Parlando
di …
Ottavio Mazzonis, indiscusso maestro dell'Arte italiana, scomparso
il 10 ottobre 2010.
di
Francesco De Caria
Ottatottenne,
ma ancora pieno di verve, capace di trasalimenti di fronte
alla Bellezza, ancora romanticamente intesa come Ideale e
valore assoluto, Bene assoluto, secondo il principio classico
per cui Bello e Buono (kalòs kai agathòs) coincidono;
capace di entusiasmi, come per la grandiosa e estenuante opera
dei dipinti per la cattedrale di Noto, cui stava lavorando,
sottoponendosi a faticosi trasferimenti e alla fatica di eseguire
dipinti di grandissime dimensioni che lo costringevano a scendere
e salire per scale e trabattelli; capace di terribili momenti
di ira di fronte a quelle che egli riteneva aberrazioni dell'arte
contemporanea, comprese quelle che la Storia e la critica
hanno consacrato come capolavori del XXsec.; sempre elegantissimo,
ricercato nell'abbigliamento sino all'ultimo, quando si rammaricava
del “tempo perso” nelle cure e nelle visite mediche
cui doveva sottoporsi, nonché nell'espressione sovente
di un raffinato piemontese: così lo ricordiamo, anche
per profondo rispetto alla sua personalità, sdegnati
per chi ha osato sollevare – in nome di banalissima
e morbosa curiosità - il velo che per sua volontà
gli copriva il volto là, sul cataletto della camera
mortuaria del Mauriziano. Così, nel suo luminoso e
grande studio torinese di via degli Artisti, ricordiamo
il pittore Ottavio Mazzonis di Pralafera
scomparso la notte fra il 10 e l'11 novembre, data
non comune, quella del congedo nei contratti di lavoro: anche
in questo Ottavio Mazzonis pare aver scelto il giorno della
morte, mistero di fronte al quale egli tante volte si era
soffermato, trovando metaforicamente sulla porta fra Vita
e Morte quella inquietante e solenne figura che il Bistolfi
rappresentò come Sfinge o come figura velata che invita
al silenzio. Ma ogni parola ha il sapore del vaniloquio o
dell'esecizio retorico di fronte al mistero dell'Arte intesa
come profonda meditazione sull'Uomo e sul suo destino. Ci
pare opportuno, invece, spendere qualche parola sulla sua
formazione e sulla sua opera.
Era un aristocratico per ascendenza
famigliare, essendo nato da Federico Mazzonis dei baroni di
Pralafera e da Elisa Desio Boggio il 20 dicembre 1921.
L'arte era insita fra i geni della sua famiglia: era
infatti pronipote di
Francesco
Gandolfi di Chiavari apprezzato ritrattista
e frescante, mentre sua madre era soprano e cantanti e Maestri
illustri a livello internazionale,
Pertile
e Toscanini sovente facevano
visita a Palazzo Mazzonis in via San Domenico 11. Il padre
apparteneva a quell'aristocrazia piemontese che non sdegnava
di investire capitali nell'industria, proprietario di una
manifattura tessile, e nell'agricoltura in una tenuta in Mirafiori,
prima che l'espansione urbana cancellasse queste realtà
che circondavano Torino. Era anche apprezzato autore
di disegni e collezionista d'arte. Anche queste erano caratteristiche
diffuse nell'aristocrazia subalpina.
La
formazione artistica di Ottavio Mazzonis passa attraverso
gli insegnamenti e la frequentazione di importanti studi,
fra cui quello del pittore
Luigi
Calderini,
figlio
del forse più noto Marco.
E' sensibile alla pittura secessionista e simbolista di Wildt.
Nella sua biografia egli non accenna neppure alla guerra e
alle tragedie ad essa collegate, forse per una concezione
di aristocratico distacco dalla comune esistenza: e non si
fraintenda, poiché ciò significa distinguere
l'Ottavio Mazzonis uomo, alle prese con le contingenze dell'esistenza
comune, che non deve interessare il pubblico, dall'Ottavio
Mazzonis artista, unico aspetto della sua personalità
che egli ritiene di rendere nota agli altri. Quindi si salta
a pié pari – anche questo con atteggiamento controcorrente
– il periodo della seconda guerra mondiale, per riprendere
il filo dal 1945, quando prende a frequentare lo studio di
Nicola
Arduino di una generazione più anziano e gia
affermato. Arduino lo porta al suo seguito
in lavori di restauro: così sul campo egli apprende
ogni segreto tecnico sull' affresco. Ma intanto, nel giugno
1947 muore il padre ed egli come estremo omaggio porta nel
funerale un saggio di pittura a fresco, appunto. Con Arduino
esegue opere impegnative in varie città d'Italia: con
Arduino è a Venezia, in Val di Susa, in Lombardia,
in Liguria, a Palermo. Intanto esordisce alla Promotrice torinese
e sperimenta nel palazzo di via San Domenico le tecniche di
decorazione murale. Suoi soggetti sono ritratti, scene mitologiche,
scene sacre. Dal 1966 si trasferisce nello studio di via Artisti
39.
