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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 


Goya e i disastri della guerra.
di Francesco De Caria

Vi sono molti modi di mantener viva la memoria di eccidi pianificati, di massacri freddamente progettati “a tavolino”, purtroppo perpetrati da sempre nella storia dei popoli, da quando Caino uccise il fratello; certi miti della teogonia classica fanno risalire anche agli dèi la pratica dello sterminio dei simili, per affermare il proprio potere. Vi è ben stato chi ha predicato la pace e condannato sotto ogni aspetto l'orrore della violenza, ma solitamente è stato a sua volta messo a tacere con la violenza: la storia del Novecento è piena di questi fatti storici, alcuni eclatanti e continuamente rinnovati nella memoria – lo sterminio degli Ebrei sotto il dominio nazista in primis che tanta eco ha avuto ed ha nella letteratura e nella cinematografia soprattutto – , le”purghe staliniane” e altri passati sotto silenzio, per opportunismo politico, come lo sterminio degli Armeni da parte dell'Impero turco nel 1917, intessuto di indicibili efferatezze.
Anche una battaglia è un atto di orribile violenza, anche una guerra: e le memorie dei due conflitti mondiali, e soprattutto del secondo che con i bombardamenti e con la guerra civile ha dilaniato dall'interno il tessuto stesso delle popolazioni, ci sono tramandate da opere letterarie e da raccolte di documenti quanto mai efficaci. La guerra -anche in passato, quando non esistevano i bombardieri o i lanciamissili – è sempre stata devastante, con il suo corteo di violenze delle soldataglie sui civili: anche il soldato che è stato “drogato” dalla sfida del rischio della morte, dallo sprezzo per l'altro, della violenza che è figlia sovente della paura, diventa belva. Eppure del valore in battaglia si è fatto a suo tempo un valore in assoluto, variamente giustificato. Ci sono stati autori che hanno rivisitato la storia dal suo interno, rovesciando “i panni sporchi” dei potenti e andando a far visita alle case della gente comune o dei poveracci che la guerra la subivano come carestia, stupri delle soldataglie, prepotenze degli ufficiali e delle autorità e c'è stato chi, come Brecht – o ggi un po' dimenticato dal Teatro, dai media, dai programmi scolastici - ha dimostrato come non sia prerogativa della guerra dichiarata tale violenza dell'uomo sull'uomo. Anche in passato ci sono stati tali orrori, sin dagli autori dlle pagine della Bibbia o dellaa storia e della tragedia greche.
Nel periodo in cui si rinnnova annualmente il ricordo - che risuona come ammonimento di più vasta eco – della shoah, fra le tante iniziative che la Città di Torino ha patrocinato segnaliamo una mostra ed una pubblicazione, che dolorosamente evidenziano in quante occasioni l'uomo si è macchiato del sangue del fratello. Alla Biblioteca Nazionale Universitaria è in atto sino al 28 febbraio, corredata dal relativo catalogo la mostra Goya, I disastri della guerra, che riprende il titolo che l'autore stesso diede ad una incisione che riporta una precisazione, che ne fa un documento: Desastres de la guerra. Y li vi, “li ho visti io personalmente i disastri che la guerra provoca”, una serie portata a termine nel 1820, ispirata alle atrocità che i napoleonici operarono in Spagna da quando la invasero nel 1808. L'artista vuole documentare quanto ha visto direttamente o quanto gli è giunto come racconto da chi è stato protagonista di tragiche vicende (…) non esalta e non parteggia per nessuno dei guerreggianti, ciononostante la sua opera non è una cronaca distaccata, ma è partecipazione commossa e sgomenta(....) L'artista vuole mostrare quello che ritiene il vero e perenne conflitto, la lotta fra ragione e bestialità che porta l'uomo a compiere ogni genere di crudeltà … sottolinea la curatrice del catalogo, Carla Parsani Motti, essa stessa raffinata autrice di incisioni, che per questo si sofferma anche sulle tecniche messe in atto da Goya (la cui vita si estende dal 1746 al 1828, riconosciuto come uno dei massimi autori in questo campo, sin dai suoi tempi, quando fu nominato primo pittore di camera del Re di Spagna). Nella sua esistenza l'autore conobbe vari periodi contrassegnati da guerre e violenze, dall'occupazione napoleonica, alla rivolta degli Spagnoli, che culmina il 2 maggio 1808 con la feroce repressione e le fucilazioni che sono soggetto di incisioni famose dell'autore,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

