Andrea
LAJOLO, DONATELLA LESSIO
Le intronate,
Milano Joker,
maggio 2008, pp. 68.
Gli
autori, specializzati entrambi nell'ambito dello spettacolo,
l'uno partendo dalla prospettiva letteraria, il teatro alfieriano,
e dalla musica medioevale, l'altra laureandosi al DAMS sul
doppiaggio filmico in particolare di Marylin Monroe, compongono
queste parlate per giullara sola, come specifica il sottotitolo.
Si tratta di due pièces, perfettamente
parallele, suddivise in quattro scene ciascuna con gli stessi
titoli ( Lei, L'archipenzolo, Il tiglio della birra, L'acquaiòla),
ma con situazioni diverse o, meglio, dagli esiti differenti.
Forse la chiave è nel monologo d'apertura, Lei, ambientato
nel primo caso in un atrio poco iluminato, un arco sul fondo,
la protagonista – e unico personaggio – in camicia
bianca, senz'altro fronzolo; che ha il corrispettivo nel secondo,
in un ambiente completamente spoglio: unici particolari bianchi
i pantaloni della protagonista, la maschera, la lanterna.
Il primo pezzo è all'insegna
della negazione: Io non sono è la frase ripetuta cinque
volte, e poi … io non faccio, io non dico, io non posso,
io non voglio, io non devo... e così via. Io
sono e mi chiamo Lei: è già una contraddizione
il suo esserci non in prima persona eppur parlare in prima
persona.. Quindi si tratta di monologhi, nei quali la protagonista
dichiara di voler dire ciò che è Essa stessa:
l'elemento che completa il tutto, la pianura che alle falde
del colle completa il paesaggio, e quindi non è specchio,
ma complemento. Altro elemento: la tentazione di essere altro
da quello che si è. Per fare il pastore bisogna andare
a imprararlo in città. Ma la città è
luogo della Storia nel suo farsi e la storia si fa anche attraverso
invasioni e distruzioni. Una caratteristica
del libro – o almeno di alcune sue pagine – è
che, come nelle favole, si intrecciano elementi che poco hanno
a che fare gli uni con gli altri: a Sabbioneta – una
delle sedi degli splendidi Gonzaga penserà il dotto-
ci sono i Vichinghi, niente di meno! E' un ciuco che
impennandosi atterra il Cavaliere del Lavoro; compaiono i
figli del prete. Insomma la pastora trova tutto un mondo al
rovescio. Sino a che trova la normalità facendo la
domestica presso una famiglia normale. Seguono altre situazioni
nelle quali la giullara, donna della terra delle vichinghe,
è armata di un coltello dacucina; è domestica
in una famiglia borghese, decorosa, molto controllata, nella
quale di nascosto la signora vuota a garganella il tubetto
della Rubra. La vita è proprio una commedia, nella
quale c'è una scena nella quale ogni attore svolge
il suo ruolo, e c'è un retroscena, nel quale ognuno
fa quello che mai farebbe di fronte agli altri...
La seconda parte, come si è detto,
drammatizzazione della prima, inizia con le stesse parole
di questa: Se voi foste il gregge, io non sarei il pastore
cioè si ripropone il distacco fra il narratore e il
pubblico e poi troviamo elementi del pantheon nordico,
e ci sono riferimenti all'epica nordica, e ci sono esperimenti
di antichizzazione della lingua: e c'è una derubricazione
sia delle imprese che da belliche diventano bassamente erotiche
squallidamente svolte in una cucina. Ne l'acquaiola c'è
un efficacissimo interno di famiglia borghese. Ma c'è
una significativa divaricazione fra il testo di Laiolo e quello
della Lessio: abbiamo accennato al primo testo, alla scena
della signora che si scola di nascosto la bottiglietta della
Rubra; poi si veste per uscire in società. Nel testo
della Lessio, dopo la scena della rubra, quella del vomito.
Ma c'è chi smaschera le ipocrisie:
l'artista, impersonato dalla giullara ,che afferma: “Non
sento, non vedo...ma parlo”.
Francesco
De Caria
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