Lavora
molto alla decorazione pittorica delle chiese su alcuni soggetti
sacri torna anche privatamente, meditando talora ossessivamente
su alcuni temi tratti dal Vangelo: soprattutto la cacciata
dei mercanti dal tempio con evidente riferimento alla mercificazione
dell'Arte e le stazioni della via Crucis
(1970) in riferimento alle contrarietà che deve affrontare
chi intende rimanere fedele ai propri principi nell'Arte e
nella Vita.
Intensa
è anche la sua attività espositiva all'Estero.
Ultima fatica – di cui non vedrà l'esito finale,
ma che lo ha tenuto impegnato sino alla fine (aveva già
ordinato il trabattello necessario a dipingere tele alte vari
metri)- i pannelli per la cattedrale di Noto; lo abbiamo incontrato
pochi mesi fa ed abbiamo avuto la riprova della sua generosità.
Si è mostrato disposto a girare – gratuitamente
– un filmato didattico per fare un piacere agli amici
che glielo chiedevano, ma soprattutto per schiudere le porte
di un mondo ai più sconosciuto e per simpatia con gli
universitari che avrebbero partecipato al progetto. Fermo
nei principi fondamentali che hanno informato tutta la sua
esistenza, austero, sapeva dunque dimostrarsi di una grande
generosità, apertura, disponibilità a schiudere
le porte a chi volesse conoscere da vicino il mondo dell'Arte.
Dell'Arte autentica si intende, né abborracciata, né
improvvisata.
Ottavio Mazzonis: un ricordo privato
di
Donatella Taverna
In
una delle ultime visite al suo studio, in atto di trasformarsi
in fondazione, il Maestro Mazzonis ci aveva guidati nel percorso
tra le sale ufficiali e quelle private o semiprivate della
sia abitazione sul Po.
A noi, poiché ben sapeva come conoscessimo Luigi Calderini,
Bonzanigo, il Ricamo Bandera, raccontava nel percorso memorie
più personali, il commosso ricordo dei suoi maestri,
le circostanze della nascita di un’opera, le polemiche
contro quegli artisti o pseudotali che dal suo punto di vista
tradivano la propria aqlta vocazione morale…
Più privata ancora la memoria della sua bellissima
sorella, ritratta a pennello e in scultura e nel pregadio
intarsiato antico proveniente da

Palazzo
Mazzonis (ora sede del MAO, Museo di Arti Orientali)
l’immagine della madre raccolta in preghiera. Nel raccontare,
a bassa voce, con un parlare misurato, moveva le mani in modo
intensamente espressivo, belle mani d’artista che sapevano
il vasto e libero gesto della pennellata significativa e sintetica.
Camminando per le stanze, era come se portasse con sé
molte presenze, come se tutti coloro che erano evocati dalle
sue parole fossero lì a compiacersi con lui della propria
realtà custodita, della propria vita non perduta, perché
il senso ne permaneva vivo. Non si tratta di un triviale “vedere
i fantasmi”, ma di un aprir gli occhi sulla perennità
dello spirito. Glielo dissi e negli occhi, segretamente, gli
si era affacciato un sorriso commosso, perché questo
era ciò che voleva ottenere attraverso la fondazione
ed era anche uno degli scopi che aveva dato alla propria esistenza.
E’ mancato alle soglie dell’estate di San Martino,
prima di una stupenda giornata di sole unica in una fila di
giorni grigi. Sotto un sudario bianco, tanto simile a quello
del Cristo tante volte da lui dipinto, sporgeva, inconfondibile,
la forma delle sue belle mani d’artista. Ho commentato
con

Nick
Edel, altro grande della cultura torinese: Quelle mani
avrebbero dovuto ancora dipingere… e lui, con sorriso
indulgente, Lei ha un animo poetico! E tuttavia quelle mani
che non avevano perso il fascino del gesto, forse in qualche
posto ora, traghettate da quella barca infera che il Maestro
aveva tanta volte dipinto, continuano a dipingere in un gesto
eterno e in un’opera perfetta.
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