che peraltro mantenne una posizione ambigua, giurando fedeltà Giuseppe Bonaparte e poi rientrando alla corte di Ferdinando VII nella Restaurazione. Debolezze dell'uomo Goya, che nulla tolgono all'efficacia delle sue opere che restano documento di una ferocia talora inaudita: ferocia dei soldati e ferocia degli insorti, come nella serie Con razòn o sin ella , Las mujeres dan valor y son fieras, Para eso habeis nacido e ancora laddove la ferocia del soldato si assomma alla miseria morale dell'uomo-soldato che deruba i cadaveri delle loro vesti (Se aprovechen) o all'accanimento e alla vigliaccheria del populacho, del popolino nei confronti del nemico ormai abbattuto. Abbiamo accennato all'almeno apparente “barcamenarsi” di Goya fra Monarchia Spagnola e Napoleone: ci sono incisioni che esprimono un'amara considerazione della Storia e quindi dell'uomo. Sovrano legittimo o Napoleone o Rivoluzionari Sarà lo mismo e Tanto y màs cioè sarà sempre lo stesso se non peggio: l'essere umano ha istinti belluini, sia egli soldato (Qué hay que acer màs? -cosa si potrebbe far di peggio?,si domanda sgomento l'artista di fronte ad una scena di squartamento) sia uno del populacho. Ed ecco che le mostruosità compiute dall'uomo sull'uomo, prendono tangibilmente forma, come mostri, uomini pipistrello, o uomini asino, o uomini corvo (Farandula de charlatanes). Dunque l'umanità,come la Verità son morte (Murìo la verdad), ma i mostri che la attorniano avrebbero ben paura si resiscitarà. E' questa l'ultima incisione presentata nel bel volume catalogo che rimane come eredità della bella mostra, che molto fa riflettere in un'epoca di violenza diffusa, di incertezze e di decadimento di valori, di scontri senza rispetto dell'altro nella sua dignità umana, quale purtroppo si profila a tratti anche nella nostra storia e nella realtà che stiamo vivendo.

Goya, Los Caprichos, fra Illuminismo e visionarietà romantica.

di Francesco De Caria

Vi sono autori che appartenendo al patrimonio culturale comune, finiscono per essere conosciuti ai più a orecchio, si potrebbe dire, cioè alquanto superficialmente, se non proprio solamente di nome. Tanto più oggi, quando, avendo abbandonato la Scuola de facto e sovente per necessità, almeno nell'istruzione primaria e in alcuni tipi di istituto superiore, itinerari schematici ma efficaci nell'ambito della ricostruzione del patrimonio culturale “classico”, il pubblico ha sempre più incerti punti di riferimento in questo ambito, per cui tanti artisti finiscono nell'elenco di nomi che non si sanno più situare in un percorso storico e culturale in genere e di cui a bruciapelo non si saprebbe più dire nulla. Benvenute dunque le manifestazioni che tornano sugli autori fondamentali della nostra cultura.
L'Istituto per la tutela, la conservazione, il restauro dei beni librari e cartacei (IREL) di Torino ha promosso l'esposizione dei Caprichos di Goya, accompagnata da un bel catalogo, curato da Franca Porticelli, Gianni Vurchio, Carla Parsani Motti, che si articola nelle sezioni Il tempo di Goya, Tra fantasia e critica sociale, Los Caprichos, gran teatro del Mondo,

