[...].
...
Il
vecchio è assopito e remoto, stucco di polenta e di
vino.
Günther
lo crolla per un braccio: - Di'! dimmi perché...
Egli
si riscuote, esalando quasi un sorriso: - Basta così!
ho propio
più gnente da dire.
L'allobrogo
sofista assapora lentamente l'ultimo bicchiere.
Spegne
il toscano: - Ciao neh!
Incrocia le braccia sul piano del tavolo, e vi appoggia il
capo.
Gianni
Monasterolo
Parlando
di... Monasterolo poeta.
di
Francesco De Caria
Un'affascinante
abitazione in una delle piazze torinesi consacrate da De Chirico
alla visione metafisica, una infinita cultura musicale, per
professione – è stato anche insegnante al Conservatorio
- ma soprattutto per passione, un infinito amore per la propria
terra, la cui cultura va indagando nei recessi meno ovvi e
meno conosciuti, operando un recupero filologico e non “spettacolare”
del Folklore, cioè della cultura del popolo piemontese,
come appartenenza, come omaggio a tutte le culture locali
e non certo come loro rifiuto, semmai disprezzo per il rinnegamento
delle proprie radici e quindi in una parola romantico nel
senso profondo del termine; un infinito amore per lo strumento
che consente di esprimere le eco dei recessi più profondi
della propria personalità, il pianoforte, un'ironia
“seria” autentica, intesa come sentimento del
contrario che lo porta a detestare gli atteggiamenti falsi,
posticci, di imitazione che l'omogenizzazione culturale praticamente
impone, anche attraverso quei mezzi di diffusione della cultura,
esaltandola anzi come superamento dell'individualismo e come
senso di appartenenza ad un popolo nazionale, che in realtà
non esiste dal punto di vista culturale, linguistico, persino
religioso, se si tien conto di radici che affondano nei millenni
e giungono alle comari ancora di qualche decennio fa... Profondo
senso dell'amicizia, ma basata su valori condivisi, non a
pelle, questo e altro è la personalità di Gianni
Monasterolo, pianista ed autore di musica, autore di questo
divertissement poetico, che termina con una allusione al se
fossi Cecco quale sono e fui ... dell’Angiolieri, di
cui il Monasterolo ostenta l’atteggiamento scherzosamente
insofferente e nello stesso tempo la lucida coscienza che
un’intera epoca è tramontata. Un tempo, sino
a qualche decennio fa, c'erano gruppi che si riunivano nei
caffè o nelle sale di qualche palazzo del centro storico,
per leggere poesia, suonare o ascoltare musica, discutere
di arte figurativa di estetica o di filosofia o di politica.
C'erano questi gruppi perché c'erano maestri o semplicemente
personalità che sapevano coagulare attorno a sè
un gruppo; qualcuno di loro impegnava anche capitali nella
pubblicazione di periodici volti a tenere in vita voci e aspetti
di una cultura locale che la cultura non solo nazionale, ma
massificata ed estesa a tutto l'Occidente ignora, anche per
obbligata scelta politica, prendendo a modello una realtà
senza radici: questi periodici, spesso stampati su carta da
giornale esposta al degrado, sono ormai in via di estinzione;
in alcuni casi sopravvivono grazie a sovvenzioni di enti interessati
a mantenere e rinfocolare un'immagine della cultura locale
scadente, fatta solo di giochi, cucina, sterile e insensato
ricordo di un Eden mai esistito...
Uno dei maestri cui la miglior cultura piemontese del Novecento
deve tanto era Alfredo Nicola – grande industriale delle
vernici -, che sapeva coagulare i migliori intellettuali attorno
al glorioso Musical brandé, che già nel titolo
rimanda al gruppo riunito attorno alla fonte di calore, nell'inverno
della cultura generica che imperversa, che si soffermava sui
migliori artisti – consacrati dalle Storie dell'Arte
o della Musica o della Letteratura alcuni, ingiustamente dimenticati
altri – mantenendo memoria di un microcosmo che aveva
il proprio fascino nella condivisione di valori, di amicizia
fondata su interessi comuni di alto livello.... E' questo
ambiente che nel proprio appartamento-salon Gianni Monasterolo
vuole ricreare, ripescando nell'inedito, credendo profondamente
nella scoperta della cultura del proprio gruppo, parte integrante
della personalità... Forse è un nuotare controcorrente,
una carica contro i mulini a vento, una lotta per un ideale
minoritario. Ma rispetto a che? Certo è nei bilanci
un destino di sconfitta, se si intende per vittoria il dominio
e l'ovazione delle masse; ma la cultura è di per sé
fatto di nicchia, è aristocratica nel senso migliore
del termine, è propria di coloro che sono votati a
remare controcorrente, a cercare pazientemente fra le pieghe
della cultura nazionale, che intendono per amicizia un legame
profondo che si basa su una consonanza di valori di fondo
che le varie culture che compongono il corpo Italia debbono
conservare...
