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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

Parlando ancora di Giulio Bulgarelli (1981 - 2007) di Donatella Taverna

 

Recensendo il Diario di Giulio Bulgarelli, quasi tutti sono partiti da un aspetto biografico, perché un evento del tutto inatteso ha stroncato la vita del poeta a 26 anni. Certamente un fatto simile non può non toccare o commuovere. Ma anche molti altri letterati – Corazzini, Campana, la Plath, Gozzano e perfino Leopardi, per fare qualche nome fra i più noti – sino stati portati via dalla morte più o meno precocemente, senza che ciò abbia determinato alcun mutamento nella valutazione del loro scrivere.
Di fatto, quello che colpisce non è un pur presente cammino da una poesia più adolescenziale ad una più matura ( che molti commentatori si sforzano di dimostrare “ compiuta” per dare un senso ad un’esistenza, cosa peraltro fuor di luogo in queste sedi ). E’ ben più significativo esaminare l’aspetto linguistico, assolutamente particolare e distaccato da ogni tendenza attuale, compreso il rinascente plurilinguismo. Qui esiste un bilinguismo, ma sottaciuto e originalissimo: infatti, lingua materna di Giulio Bulgarelli è il Russo, dunque una lingua con strutture e tipizzazioni lessicali molto diverse da quelle proprie dell’italiano, ed anche – e qui è fatto fondamentale – con un repertorio di suoni affatto diversi.
E’ dunque evidente che il pensiero dell’autore assume dei ritmi che accomunano le due esperienze di struttura e di suono: si vede con molta chiarezza nella coesistenza di stilemi alla Leopardi, elisioni e troncamenti non consueti all’italiano, lessico giovanile attuale, ritmi insoluti di frasi, talora corrispondenti a periodi sospesi grammaticalmente.
Il risultato è un linguaggio nuovo, piuttosto aspro, ripetutamente franto, di sicuro ad esprimere una possibile soluzione per un tempo che molto fatica a trovare una sua voce vera.
Non può non colpire l’uso di “viride” in luogo di verde, di “et “ per “e” o l’eufonico “ed”, o di nelattributi semplicemente inconsueti, come “interinati secoli” o ancora “un urlo laminante desdeva…. nel mio occhio”, “una ferita cria e in finitura”….

Strana creatività linguistica, che si perfeziona nel costante e quasi ossessivo troncare le parole, anche in contesti apparentemente non opportuni e non compatibili di solito: “stetti, esul, come Adamo”, “ma le gambe mi reggevan “ (in fin di verso), “inver ‘reale”, o addirittura, mi par, volando avan’, mi mostri via” e così di seguito, in moltissime e sempre inconsuete varianti.
Come un incalzare delle parole, troppo urgente perché la scrittura segua (non è un caso che quelli della sua generazione scrivano xè, xò, cmq, gg, thx, we, o tvb o si servano di emoticons nell’u7rgere della parola, ma anche in una pigrizia che non è inerzia, ma timore del superfluo) come un’ansia di vivere e di dire, che adombri però anche imbarazzanti silenzi.
“La condizione umana / [….] / credere di aver camminato, scoperto, esplorato, / e poi precipitare nel …. “. E’ proprio così la poesia, con i … dopo nel con una in definizione che prelude al finale ateismo non voluto “ho freddo / ho freddo / senza Te”.
Lingua aspra, per un oggetto indefinibile, per un tema tanto alto che si teme o si crede di non poterlo esprimere, ma per cui comunque si collauda uno strumento espressivo assolutamente nuovo
e (forse) assolutamente privato, non per escludere il lettore, ma anzi per trascinarlo in uno spazio linguistico rinnovato, forte, incisivo, tale da costringere a pensare in un modo diverso, esso pure rinnovato, proteso, nonostante tutto, ad una futura memoria.

Il messaggio in bottiglia di Giulio Bulgarelli (1981 - 2007).
Diario, ed. Genesi, Torino 2008

di Francesco De Caria

E’ sufficiente percorrere gli ultimi quaranta titoli dei duecentotrentatre pubblicati dalla editrice torinese, per rendersi conto delle scelte per la collana Scommessa: l’eterna domanda sul senso dell’esistere in relazione al tempo, al dolore, ai sentimenti, agli ideali, alle azioni che paiono più degne di sorte privilegiata di prospettive a lungo termine, almeno, se non “eterne”. E prospettive dall’essenza più “tangibile” della dimensione eterna proposta dalle religioni storiche.
Il senso della vita – nella prospettiva della sua conclusione – pare tanto più contraddittorio e incomprensibile quanto più un’esistenza è stata esuberante, animata da mille interessi, animata dalla ricerca di risposte perseguite non astrattamente, ma attraverso la serietà nello studio, nell’applicazione all’arte, alla dimensione creativa in particolare nella poesia e nella musica, uniti ad un’allegra esistenza fra amici e in famiglia, piena di promesse e prospettive lusinghiere; e a ventisei anni la fiamma si spegne a causa di un’improvvisa ischemia che conduce al coma ed alla morte.