Los Caprichos, una proposta di lettura, corredate dalle note biografiche sull'artista - che consentono anche di cogliere i meccanismi attraverso i quali Goya come vari altri artisti, di indubbio valore peraltro, riuscirono a imporsi - e dalle riproduzioni delle incisioni goyesche, accompagnate da didascalie con precise indicazioni cronologiche e tecniche.
Lunga l'esistenza di Francisco Goya y Lucientes, ottantadue anni fra il 1746, quando nacque a Fuendetodos presso Saragozza da un decoratore e da Gracia Lucientes, di origini aristocratiche, e il 1828. Dai dodici ai vent'anni si estende il periodo di formazione artistica e culturale presso gli Scolopi di Madrid e la Real Academia de San Ferdinando. Tale periodo prosegue a Roma fra il 1770 e il 1771, quindi attiene subito in Spagna una commissione: la decorazione a fresco del coretto della chiesa di Nuestra Señora del Pilar della certosa dell' Aula Dei a Saragozza. Le commissioni si incrementano dopo il matrimonio con Josefa Bayeu - dalla quale avrà tre figli, Eusebio, Francisco de Paula, Javier - sorella del pittore di corte Francisco, per il cui interessamento ottiene l'incarico di eseguire i cartoni degli arazzi per la Real fabrica de Santa Barbara destinati all'arredo delle residenze reali: si tratta di scene di vita popolare – secondo una tradizione radicata in Spagna quanto meno dal Seicento - che hanno grande successo anche presso i circoli aristocratici di Madrid. Nuovi affreschi gli saranno commissionati dopo la sua elezione a membro della Real Accademia di Belle Arti e a “Pittore del Re”. In questa funzione esegue fra l'altro ritratti della famiglia reale (1788-1791). Per l'accademia di San Ferdinando esegue gli undici Divertimenti popolari, che rientrano già nella dimensione del “capriccio”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

, genere il cui nome - mutuato dalla musica (superfluo citare i Capricci Paganini, peraltro grosso modo contemporaneo del nostro artista) - indica un'opera di piccole dimensioni e di soggetto fantastico e stravagante.

 

Intanto opera alle realizzazione di capolavori quali La famiglia di Carlo IV, Maya vestida e Maya desnuda. Dopo l'ascesa al trono di Ferdinando VII, è incaricato di eseguire un ritratto celebrativo del sovrano a cavallo. Con scarsa coerenza, almeno ad uno sguardo superficiale, l'artista giura fedeltà a Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone le cui truppe hanno occupato la Spagna nel 1808 e contro il quale si scatena un'insurrezione popolare repressadal Francese con straordinaria ferocia. Il raccapricciante spettacolo ispira la serie di incisioni Los desastres de la guerra e due dipinti,

 

 

 

 

 

 

 

 

