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Pino
Mantovani. Una mostra e una monografia.
di
Francesco De Caria
Come
è noto a chi si interessa d’Arte figurativa
di ambito torinese, ma non solo, una delle personalità
più significative – perché raffinato
artista e fine critico/storico d’arte – è
Pino Mantovani, fra l’altro in un paesaggio sempre
meno ricco di figure incisive che alla produzione artistica
di alto livello affiancano lo studio e la conoscenza tecnica,
legati anche all’Insegnamento accademico dell’Arte.
A chi pratica il mondo della critica d’arte torinese,
in fondo, non affioreranno alla mente che pochi nomi, solo
alcuni dei quali reggono il confronto con la grande tradizione
di un passato non troppo lontano.
Presso la Sala Bolaffi di via Cavour
in Torino è stata presentata –corredata da
una mostra significativa che rende conto della formazione
dell’artista, in atto sino al 18 ottobre – la
monografia curata da Ivana Mulatero, dedicata a Pino Mantovani
edita da Giulio Bolaffi.
L’esposizione, ampia e soprattutto significativa,
promossa dalla Regione Piemonte, costituisce un ulteriore
tappa del grande progetto di valorizzazione dei migliori
artisti piemontesi testimoni riconosciuti di una ricerca
formale e creativa nota ed apprezzata da anni ben oltre
i confini della regione.
La curatrice si sofferma sul rapporto fra l’artista
e la Pittura ed esordisce con l’affermazione più
o meno esplicita e più o meno ovvia, esposta comunque
in maniera molto articolata, che Mantovani
– come ogni critico che sia anche artista - quando
tratta di altri parla in realtà di sé, della
propria arte, cercando, trovando, scartando le soluzioni
figurative che di volta in volta incontra. Egli stesso
si è chiesto più volte se non sia cercare
un compromesso fra sé e i Maestri il parlare dell’arte
proposta da altri pittori e scultori.
Il cammino percorso in un trentennio dall’artista
è chiaramente articolato e complesso e muove fra
le soluzioni figurative del Dopoguerra; attinge ad una tradizione
artistica colta, dalle lunghe radici affondate quanto meno
nel Manierismo e nel Barocco, epoche quanto mai accademiche,
e simili alla nostra nella complessità contraddittoria,
nella ricerca di strumenti espressivi che accostano il sacro
al profano - certe estasi di sante sono accostabili al deliquio
e l’ambiguità sessuale di molte figure, anche
sacre, è fatto comune – e nel realismo esasperato,
pur permeato di forte simbolismo.
Nello stesso tempo, Mantovani esprime la
coscienza che ciò che chiamiamo “realtà”
non è che “assemblaggio” di sensazioni
artisticamente tradotte in linee e colori; sono particolari
di figure esterne e mentali, che diventano grandi campiture
di colore, organizzate geometricamente e in rapporti cromatici
che sono lo stemperarsi di un colore dalla sua maggiore
intensità al biancastro che ritiene del colore più
intenso solo una “velatura”, stemperarsi analogo
ad un processo di “limatura” del colore che
si accompagna a quello della figura sino all’essenziale,
come avviene in tanta scultura del Novecento, ma anche in
certa musica sperimentale ridotta ad un solo suono che si
accampa nel silenzio, musica che tuttavia ha radici nel
Barocco. Questa fase secondo noi nodale si pone negli
anni Settanta. Segni traduce la realtà sulla tabula
rasa della mente nelle linee su fondo nero, forse sintesi
o relitto di itinerari più complessi: in particolare
segmenti neri che appena affiorano sul fondo grigio scuro
efficacemente possono evocare il tenue baluginare che la
mente può cogliere in un tutto indistinto.
Famosi artisti nel Novecento hanno realizzato complessi
grovigli di fili di colore vivace lasciato colare sulla
tela; Mantovani traccia linee e segmenti geometrici, con
un inizio e una fine, appena individuabili, fra i quali
uno solo si accampa cromaticamente sulla complessa trama.
Certi disegni di Mantovani possono invece ricordare la linea
che “cerca” una forma, come del resto in grandi
del passato.
Nella ricerca condotta fra modelli classici e disegno industriale
degli Anni Ottanta, la figura umana in pare sparita, trasformata;
in Mantovani ecco che fa capolino un’esplicita classicità,
che ricorda figure marmoree greche arcaiche e classiche,
che diventano puri volumi di solidi geometrici negli anni
Novanta; in esse il classicismo si coniuga in una efficacissima
sintesi al déco.
Da notare anche, nella produzione degli anni Novanta, come
diventi insistente la figura dell’adolescente: in
tutta l’arte di Mantovani – torinese, nato nel
1943, professore all’Accademia di Belle Arti - che
ha radici nel Decadentismo sempre presente, anche nella
sperimentazione, permane l’enigma che è in
quel nodo complesso e inestricabile collocabile psicanaliticamente
nell’adolescenza, allorquando la personalità
dell’individuo esce per così dire dallo stadio
di crisalide. La letteratura proustiana o thomasmanniana
per citare cose note, sottolinea l’importanza di questa
fase della formazione dell’individuo, sulla quale
del resto anche gli studi di psicanalisi insistono. E’
un momento unico; poi fra le immagini della mostra e del
catalogo la maturità, rappresentata dagli autoritratti
odierni o comunque recenti, disincantata, “comune”
rispetto al mistero del kouros, dell’efebo, dell’adolescente,
su cui ci siamo a lungo soffermati.
La mostra, in atto sino al 18 novembre, lascia significativa
traccia di sé nel bel catalogo edito da Giulio Bolaffi,
ricco di testi significativi e di illustrazioni di ottima
qualità.
Torino, “Parlando”, 7
dicembre 2007
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