Sono queste le vicende, le “contraddizioni” che da sempre hanno indotto alla riflessione, all’abbadono alla Volontà di un’Ente Supremo nella dimensione religiosa, dalle espressioni primitive, naturali, sino alla meditazione delle cosiddette Religioni superiori. Anche Abramo, Isacco, Giacobbe, anche il Cristo hanno vissuto profondi momenti di dubbio e di impotente ricerca di fronte all’apparente aporia dell’esistenza.
Sia la formica che per tutto il giorno si è affannata ad accumulare provviste per tutta la comunità, Sia Giobbe “chissà perché” punito dalla peste, sia gli abitanti di Pompei ed Ercolano, dai mille progetti, dalle mille aspettative, dalle mille soddisfazioni date dalla carriera, dalla ricchezza, dai prestigiosi matrimoni hanno vissuto e sentitoi, magari nell’ultimo istante, l’aporia che fa ombra alla logica esistenziale, soprattutto la logica dell’Occidente, di sistematizzazione aristotelica e quindi finalistica .

E’ pur vero – ma è facile affermarlo dall’esterno, affondati nella poltrona del salotto assorti in amabili conversari o in letture poco impegnative – che tutto ha un senso e che comunque un giovane come Giulio Bulgarelli ha già avuto la sua parte: famiglia colta, facoltosa, dagli ampi orizzonti, dalla poliedrica cultura date le origini russe della madre e dagli interessi del padre, laurea in Fisica, ampie possibilità di approfondire l’ambito filosofico letterario che lo appassiona, di studiare musica e di suonare a livelli di professionismo incipiente ….
Tanti giovani buttano via la propria esistenza fra i banchi di scuola, ai tavolini del bar, nelle sale gioco o di musica che stordisce e che abbrutisce la stessa dignità dell’aspetto umano in mosse inconsulte …
Chissà, quanto Giulio ha conosciuto in pochi anni negli studi, a teatro, nei viaggi è certo più di quanto migliaia di individui hanno sprecato nella noia e nello sbradarsi …

Non ci sentiamo di esprimere riflessioni: non è poi tanto banale il manzoniano nui chiniam la fronte … con quello che segue nel 5 maggio.

Ci pare piuttosto degno omaggio al giovane Bulgarelli citare qualche suo verso, fra quelli stilati dal 1998 al 2006, anno del manifestarsi del male , che troncò la produzione poetica, manifestatosi subito come coma profondo. Sandro Gros Pietro che ha curato la prefazione si sofferma sulla “impossibilità di vedere il bene assoluto”, rilevando che questo non significa che esso non esista e in un altro passo, con riferimento kafkiano, forzando un poco il senso per adattarlo convincentemente alla situazione, afferma che se lo scarafaggio non può vedere i colori del mondo perché non ha un apparato visivo che glielo consentono, ciò non osta al fatto che i colori esistono in tutta la loro meravigliosa gamma. Il pensiero di Bulgarelli è attento alle possibilità umane, ma non è insensibile all’infinita dimensione del Creato.

Qua e là nel pensiero del venticinquenne Bulgarelli affiorano considerazioni sul non senso dell’esistenza e della storia con le loro violenze e ingiustizie: anche in queste occasioni affiorano riferimenti a considerazioni che compaiono nelle pagine bibliche, alle meditazioni di Giobbe e persino al momento di “disperazione” del Cristo “Perché?”. Dice il Bulgarelli: Qual è stata la colpa nostra /…/ chi fu colpevole?/ L’umana specie, il Drago, un Dio?/ distratto? forse è stata mera fatalità / Sono enigmi e risposte che trascendono l’uomo , che avrebbe detto Leopardi, trascendono la possibilità di comprendere del semplice pastore,, che nella solitudine del deserto, alla tenue luce della luna - ma è evidente in Leopardi il riferimento ai misteri isiaci – si chiede il senso non del dolore, ma dell’assurda ciclicità delle azioni umane.