Due maggio Fucilazioni del 3 maggio 1808 e la bufera . Quando col Congresso di Vienna Ferdinando VII rientra a Madrid, Goya pagherà la reazione anche religiosa che segue, dovendo rispondere alla Censura di oscenità per i due dipinti della Maya. La violenza e la follia che hanno accompagnato l'avventura napoleonica e il rientro dei sovrani ispireranno Los disparates, Follie e la Tauromaquia - la corrida è spettacolo intessuto di ferocia e di sangue che attirò anche l’attenzione di vari autori ottocenteschi, fra cui Prosper Mérimée autore della novella Carmen, musicata da Bizet, e novecenteschi, come è noto, Hemigway in primis. Fra il 1820 e il ‘23 esegue le pitture nere, espressione di un periodo travagliato della sua esistenza: fra l'altro è perseguitato politicamente per le sue simpatie liberali. Trasferitosi a Bordeaux, temendo di essere coinvolto nelle repressioni spagnole, vi soggiorna sino al 1828, anno della morte. Nella città francese sarà tumulato e resterà sepolto sino 1919, quando le sue spoglie saranno traslate a Madrid, al monastero di S.Antonio de la Florida.
Si ritrasse in una famosa acquaforte (tecnica per la quale la lastra è corrosa dall'acido e non solcata dal ferro apposito) con interventi a bulino, con cilindro, sciarpa e pastrano, di profilo, mentre guarda di sottecchi l'osservatore. E' lo stesso modo in cui l'artista guardò alla realtà del proprio tempo, in atteggiamento critico come effettivamente fu quando ironizzò talora in modo tragico sulla presenza di “mostri” nella vita comune – è questa l'ironia, vedere il mostro nelle apparenze della “normalità” - dai battuti della buona morte che accompagnano la sposa all'altare come il condannato alla forca, alla bambinaia mostruosa, al viandante ammantato che si rivela essere la Morte, alla donna creduta sincera, che invece è una prostituta, ai clienti di un’ osteria, vestiti di grandi cappe come gli ospiti dei manicomi, al repellente e ricco vecchio che aspira alla mano di una povera ragazza, il cui sacrificio darebbe tranquillità economica alla famiglia, alle numerose vecchie che avviano le giovani alla prostituzione, talora madri o zie, agli ipocriti che si divertono a guardare la povera donna di vita esposta alla berlina, con un cappellaccio in testa ... La pietà è per le povere vittime della miseria, della politica, di una religiosità che ha tradito il Vangelo: forse anche per questo Goya insiste sul tema delle prostitute, perché sono persone in balia di profittatori e perché suscitarono le parole e i gesti di pietà del Cristo. Una caricatura estrema è quella che caratterizza la serie degli asini:

 

c'è l'asino maestro, l'asino cantante, l'asino medico, per cui il paziente morirà più per le cure che per il male. Compare anche la famosa El sueño de la razon produce monstros, poi assunta come immagine dell'Illuminismo, anche se il significato della tavola spinge a considerazioni più generali, e così via, sino alle immagini delle streghe che partecipano al Sabba col Diavolo, anche in riferimento all'impiego di allucinogeni nelle riunioni di “streghe”. E alle streghe

 

Goya dedica molte incisioni che rinviano al Sabba e ai suoi riti assurdi e volgari. I volti si avvicinano sempre più all'immagine del teschio, la mostruosità è morte o animalità: se si intendesse operare un accostamento all'arte torinese dei nostri giorni, si potrebbe pensare a opere di Colombotto Rosso.
Il catalogo, alquanto suggestivo e significativo, si conclude con Nessuno ci ha visto. E' l'ora, dalla curatrice indicato come la fine di un rito sabbatico, sul quale si sono soffermate le incisioni precedenti, ma che potrebbe essere considerato semplicemente come il termine di un'abbuffata di vino da parte di tre grassi frati, nei cui volti alla soglia del bestiale – che ricorda certe caricature medioevali e del Rinascimento soprattutto tedesco- nulla permane dell'ascesi, seduti accanto ad una botte.
Dunque la vera “stregoneria”, i veri mostri si annidano nella vita comune, vissuta dai più in una “normalità” animalesca, perché incosciente; ed è una incoscienza che si estende dalla vita privata alla vita pubblica alla dimensione religiosa. Incoscienza di che? Della dignità di esseri umani, che troppo spesso – nel “sonno della ragione”- scivola nella brutale consuetudine, nell'abbandono ai desideri del momento, senza prospettive e senza aspirazioni.
In fin dei conti anche la famosa opera che ritrae fucilazioni da parte delle truppe napoleoniche, riportata in ogni libro scolastico d'arte o di letteratura, pur se collegata all'area realistica o espressionistica per il volto urlante di una vittima, rappresenta mostri: e sono i mostri della politica di conquista, dell'occupazione militare, che affiorano. Mostri che nessun'alba sino ad ora ha fatto svanire.