
L’arte
di Isidoro Cottino: un ventennio (1988 – 2008)
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di Francesco De Caria
Sono momenti importanti per un autore, scrittore, pittore
o scultore che sia, quelli dei “consuntivi”,
che mostre e cataloghi fissano, in realtà più
per il pubblico e la critica che per l’artista: quelle
che il pubblico individua come fasi a se stanti sono momenti
di un flusso continuo, che traboccano una nell’altra,
con ripensamenti, corse in avanti, ritorni e così
via.
E’
comunque con giustificato compiacimento che Isidoro Cottino
ha considerato le iniziative di Regione, Provincia, Comuni
di dedicare due mostre rispettivamente all’opera fra
il ‘72 e il 2006 e dal 1988 e il 2008 nella primavera
2006 nella Biblioteca Civica di Carignano ed ora fra aprile
e maggio presso i locali di Piemonte Artistico e Culturale
di Torino.
L’opera del pittore e incisore torinese (1938) percorre
un interessante itinerario dalla tradizione sia dell’impressionismo
francese (Montmartre), sia del paesaggismo piemontese, negli
oli degli anni Settanta, decennio che peraltro attorno alla
metà assiste ad una prima apparente “conversione”
ad una pittura che accoglie suggestioni da Dalì,
da Mirò, e in Piemonte da Italo Cremona e Mario Lisa
e da una fase della pittura Europea attirata dall’ambiguità
delle forme e delle situazioni – lo spaventapasseri
è, come in un dipinto di Franco Pieri degli anni
Ottanta tuttavia “metafisico”, insieme fantoccio
e uomo che rosso come il Demonio si anima alle folate di
vento, come un rosso straccio su un bastone (Ultima danza,
Danzando nel vento, Solitudine) mentre continua ad attirarlo
l’ambiguità delle figure, che rimanda al Barocco,
al Romanticismo, al Decadentismo, ma anche alla cultura
attuale che gioca in varie espressioni dell’arte figurativa
proprio ad una doppiezza per cui ogni oggetto non è
quel che sembra. E’ il segno del tramonto della cultura
aristotelica e della fede nel principio di identità,
alla base dell’andamento logico della conoscenza,
e dell’affermarsi del principio analogico. Un bastone
secco in un deserto al tramonto può essere la silhouette
del Crocefisso colto nell’estrema solitudine dell’abbandono.
L’attenzione alle possibilità espressive della
materia in sé, coi suoi spessori, i suoi colori violenti,
acidi diventa predominante dagli ultimi anni del ‘900,
nelle quali i lavori, fatti di cartoni e paste che con la
matericità contrassegnano il carattere dell’opera.
E’ una efficace e ardita sintesi fra l’oro e
l’azzurro lapislazuli ravennate o veneziano e un modo
di far pittura dell’ultimo periodo del XX secolo,
nella quale scompaiono sia le pennellate, sia le figure,
per far posto alle possibilità espressive di metà
Novecento. Nell’azzurro intenso o nel rosso sanguigno
di opere del 2003 e 2004 che impregnano la materia sottostante
– la cellulosa della carta, lavorata ancora in impasto
– si stagliano le silhouettes di una colomba o di
un pavone – entrambe figure ricorrenti nei mosaici
bizantino ravennati che attirano l’attenzione dell’artista.
In questo caso la figura si indovina nelle forme allusive,
nelle “macchie” di colore: è l’ambiguità
dei concetti sui quali insiste il Novecento, ancora in contrapposizione
con l’aristotelismo o il tomismo, le certezze che
solo il mediocre può concepire.
Le
figure che emergono o si stagliano sui fondi in cui ancora
l’azzurro è prevalente, possono ricordare immagini
fantasmatiche che emergono dal buio o dalla nebbia, e rimandano
a suggestioni postimpressionistiche, oppure evocare immagini
tratte da realtà microscopiche, di misteriose strutture
della materia. Romanticismo nordico, decadentismo, pittura
materia del secondo Novecento, sino a Burri, ispirano Cottino,
che mantiene comunque un’originalità nelle
tecniche e nell’impaginazione delle scene, nei rimandi
all’arte pura, ma anche all’arte applicata,
alle vetrate, ai cammei, alle forme dell’infinitamente
piccolo, che il microscopio scopre allo sguardo. Misteriosi
intrichi di linee e di colori si aggrumano o si diluiscono,
come gli atomi che costituiscono la materia. In questo Cottino
rimanda all’artista medioevale o rinascimentale, nel
considerare la materia nella sua struttura, nel porsi quale
alchimista che sperimenta le molteplici valenze della materia
stessa. Ancora un’evoluzione dalla metà del
primo decennio Duemila: i viluppi di linee e di “macchie”,
che ricordano le alghe, o i licheni si incrociano come tracce
di un punto luminoso o di un segmento luminoso in vorticoso
movimento. Si applica alle acqueforti di questa serie la
tecnica di Hayter, che consente un solo passaggio in macchina,
specifica una didascalia dello stesso artista, che intende
sottolineare la grande importanza che la tecnica ha nell’opera
d’arte. “Visioni” monocrome come affioranti
fra le nebbie, che possono ricordare l’impressionismo
romantico o decadente caratterizzano le ultime opere, drammatiche,
grandiose e scheletriche scene indistinte come nella nebbia
di sempre, percorse da misteriosi fantasmi di cavalli alati,
che sfilano dorati sullo sfondo, segno della nostalgia di
un passato mitico. Il connubio fra immagini classiche –
ben presenti nel Novecento- romantiche e tecniche attuali,
come il polimaterismo segna l’attuale meta di I.Cottino,
che tuttavia ancora interroga le potenzialità espressive
della materia e il patrimonio culturale nella sua intera
estensione cronologica.Entra
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Isidoro
Cottino
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di Francesco
De Caria
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dubbi. Un periodo nel quale
sempre meno la cultura - l'Umanità che vi si riflette
- pare capace di elevarsi al di sopra della sfera materiale,
del quotidiano spicciolo (qualunque malessere "deve"
avere una causa fisica, patologica): e le opere di Cottino
sono materiche, non presentano certo trasparenze "aeree",
ricorrono spesso a frammenti di materiali "non canonici",
frammenti di carte, di tele, di fili metallici, con il risultato
di uno straniamento, per il quale le cose sono "forzate"
a esprimere altro da ciò che sarebbero vocate a esprimere.
