il
salotto
di...parlando
Arte
Letteratura Cinema Musica Teatro Mostre Televisione
Nel
Salotto letterario allestito alla
Famija Turinèisa, arte figurativa,
musica, poesia si incontrano.
di
Francesco De Caria
Era
di moda, un tempo, in Torino come in altre città,
l’incontro fra intellettuali tra i quali vi fosse
un qualche filo che mettesse in comunicazione i loro pensieri,
nei salotti – ed è cosa nota: gli inviti a
stampa suonavano presso a poco così: aujourd’hui,
a cinq heures de l’après midi, chez M.me ***,
contrée ***, le poète (le musicien, l’artiste
…) *** lira au publique des compositions poétiques
– oppure présentéra ses tableaux les
plus récents,o ancora jouéra au piano quelques
unes de ses compositions … E gli invitati affluivano
numerosi – fors’anche per non urtare il padron
di casa che aveva organizzato la cosa – e commentavano,
e promuovevano – o bocciavano – e offrivano
nuove occasioni all’artista, al poeta, al musicista.
Naturalmente qualche eco l’evento l’aveva anche
sui fogli che giravano in città, che pochi potevano
permettersi di leggere – perché costavano,
perché l’analfabetismo era sull’85 %
della popolazione – ma che “facevano cultura”
nel senso che trasmettevano le notizie sulle mostre, sui
dibattiti, sull’andamento del mercato dell’arte
e così via e che comunque ancor oggi restano nelle
biblioteche, lì, dopo più di un secolo, a
disposizione di qualche studioso che ha quel “pallino”
… Tanto era sentita la cosa, che talora la cronaca
culturale si corredava – purtroppo – di un seguito
giallo o nero che sia, di qualche lutto, non tanto per duello
– ancora in uso – quanto perché la disperazione
dell’insuccesso che induceva qualche artista ad avvelenarsi.
Grande era dunque il peso degli incontri nei salotti nel
farsi della cultura. Poi non se ne parlò più:
fenomeno aristocratico, altoborghese, venne emarginato in
qualche caffè di alta tradizione, in incontri nei
quali ancora faceva capolino il mecenatismo di qualche industriale
che, vuoi per convinzione, vuoi per moda, vuoi per non scontentare
l’amico o la moglie qualche pezzo lo acquistava, o
organizzava il concertino nel salotto di casa propria, frequentato
da critici, editori e così via. Ma il tutto durò
ancora poco: e fu un grave danno perché il mercato,
quello sotterraneo s’intende, fra amici, si bloccò;
l’artista – sto naturalmente parlando d’
artisti di alta formazione accademica, non dei duminichin,
- che non poteva permettersi certe cose, cambiò mestiere,
o non approfondì temi suoi originali; l’investimento
economico divenne metro di giudizio e fu inevitabile scivolare
in un giro vizioso.
Ora qualcosa sta cambiando. Ritornano
i salotti tradotti in incontri fra esperti, ma soprattutto
interessati d’arte e di letteratura, di musica; ritorna
la “voglia” di parlare di certi argomenti testè
“fuori moda”; il dipinto o il disegno
presentato in pubblico ha una sua dignità di riferimenti
colti – è tramontata a quanto sembra l’epoca
del naïf mal inteso – si torna a parlare e dibattere,
col testo della Summa theologiae alla mano – dei canti
del Divin Poema …
Uno dei salotti si è
ricostituito quest’anno presso la Famija Turinèisa,
circolo non chiuso né esclusivo, ma aperto a tutti.
Si è trattato in incontri monografici animati -peraltro,
rigorosamente alla presenza dell’artista, del poeta,
del musicista con cui si è costituito un dialogo
che taceva da decenni – di musicisti europei passati
per la nostra città – e ce ne furono molti,
come è noto – di pittori, alcuni dei quali
chiusi sdegnosamente e con ragione nel loro raffinato mondo
di meditazione e di affinamento dell’Arte, altri aperti
anche ad esporre spiritosamente i passaggi della propria
esistenza che li hanno condotti alla scelta artistica, affascinante
quanto si vuole, ma severa, piena di sacrifici economici
e di delusioni, tanto quanto la musica… Uno degli
abbagli in cui incorre la persona anche colta, ma che non
ha conosciuto da vicino il mondo dell’arte, è
pensare all’artista come all’uomo di lusso.
E invece quanto meno dalle Vite del Vasari in poi si sa
quanto sa di sale lo pane altrui, cioè il cercar
la mediazione fra la propria vocazione e missione di ricerca
della Verità e il gusto spesso becero di chi “ha
i soldi”, ma non educazione.
L’arte non è artigianato, anche se deve possedere
tutti i segreti tecnici dell’artigianato: gli artisti
improvvisati sono “favole” per incantare il
pubblico e a riprova si vadano a rivedere le biografie dei
cosiddetti naïfs impregnati di cultura artistica raffinatissima.
