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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

Fra marsine e merletti. Viaggio diplomatico a Plombières. Ovvero gli “altri” strumenti della politica.
di Francesco De Caria


Un importante convegno nazionale tenuto nel 2008 ed ora un volume dalle firme prestigiose del mondo dell’Università e del Giornalismo che raccoglie i testi delle relazioni, sono il contributo che l’Associazione “Immagine per il Piemonte” ha dedicato al centenario dell’Unità.
Il titolo del volume di 168 pagine, curato da Vittorio G.Cardinali e dall’Associazione Immagine per il Piemonte è accattivante ed efficace:
Fra marsine e merletti… cioè fra politica – la marsina è l’abito ufficiale dei diplomatici – e salotti in cui si intessevano relazioni amorose interessate, tese a carpire segreti o a convincere e corrompere antagonisti politici.
Cosa avvenne realmente tra il 20 e il 21 luglio 1858 nella cittadina termale di Plombières?

 

 

 

 

 

Il conte di Cavour vi incontrò segretamente l’imperatore Napoleone III per gettare le basi dell’alleanza tra la Francia e il Regno di Sardegna in vista della guerra contro lo’Austria… E poi una vittima sacrificale,

 

 

la principessa Clotilde di Savoia data in sposa al principe Gerolamo Bonaparte, cugino dell’Imperatore di Francia, sulla cui vita privata si raccontava ogni specie di cose…

 

 

 

 

 

 

E poi uno sguardo sulla dolce vita del Secondo Impero, lo sguardo allargato all’Europa con il saggio sulle principesse Ghica di Romania ed esponenti della famiglia Bonaparte, nella considerazione del processo parallelo dell’Unità d’Italia e di Romania, di cui per il vero l’Occidente sta ora riscoprendo la storia e la cultura. Tutto questo avviene mentre il “teatrino” della vita comune a Torino come nelle altre città continua con le sue beghe, i progetti, l’inurbamento e i suoi problemi, in un’epoca invero particolare: Torino si appresta a diventare capitale, e sarà poi cocente la delusione del trasferimento a Roma. E poi cose note, come il fatto che

 

a Plombières non si prospettava la costituzione di uno Stato Italiano, che

 

 

Napoleone III avrebbe mal gradito, ma un’Italia tripartita fra Nord. Centro e Sud confederati sotto la presidenza del Papa. E Cavour non avrebbe affatto pensato all’Unità, ma ad uno Stato Sabaudo comprendente l’Italia Settentrionale. L’Unità si compì, sempre secondo Montanelli, per la debolezza dei Borboni, incapaci di fermare i mille – che Montanelli chiama descamisados – e mandò a monte gli accordi di Plombières, che non prevedevano la costituzione di uno stato unitario. Lo stesso Cavour venne poi preso alla sprovvista – dice sempre Montanelli- dalla Storia che andava in direzione delle nazionalità. Sono considerazioni di un grande Giornalista, talora un po’ nel gusto di rovesciare vecchie convinzioni e convinto che la storia si faccia anche fra marsine e merletti, nei rapporti quotidiani, attraverso gli individui con le loro paturnie, le loro convinzioni e i loro malesseri e debolezze.
Molte delle relazioni del convegno e quindi dei capitoli del volume attingono agli epistolari, alle relazioni della diplomazia che sovente opera “dietro le quinte”: in questa attività e nell’organizzazione del convegno di Plombières, Cavour trovò appoggio nel suo giovane segretario,

 

 

 

Costantino Nigra, impareggiabile nell’individuare le vie segrete per giungere all’imperatore scavalcando la diplomazia ufficiale… E la biografia del Nigra scritta da una pronipote è sostanzialmente inedita, per cui solo pochi possono accedere a una parte dei retroscena più riservati.
Le grandi pagine della Storia sembrano a posteriori “monumenti” che si ergono al di sopra dell’esitenza comune; mentre a Plombières si decidevano le sorti di Stati e dell’Intera Europa, la vita comune dei centocinquantamila residenti in Torino si svolge fra le piccole questioni personali e fra inaugurazioni di lapidi e monumenti, l’apertura della ferrovia per Genova, le burrasche della diatriba sul diritto di voto dei preti, cui già da allora erano imputati abusi e violenze. Molti di noi hanno vissuto anni di terrorismo: anche allora avvengono attentati e sabotaggi, come quello di tranciare i fili del telegrafo fra Genova e Torino da parte di Mazziniani che intendevano così coprire attentati e insurrezioni a Genova. Anche allora si alza l’indice sulla bassa istruzione degli insegnanti. Anche allora si tenta con manifestazioni pubbliche grandiose di esaltare momenti come il decennale dello

 

 

 

 

 

 

Statuto Albertino, ma i festeggiamenti presto languono perché non si ha avuto il coraggio di investire capitali consistenti nelle iniziative e si è puntato troppo suo guadagni immediati: l’avarizia ha le orecchie dell’asino e l’insensibilità del marmo, si commenta sulla Gazzetta Piemontese cioè è dettata da ignoranza e insensibilità. Le diffidenze che ancor oggi serpeggiano fra Nord e Sud e ora nei confronti degli immigrati già nel 1857 si aggiravano fra la popolazione, registrate dai giornali, nonché avvertite da grandi personalità: Le culture d’Italia sono troppo differenti, le divisioni politiche hanno lunghe radici: come si poteva pensare che i lombardi sentissero come loro sovrano un sabaudo?... Il popolo piemontese stesso è diviso…
La Francia di Napoleone III lascia anche tracce nell’architettura torinese, che vede l’influsso del gotico inglese della matura età vittoriana… e poi il recupero delle forme del rinascimento e del barocco… che diventano neorinascimento e neobarocco, sovente contaminati da altri motivi e stili.

Un volume interessante e nello stesso tempo assai piacevole riguardo alla lettura, non destinato solo agli scaffali degli istituti universitari e degli studiosi, ma a tutti: e i lettori vi troveranno tanti spunti simili alla storia recentissima di cui essi stessi hanno esperienza, che la convinzione della ciclicità delle situazioni e, parafrasando

 

 

 

Tomasi di Lampedusa, che tutto cambia ma nulla muta, si fa pericolosamente strada. Pericolosamente, perché la convinzione della ineluttabilità delle cose “che sono così perché è sempre stato così” induce ad una inerzia di fronte alla quale l’iniziativa sovente non molto limpida di alcuni si fa facilmente strada.