E' una tradizione che risale al Dada, ma che nei molti decenni
che ci separano dalla nascita di quel movimento, ha conosciuto
molte declinazioni. In Ricordando il Liberty ad esempio
si evocano dell'epoca citata nel titolo i paesaggi esotici,
la chinoiserie in particolare che era tanto di moda tra
fine dell'Ottocento e inizi del Novecento, il ricamo, i
motivi, ma ci si collega, proprio nell'azzurro "polvere"
che fa da sfondo tale periodo all'epoca piu' antica dei
salotti, al Settecento e all'Ottocento, quando nei salotti
azzurri, rosa
si faceva cultura in tutti i campi,
si faceva politica, si concludevano transazioni, anche matrimoniali.
In Alice nel paese delle Meraviglie - presentato a "Estampa",
nel Salon Internacional del Grabado nel 1997 - su una carta
fabbricata personalmente con tecniche antichissime, la silhouette
della ragazzina creata da Lewis Carrol, è ai piedi
di una parete? di un albero? di una quinta teatrale? come
in attesa che esca qualche essere di cui avverte la presenza,
ma che essa non vede, avvolta in un'atmosfera da favola
o di inquietante mistero: forse non per nulla il luccicante
oro della figura si alterna con il nero dello sfondo, il
nero, somma di tutti i colori e quindi infinita possibilità,
come la tenebra donde puo' emergere qualunque forma
La presentazione a catalogo sottolinea per la produzione
dell'ultimo biennio, il senso grande di fiaba, di libertà,
di gioia e la tecnica fortemente materica. Ma dietro a questo
dato generico, proprio di tanta produzione novecentesca,
affiorano gli elementi originali, personali: le tre Croci
del Golgota che l'artista confessa costituire lo schema
di fondo di tante composizioni, la morte dunque, la disgregazione.
Ma l'artista, come il Creatore, sa trovare la ricomposizione,
anche fra le tecniche piu' attuali: la sua opera che nell'effetto
è sotto ogni aspetto pienamente immersa nella contemporaneità,
fa ricorso a tecniche antiche, all'impiego della foglia
d'oro delle icone, a simbologie tradizionali, antiche quanto
la cultura cristiana - il che equivale a dire europea -
, ad artisti ottocenteschi, Odilon Redon, Moreau nella loro
visionarietà, ma - aggiungiamo - anche all'arte degli
anni Cinquanta-Sessanta, gli anni della formazione e della
sistemazione matura della cultura acquisita per l'artista
che allora era nella piena giovinezza, tra i venti e i trent'anni.
Isidoro Cottino ha un profondo senso del "mistero"
e del "sacro". In lui fiaba, nel senso profondo
che i Romantici hanno messo in luce, e sacro hanno punti
di contatto profondi: l'Arte - quando è autentica"
- si situa in una dimensione mentale (mentre per il profano
importante è il riferimento al concreto), il cui
paesaggio è costituito dai riferimenti, dalle citazioni,
dalle allusioni puramente intellettuali: riferimenti politici,
storici, esistenziali sono giustapposizioni di chi guarda
l'opera, e sovente l'artista li sente come affatto estranei.
Egli "avverte" la pregnanza di un segno, avendo
profondamente respirato la storia, la cultura, i costumi
del proprio tempo ma essendosi anche isolato nel "deserto"
come un antico profeta, come un sacerdote della tragedia
greca: e quel segno dona a se stesso e al pubblico, facendo
riferimento a profondi saperi teorici e pratici
Ma
l'artista non stila preliminarmente una teoria, né
a posteriori un "libretto d'istruzioni"; anzi
puo' essere infastidito dal fatto che il pubblico addossi
alla sua creatura questa o quella veste. Un ultimo esempio
riguardante Isidoro Cottino: egli esegue la proprie opere
su supporti quadrati o tondi, perché avverte il fatto
che tali forme sono adatte a questa meglio che a quell'opera.
E vi segue l'opera come la sua fantasia nutrita di solida
cultura la concepisce. E' il "lettore", a posteriori
- e l'Artista stesso, pur condividendo, se ne meraviglia
- a vedere nelle due forme, antichi archetipi cosmologici,
che la fantasia dell'artista ha ripescato nel profondo dell'Essere,
della cultura, della tradizione
La mostra:
Isidoro Cottino. "Impressioni e viaggi nella materia",
"Micro'", Torino, P.zza Vittorio Veneto 10, sino
al 12 marzo 2005.
e-m: galleriamicro@libero.it