Negli incontri nella settecentesca biblioteca di palazzo
Clavarina in via Po 43, gratuiti e aperti a tutti per precisa
scelta degli organizzatori, si è sviluppato un dialogo
intenso sull’arte di figurativa,
sull’attualità del poema dantesco, di cui uno
degli artisti invitati ha riproposto l’eterna attualità,
su memorie private legate alla Rivoluzione Russa, le memorie
di chi ha conosciuto una Torino dantan solo apparentemente
differente dalla Torino di oggi, crogiolo sociale, economico,
politico.
L’ultimo incontro si è tenuto con il filosofo
Franco Mazzilli, intellettuale che cerca anche nella rappresentazione
figurativa, nel rapporto matematico tra forme e cromie,
alla luce della formazione filosofica classico-romantica,
un’essenza non della realtà, ma della nostra
concezione della realtà.
Se
Eva avesse avuto una vanga.
Intanto il titolo provocatorio, se è vero che tutto
è andato come è andato a causa della mela,
ha un’origine illustre: secondo von
Arnim la perdita del Paradiso che
avrebbe portato ogni miseria nel mondo si sarebbe evitata
se la Prima Madre avesse saputo coltivarsi un orto: la mela
non l’avrebbe rubata, se la sarebbe prodotta.
Di giardini sono piene le arti, dall’antichità,
nella pittura, nella tessitura – non è forse
vero che per l’Islam il tappeto a motivi vegetali
sul quale il fedele prega simboleggia il giardino primordiale
dell’epifania di Dio? Di giardini d’arte son
piene le illustrazioni, i dipinti: ma non era un giardino
anche il rustico mazzo di fiori di campo posti nel celeste
secchio di plastica del compianto pittore Tomalino Serra?
C’erano i giardini – tappeto che rappresentavano
lo spazio dell’epifania col Dio. C’erano i giardini
segreti delle ragazzine della letteratura inglese –
che però sono luogo estetico, ma anche luogo di fatica,
lavoro, speranze non sempre andate a buon fine… Il
giardino esiste da sempre, dalla Bibbia al mito classico;
c’erano i giardini con la Fontana della giovinezza.
Il giardino omerico e quello augusteo , c’era il teatro
di tante discussioni dotte che erano gli Orti Oricellari;
e l’Alkazar spagnolo, i giardini araboispanici di
Sicilia. Ogni epoca ha il suo giardino, con laghi o con
vasche marmoree. E quando si diffusero i riti del dio Pan,
anche le architetture si adattarono. Secondo lo scritto
di Marazia signora dei giardini era la donna, la dama: un
esempio il grandioso giardino di Caserta voluto dalla sorella
di Maria Antonietta, sposa di Ferdionando IV. Di alcuni
giardini dipinti o tessuti si riconoscono anche le piante:
e tra esse si distinguono i fiori da bulbo importati dall’Oriente
dagli Olandesi, che addirittura vi fondarono società
finanziarie, borse etc.
L’immagine del giardino “falsamente” naturalistico
passa all’arte inglese. Passo dopo passo si giunge
alle grandi metropoli industrializzate, nelle quali i giardini
diventano grandi parchi pubblici con la funzione di polmoni
della città: si pensi fra l’altro alla situazione
di allora con l’uso del carbon fossile.
Giardino elemento architettonico dal rigore geometrico?
Sì nel Rinascimento; giardino come grande parco delle
nere città industriali? Sì, fra Otto e Novecento
Ma anche giardino come occasione di passeggiata intellettuale
e spirituale, secondo Rousseau.
I grandi parchi nelle città industrializzate nascono
nell’Ottocento; a Parigi all’epoca di Napoleone
III, che la letteratura celebrò: Bois de Boulogne;
Bois de Vicennes, parco delle Buttes Chaumont, il parco
di Montsouris. Il giardino è soggetto artistico e
si distinguono soprattutto le pittrici come la Jekill e
la West: ed è evidente che i colori delle varie fioriture
sono in funzione della pittura e viceversa; i fiori sono
pretesto per le scelte di tavolozza. La West trattano dei
giardini come di veri e propri dipinti; ne è esempio
la West stessa, di ricca famiglia borghese. Il giardiniere,
come il Creatore, genera una nuova realtà in cui
la Bellezza armonica è legge. Il giardino è
dunque trionfo del gusto e il giardiniere è l’artista
che deve usare dei colori delle piante e del loro avvicendarsi
come della tavolozza. Ecco perché … ammiri
moltissimo le donne che nel loro sogno botanico si specializzano
ora in erbe glauche, ora in fucsie, ora in rose… Non
è forse alla mia vanga che devo la bontà di
cui Vostra Altezza mi onora? Così disse Le Notre,
giardiniere del Re Sole al Sovrano, che a sua volta riconobbe,
lui, ago della bilancia della politica di mezzo Mondo, Vous
ètes un homme heureux!
Invero un apologo classico, ma ben adattato a questo piacevolissimo
quaderno di Maria Grazia Magliocca Parenti, Marazia, appena
pubblicato in Torino.