Persona di formazione seria e profonda, Gianni Monasterolo
è come tutte le persone colte dotate dal sentimento
del contrario, componente fondamentale di grandi movimenti
come della microcultura in particolare piemontese. Animato
dall’ironia ha composto quel divertissement che abbiamo
riportato in esordio, che fa sorridere, ma esprime contenuti
di alto pessimismo: il colloquio non è più diretto,
ma corre lungo i fili telefonici, al vin brulé, di
antica tradizione contadina, si sostituisce il frizzantino
bianco, eppoi il dialogo -che fra l'altro non avviene, perché
dall'altra parte il microfono non è alzato: lei non
c’è? Non vuol rispondere?- è inesistente
e il protagonista si abbandona alle congetture di un lungo
monologo. S'i fossi Cecco, quale sono e fui,... conclude celiando
l'Angiolieri, mi terrei le belle ragazze e lascerei le brutte
agli altri; Gianni Monasterolo tristemente termina tornando
sul problema col telefono: dunque con gli altri è impossibile
o sempre più difficile la comunicazione. E chi lo conosce
a fondo, sa che non è solo o affatto colpa del telefonino
spento o della cattiva ricezione, ma di una cultura che sempre
più respinge ed esilia l'individuo, sia pur con musiche
o poesie alte, o con le opere teatrali e concertistiche trasmesse
radiofonicamente, con dibattiti anche di altissimo livello,
che però impediscono l’intervento.
E Lei? E Beatrice o Laura o la donna senhal dei trovatori?
Non ci son più; un tempo c'era la lontananza, ora il
telefonino è sempre in tasca o in borsa, ma in fondo
alla borsa, o alla tasca, seppellito da mille altre cose.
E nell'epoca nella quale si sono messe a punto le macchine
che avrebbero dovuto incentivare la comunicazione a livello
planetario, non si riesce a parlare neppure con la ragazza
che passa in via Santa Giulia o a fianco della Mole, abitando
lì a due passi, in Piazza Vittorio!
Pronto!?
Io
devo averci qualche problema
con il telefono
(Magari se tutti i miei problemi
fossero lì!)
Mi accosto con cautela al microfono
e lo sollevo
col braccio teso come un tedoforo
Lui fa tut... tut...
come se mi volesse schernire
Non siamo amici
quell'aggeggio non mi può soffrire
Mi guardo i diti
sono molto indeciso con quale
comporre il numero
col pollice o pur con l'anulare?
E quale numero?
Lo so bene chi voglio chiamare
è proprio inutile
che resti tra me a rimuginare
(Sarò importuno?)
Non c'è alcun numero da comporre!
Schiaccio un pulsante
Poi cerco "cerca" con il suo nome
(E se disturbo?)
E se mangia? Se studia? Se dorme?
(Ma fatti furbo!)
E se non ha voglia di rispondere?
Magari guarda
la neve sui tetti di Vanchiglia
forse s'abbiglia
o forse si sta facendo un tè
(Son sempre lì
che penso un poco tra me e me
Fossi Prévert
metterei zucchero nella tazza
poi girerei
il caffellatte col cucchiaino
se fossi Gianni
potrei chiamare il telefonino).
Vado in cucina
mi verso un bel bicchiere di vino
e accendo anche
una sigaretta Nazionale
(Ma sono Gianni!
allora posso telefonare?)
Torno al telefono
e premo "cerca" con il suo nome
il coso squilla
squilla... sette otto nove volte
Non mi risponde
Proprio ma proprio non lo sopporto
quel brutto coso
nascosto forse in fondo alla borsa
Risponde mica!
Ma perché mai non si mette fretta?
La sua manina
fruga e rifruga nella borsetta?
Non mi risponde!!!
Sarà scesa in piazza Santa Giulia?
o starà forse
a guardar della Mole la guglia?
(Sarò importuno?)
Al coso non risponde nessuno
Non son Prévert
non ne bevo di latte e caffè
Sarò poi Gianni?
Tutte le mattine bevo il tè
che non mi piace
(Non vorrai mica che beva il vino
fin dal mattino!
Magari un vin brulé ben speziato
col panettone?
un Glühwein con qualche salamino
o una Schnaps?)
Sto pensando che forse davvero
io sono Gianni
e devo averci qualche problema
con il telefono
7/XII/05
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