Il
Cammino di segni incisi di Lia Laterza al Senso del segno.
di
Francesco De Caria
La
mostra che Lia Laterza oggi ci offre
rappresenta la celebrazione di un arco di tempo significativo
lungo il quale si dispiega la sua attività incisoria…
in un tempo di transizione tra Novecento e il nuovo, ancora
in parte incomprensibile e sconosciuto…
Così esordisce
la presentazione curata da Donatella Taverna, che
con chi stila le presenti considerazioni conosce l’artista
dagli inizi degli anni Ottanta ed ha assistito e partecipato
con l'artista e la curatrice a dibattiti e considerazioni
sul mondo e sui modi dell’arte in cui esperienze dirette,
sperimentazioni, ricerche, indagini sulla committenza e sul
pubblico si mescolavano ad incontri amicali ed avevano come
supporto imprescindibile non solo l’amicizia, ma la
reciproca stima. Si trattava in particolare di un gruppo che
amava profondamente la sperimentazione, pur nell’ambito
di una solida formazione “classica” d’Accademia.
Non c’era posto per “avventure” non solidamente
fondate, per improvvisazioni, per l’estemporaneità:
piuttosto c’era largo posto per il confronto con gli
altri artisti, con il mondo della critica e col mercato dell’arte
inteso come termometro di tendenze di cui occorre pure tener
conto - pur senza farne un assoluto cui sacrificare la propria
originalità - in un momento in cui anche i galleristi
erano mossi dal desiderio di far cultura, di sperimentare
nuove vie.
Lia Laterza è allieva
di Calandri e poiché i
grandi maestri danno certamente qualcosa in più che
il semplice messaggio tecnico, da lui eredita innanzi tutto
l’inesausto piacere della sperimentazione, si legge
ancora nella presentazione; e si tratta di una sperimentazione
basata sulla lezione dei grandi maestri, il che garantisce
la sicurezza nella costruzione dell’immagine, la base
certa donde partire per tentare nuove vie. L’apprezzabile
curriculum di mostre indica altresì la volontà
di commisurarsi con i gusti e le aspettative del pubblico,
di valutare una convergenza fra le proprie vie e quelle della
cultura corrente, pur riservando un posto di preminenza alla
propria originalità di ricerca artistica.
L’itinenario percorso dalla Laterza
dal 1974 ad oggi documentato in mostra, va da opere come Viandanti
– quattro figure “senza tempo” in un ambiente
irto e osile - al ritratto pensoso di Eugenia cui è
affiancata l’immagine della digitale purpurea, che la
poesia del Pascoli ha consacrato a correlativo delle inquietudini
profonde dell’amore, a Donne, due volti femminili in
cui è sottolineato l'aspetto di studio anche con la
riproduzione quasi tattile della carta da spolvero.
Questo lungo ed articolato itinerario guarda alla realtà
da almeno due punti di vista: quello “realistico”,
per cui l’immagine è pur sempre decifrabile e
godibile anche da chi non ne colga i significati e i rimandi
profondi, e quello colto, ricco di sottili collegamenti che
vanno dal Rinascimento italiano ed Europeo ai grandi incisori
dell’Ottocento, ai maestri del Novecento, fra i quali,
appunto, il Calandri.
I
soggetti sono tolti da esperienze dirette dell'artista sulla
realtà torinese e del territorio, dalla Palazzina di
Stupinigi a Un cielo a Torino, a Cavalli in cui al monumento
equestre ad Emanuele Filiberto è affiancato, nella
impaginazione psicologica caratteristica dell'artista, un
cavalluccio a dondolo – insieme augurio ad ogni bambino
di diventare un grande e, all'opposto, disvelamento dei fasti
della guerra - a Chiara notte al castello, a opere come La
baita, Notturno al Moncenisio, Capre, Fresco di cantina. Sono
fonte di ispirazione silenti ambienti “borghesi”,
con una patina crepuscolare in cui sono collocate opere come
Interno, Dolce sonno, Fine di una bambola, Lo studio dell'artista;
nature morte che hanno un senso pregnante e sinestetico nell’evocare
accanto alla composizione visiva una sensazione irta, scabra
– rami spogli, pigne secche, fiori di cardo, radici
con bacche… (Larice e licheni) - o molle, “serica”,
rassicurante laddove compaiano ad esempio stoffe e drappi;
e, ancora, aspetti della natura rigogliosa e virente, rappresentata
fra l’altro da grandi alberi ( Frassino ); a suggestioni
rivierasche –ma il mare non compare – di strette
strade porticate, come in paese di mare del ’95. Sono
tutte immagini che emergono dal bianco del foglio, come evocate
o spontaneamente affioranti alla memoria, sovente sovrapposte
in un effetto sapiente di dissolvenza.
La
suggestione grande e intraducibile in parole – fossero
pur migliaia, non saprebbero esprimere che in minima parte
la potenza espressiva di ogni opera- sta nella capacità
di evocare uno stato d’animo, un atteggiamento mentale,
un sentimento si diceva nell’estetica ottocentesca e
primonovecentesca, che conferiscono unitarietà all’opera.
Si resta nella dimensione della rappresentazione del reale,
nelle incisioni di Lia Laterza come nei suoi oli del resto,
con un solido schema di fondo, una partizione dello spazio
che solo un lungo studio ed una perizia acquistata con una
continua sperimentazione sanno dare. Si prendano opere come
un cielo a Torino: la Dora, la scura sagoma della Torino che
vi si affaccia, la grigia collina di fondo, il cielo carico
di nubi che pure si apre sono particolari riconducibili allo
schema di due masse scure fra le quali si incunea un triangolo
di cielo sgombro. Si è fatto questo esempio evidente,
ma in tutte le opere dell'artista –come del resto la
lezione rinascimentale insegna – c’è una
solida partizione geometrica, una struttura che conferisce
grande equilibrio e suggestività assieme alla gradazione
dei grigi, dal nero al bianco, estremi progressivamente approssimati.

La
lettura della realtà che Lia Laterza ci suggerisce,
anche in questa mostra riassuntiva di trentacinque anni di
attività incisoria, dalla personale di Trento del 1976
alla partecipazione a Risorgimento inciso a palazzo D’Oria
di Cirié, ad oggi, ci pare essere quella di una dimensione
intimistica e pensosa, pervasa da grandi silenzi nei
quali si accampano i frammenti di realtà indagati nelle
intime fibre che costituiscono altrettante liaisons fra la
dimensione sensibile e la dimensione psicologica e ideale,
in composizioni che hanno sì un referente certo alla
realtà oggettiva, ma sono espressioni
di stati d’animo pervasi dal silenzio e sorretti da
un atteggiamento caratterizzato dall’osservazione piuttosto
che dal coinvolgimento, dalla partecipazione affettiva
composta e rattenuta, mai “passionale”, da una
costante propensione a contemplare, indagare e interrogare
le forme della realtà, sia essa naturale, sia architettonica
o artistica, alla ricerca non della soluzione ad un interrogativo
esistenziale o cognitivo, ma della pacificazione di una meta
raggiunta, nella consapevolezza che si tratta di una sosta,
di una tappa, di un cammino compiuto, ma che spinge più
in là.
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