Un’antologica
al “Senso del segno” sotto il segno di Proust:
disegni e tirature di Guido Bertello.
di
Francesco De Caria
Un’altra
epoca, sia pur recente, fatta di dialogo e di profondi contenuti
supportati da vasta cultura, si respira nelle esposizioni
come quella appena inaugurata a Torino nei locali del “Senso
del segno” in via Duchessa Jolanda 34, dedicata a
Guido Bertello, grande personalità
del panorama artistico della città, scomparso nel 1993
prematuramente, essendo nato nel capoluogo piemontese nel
1929.
Un artista è personalità complessa
e completa: dagli anni Cinquanta Bertello
non disdegna di collaborare con grandi case editrici di cui
allora Torino era ricca, come illustratore, attività
“artigianale” si dirà, ma complessa, che
costringe ad approfondire la storia del costume, i grandi
avvenimenti storici, la storia del paesaggio urbano e rurale,
e che costringe ad una sintesi potente che fa di un’illustrazione
il compendio di un intero capitolo, di una copertina la sintesi
di un’intera opera; così come non disdegna di
insegnare l’acquerello in corsi aperti ad adulti, nei
quali l’artista è “costretto” a chiarire
innanzi tutto a se stesso i concetti che deve insegnare ad
altri.
Un artista si distingue da
un pur abile esecutore di dipinti anche per la capacità
di “farsi impregnare” delle realtà che
rielabora e riproduce nelle opere non secondo i parametri
della realtà sensibile, ma secondo una realtà
intima, di livello più alto, in
cui quanto affiora dal subconscio – ecco l’influenza
di Proust
sul Nostro – viene trasformato in immagine, secondo
un linguaggio efficace fatto di linee e di campiture di colore.

Marcel
Proust
Quando
Bertello esprime
gli affioramenti coscienziali e memoriali della propria infanzia
raggruma attorno ad un ideale asse verticale al centro del
foglio angoli della città o interni di appartamento,
figure evocati da un particolare, da un “frammento”
di una realtà ormai sepolta dagli anni trascorsi: e
si tratta di memorie emergenti da una nebbia resa dalla monocromia
dominata dal tono verde acido / biancastro dei dipinti o dal
bianco del foglio dei disegni e nelle incisioni, che diventa
parte integrante dei mezzi espressivi dell’artista;
è infatti correlativo dell’indistinto nel quale
ogni vissuto è condannato a stemperarsi, a perdersi,
talora affiorando alla memoria individuale, necessariamente
unica e “sola”, poiché fatta di situazioni
oggettive deformate dalla sensibilità, dagli slanci
e dalle paure, dai momenti di serenità e dai più
frequenti momenti di mortificazione che ogni bambino ha dovuto
attraversare nella propria formazione…
Ed ecco il profondo segno del nero
tramway
che passava per Piazza Vittorio ci
diceva, ed ecco le figure di anziani e soprattutto di anziane
che rimandano a nonni e zii, fra i quali l’artista ha
trascorso la propria infanzia – che diventa infanzia
di tutti – figure nelle quali le profonde occhiaie ammiccano
alla morte che ormai quelle persone ha annullato e che sopravvivono
solo nel ricordo di chi è loro sopravvissuto;

ecco
la giostrina – azionata a mano, a spinta dal giostraio
ci specificava – con i suoi cavalli di cartapesta,
illusione
infantile di gloria e di chissà quali gesta, ecco il
giocattolino di latta che si muove con un ressort a molla,
in un fascio di luce bianca che lo fa affiorare dal buio,

ecco
il venditore di palloncini – povero dispensatore di
illusioni pronte a disperdersi nel nulla
– ecco le tante vecchine che nella nera veste, nelle
nere occhiaie esprimono l’approssimarsi della tenebra
che di lì a poco le avrebbe avvolte… Nelle
memorie del Bertello erano nonne, zie che ormai il Nulla aveva
inghiottito già da tempo; ed ecco figure di giovani,
cugine, amiche di famiglia, che esprimono i turbamenti del
ragazzino che avverte l’esistenza di un mondo altro,
diverso, affascinante e inquietante, non meno che le rughe,
le profonde occhiaie, le nere vesti delle vecchine ….
La memoria individuale dell’artista diventa insomma
memoria di tutti gli individui che osservano quelle opere
e, ad un livello più alto, diventa occasione di meditazione
sul senso dell’esserci qui e ora avvolto dall’infinito
bianco del Nulla; la scena rappresentata è composta
di oggetti e figure evocati ed accostati per analogia e non
impaginati secondo una logica connessione spaziotemporale;
l’analogia predomina, nel senso dell’infanzia
trepida, talora offesa, curiosa e sempre timorosa che si universalizza
come espressione efficace delle insicurezze, dei timori, dei
trasalimenti che caratterizzano anche la vita adulta.
Ma non è neppur questo, secondo noi, il profondo senso
delle opere grafiche di Guido
Bertello, di cui l’esposizione al “Senso
del segno” è efficace antologia: il senso profondo,
riposto di quelle opere, come il senso riposto delle evocazioni
frequenti della propria infanzia che l’artista faceva
nei discorsi fra amici, è lo sgomento di fronte alla
constatazione della fugacità dei momenti della vita.
Non per nulla tanti suoi personaggi hanno nel volto scheletrito,
nella pelle raggrinzita, nelle profonde occhiaie, nelle nere
vesti, già il segno della Morte: e, come fantasmi affioranti
nel buio della memoria, ricordano –
come
in certe ballate di François Villon, nei romanzi
di recupero memoriale, in tanta filmografia anche recente
– non solo la brevità dell’esistere, ma
il frantumarsi della complessità della persona in mille
frammenti riposti nella memoria di chi sopravvive….
Il disfarsi del corpo, reso nei disegni e nell’opera
incisoria del Bertello dal procedere ora parallelo ora intrecciatesi
con altre linee sì da evocare una indeterminatezza
della figura, è analogia del disfarsi di tutta la personalità
di chi è scomparso. E’ illusione – per
l’artista - anche la sopravvivenza nel ricordo….
Era affabile Guido
Bertello con gli amici, nelle
occasioni di incontri amicali; ma tale affabilità nascondeva
un amaro senso dell’esistere rapportato al Nulla che
avvolge ogni cosa: ed ecco l’insistere su alcuni ricordi,
su alcuni personaggi ormai scomparsi, su situazioni della
Torino della sua infanzia, su situazioni che segnano ogni
individuo; ed ecco il segno che talora si fa aspro ed irto,
il colore che talvolta si fa acido, la predilezione per il
momento dello sfiorire delle cose…
ALCUNE
OPERE DI GUIDO BERTELLO
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