Talora – ed anche qui i riferimenti alla poesia realistico/esistenzialistica novecentesca sono evidenti – le immagini sono tali da sbigottire: cosa resta dell’esistenza? Fazzoletti di carta accartocciati / sulla strada , ricordi stracciati gettati per terra (…) Oppure ci si rende conto della vacuità dell’esistenza, nonostante la sublimità delle immagini di ascendenza dolcestilnovistica: che senso ha l'aver contemplato l’incanto dei colori che screziano l’occhio, il nero, il blu oltremare, il terra di siena , colori di uno sguardo che tentano di andare al di là della volta celeste? E colpisce che accanto alla sublimità dell'evocazione di quello sguardo vi sia un'immagine di tono tanto basso: lo sguardo di quegli occhi volto in alto ... fila come formaggio dai miei occhi al cielo / sempre alla ricerca della demenza / e della schizofrenia. Come rimedio al dolore. E così svanisce nella mente del lettore l'immagine del poeta romantico che cerca al di là della volta celeste – cui lo lega il potente sguardo dello Spirito - il perché delle cose del mondo, per lasciar violentemente posto alla “stomacante” immagine della mozzarella filante dal piatto alla bocca dell'avventore della pizzeria. Il che è come dire che il pensiero occidentale – magari mescolato alle filosofie orientali di moda dagli anni Sessanta Settanta e che un occidentale non potrà mai comprendere a fondo con i suoi procedimenti logico-matematici l'esssenza delle cose – non sa andare oltre i quattro muri della stanza in cui si trova a dibattersi vanamente.

Bulgarelli ha ben diritto – nonostante la giovane età – di parlare seriamente e non come esercizio retorico o sfogo sentimentale di tanti adolescenti di Vita e Morte che presto la sua esistenza conosce da vicino: resta presto orfano di padre e solo dopo qualche tempo di travaglio interiore può tornare alla compostezza classica quando parla del Camposanto in cui il padre riposa; nei toni pascoliani e carducciani, nella dicotomia fra serenità e solarità della giornata e senso freddo della morte: chiaro risplende un bel sole nel cielo, /allegro canta il passero, con zelo / alla bella, dall'allor che ti adombra /.../ Tu vivo fosti, mi desti il tuo amore / or dormi eterno in cotanto splendore (...).
Con reminiscenze baudelairiane, sbarbariane, montaliane canta nello stesso 2005 che L'esistenza non è essenza: (...) Io non sono stato, ora non sono / e mai sarò. / Sono la foglia secca di primavera / sono la foglia gialla che non cade / sono la pozzanghera che ristagna /.../ sono lo specchio che specchia se stesso / sono un vecchio libro pieno di polvere ...

C'è anche – tutt'altro che banale – il tema dell'ennuy e di una sorta di aristocratica incapacità di comunicare, unita ad un'adolescenziale volontà di distacco, di cui pure ci si sente ancora incapaci, che fa ancora paura come il sopraggiungere – nella solitudine e nell'incapacità ancora di comunicare - della sera lontano da casa: Una sera, pieno di noia /volendo uscire un pochino / e stare lontano da mamma / sempre vicina, sempre appresso / e che forse mi vuol troppo bene (...) cammino lungo il mare / cammino e la città finisce / la gente finisce / e si fa buio (...) / Vorrei parlare loro / ma molto v'è da dire ... Ma proprio per queste paure adolescenziali, per questi silenzi, per questo affetto per la famiglia – il “nido” che non si ha il coraggio di abbandonare – ridono gli altri.
Sovente lo spunto sono fatti quotidiani di vita famigliare; ma le riflessioni sono di respiro ampio, universale: il comico si intreccia così al tragico nei versi del giovane.

Pessimisticamente possiamo osservare che il giovane poeta ha percorso un itinerario inverso a quello dei più che, avendo iniziato con note tragiche di riflessione sul senso (scarso) dell'esistenza, si rifugiano nel comico, nelle piccole cose dell'esistenza, magari col pretesto che il tragico non è più una corda nella poesia dei nostri tempi attenti all'esistenza, più che all'essenza. Magari col senso sottinteso dell'inattualità della riflessione universale. E' facile, comodo, più agevole dal punto di vista della soddisfazione del pubblico comune e numeroso, che vuol capire subito; quindi col beneplacito comprensibile dell'editore, che deve vendere.

Ma l'uomo è diventato tale, sapiens sapiens dallo spensierato bambinone sapiens che era nel momento in cui ha avvertito l'angoscia dell'aver contravvenuto quanto l'autorità paterna gli aveva imposto, senza spiegazione. Ed ha iniziato ad avvertire su di sé il dolore, il limite, il senso di impossibilità e impotenza ...