Parlando
ancora di Giulio Bulgarelli
(1981
- 2007) di Donatella
Taverna
Recensendo
il Diario di Giulio Bulgarelli, quasi tutti sono
partiti da un aspetto biografico, perché un evento
del tutto inatteso ha stroncato la vita del poeta a 26 anni.
Certamente un fatto simile non può non toccare o
commuovere. Ma anche molti altri letterati – Corazzini,
Campana, la Plath, Gozzano e perfino Leopardi, per fare
qualche nome fra i più noti – sino stati portati
via dalla morte più o meno precocemente, senza che
ciò abbia determinato alcun mutamento nella valutazione
del loro scrivere.
Di fatto, quello che colpisce non
è un pur presente cammino da una poesia più
adolescenziale ad una più matura ( che molti commentatori
si sforzano di dimostrare “ compiuta” per dare
un senso ad un’esistenza, cosa peraltro fuor di luogo
in queste sedi ). E’
ben più significativo esaminare l’aspetto linguistico,
assolutamente particolare e distaccato da ogni tendenza
attuale, compreso il rinascente plurilinguismo. Qui esiste
un bilinguismo, ma sottaciuto e originalissimo: infatti,
lingua materna di Giulio Bulgarelli è il Russo, dunque
una lingua con strutture e tipizzazioni lessicali molto
diverse da quelle proprie dell’italiano, ed anche
– e qui è fatto fondamentale – con un
repertorio di suoni affatto diversi.
E’ dunque evidente che il pensiero dell’autore
assume dei ritmi che accomunano le due esperienze di struttura
e di suono: si vede con molta chiarezza nella coesistenza
di stilemi alla Leopardi, elisioni e troncamenti non consueti
all’italiano, lessico giovanile attuale, ritmi insoluti
di frasi, talora corrispondenti a periodi sospesi grammaticalmente.
Il risultato è un linguaggio
nuovo, piuttosto aspro, ripetutamente franto, di sicuro
ad esprimere una possibile soluzione per un tempo che molto
fatica a trovare una sua voce vera.
Non può non colpire l’uso di “viride”
in luogo di verde, di “et “ per “e”
o l’eufonico “ed”, o di nelattributi semplicemente
inconsueti, come “interinati secoli” o ancora
“un urlo laminante desdeva…. nel mio occhio”,
“una ferita cria e in finitura”….
Strana creatività linguistica, che si perfeziona
nel costante e quasi ossessivo troncare le parole, anche
in contesti apparentemente non opportuni e non compatibili
di solito: “stetti, esul, come
Adamo”, “ma le gambe mi reggevan “ (in
fin di verso), “inver ‘reale”, o addirittura,
mi par, volando avan’, mi mostri via” e così
di seguito, in moltissime e sempre inconsuete varianti.
Come un incalzare delle parole, troppo urgente perché
la scrittura segua (non è un
caso che quelli della sua generazione scrivano xè,
xò, cmq, gg, thx, we, o tvb o si servano di emoticons
nell’u7rgere della parola, ma anche in una pigrizia
che non è inerzia, ma timore del superfluo)
come un’ansia di vivere e di dire, che adombri però
anche imbarazzanti silenzi.
“La condizione umana / [….]
/ credere di aver camminato, scoperto, esplorato, / e poi
precipitare nel …. “. E’ proprio così
la poesia, con i … dopo nel con una in definizione
che prelude al finale ateismo non voluto “ho freddo
/ ho freddo / senza Te”.
Lingua aspra, per un oggetto indefinibile, per un tema tanto
alto che si teme o si crede di non poterlo esprimere, ma
per cui comunque si collauda uno strumento espressivo assolutamente
nuovo e (forse) assolutamente privato, non per escludere
il lettore, ma anzi per trascinarlo in uno spazio linguistico
rinnovato, forte, incisivo, tale da costringere a pensare
in un modo diverso, esso pure rinnovato, proteso, nonostante
tutto, ad una futura memoria.
Il
messaggio in bottiglia di Giulio Bulgarelli (1981 - 2007).
Diario, ed. Genesi, Torino 2008
di
Francesco De Caria
E’
sufficiente percorrere gli ultimi quaranta titoli dei duecentotrentatre
pubblicati dalla editrice torinese, per rendersi conto delle
scelte per la collana Scommessa: l’eterna domanda
sul senso dell’esistere in relazione al tempo, al
dolore, ai sentimenti, agli ideali, alle azioni che paiono
più degne di sorte privilegiata di prospettive a
lungo termine, almeno, se non “eterne”. E prospettive
dall’essenza più “tangibile” della
dimensione eterna proposta dalle religioni storiche.
Il senso della vita – nella
prospettiva della sua conclusione – pare tanto più
contraddittorio e incomprensibile quanto più un’esistenza
è stata esuberante, animata da mille interessi, animata
dalla ricerca di risposte perseguite non astrattamente,
ma attraverso la serietà nello studio, nell’applicazione
all’arte, alla dimensione creativa in particolare
nella poesia e nella musica, uniti ad un’allegra esistenza
fra amici e in famiglia, piena di promesse e prospettive
lusinghiere; e a ventisei anni la fiamma si spegne a causa
di un’improvvisa ischemia che conduce al coma ed alla
morte.
Sono
queste le vicende, le “contraddizioni” che da
sempre hanno indotto alla riflessione, all’abbadono
alla Volontà di un’Ente Supremo nella dimensione
religiosa, dalle espressioni primitive, naturali, sino alla
meditazione delle cosiddette Religioni superiori. Anche
Abramo, Isacco, Giacobbe, anche il Cristo hanno vissuto
profondi momenti di dubbio e di impotente ricerca di fronte
all’apparente aporia dell’esistenza.
Sia la formica che per tutto il giorno si è affannata
ad accumulare provviste per tutta la comunità, Sia
Giobbe “chissà perché” punito
dalla peste, sia gli abitanti di Pompei ed Ercolano, dai
mille progetti, dalle mille aspettative, dalle mille soddisfazioni
date dalla carriera, dalla ricchezza, dai prestigiosi matrimoni
hanno vissuto e sentitoi, magari nell’ultimo istante,
l’aporia che fa ombra alla logica esistenziale, soprattutto
la logica dell’Occidente, di sistematizzazione aristotelica
e quindi finalistica .
E’
pur vero – ma è facile affermarlo dall’esterno,
affondati nella poltrona del salotto assorti in amabili
conversari o in letture poco impegnative – che tutto
ha un senso e che comunque un giovane come Giulio Bulgarelli
ha già avuto la sua parte: famiglia colta, facoltosa,
dagli ampi orizzonti, dalla poliedrica cultura date le origini
russe della madre e dagli interessi del padre, laurea in
Fisica, ampie possibilità di approfondire l’ambito
filosofico letterario che lo appassiona, di studiare musica
e di suonare a livelli di professionismo incipiente ….
Tanti giovani buttano via la propria
esistenza fra i banchi di scuola, ai tavolini del bar, nelle
sale gioco o di musica che stordisce e che abbrutisce la
stessa dignità dell’aspetto umano in mosse
inconsulte …
Chissà, quanto Giulio ha conosciuto in pochi anni
negli studi, a teatro, nei viaggi è certo più
di quanto migliaia di individui hanno sprecato nella noia
e nello sbradarsi …
Non ci sentiamo di esprimere riflessioni: non è poi
tanto banale il manzoniano nui chiniam la fronte …
con quello che segue nel 5 maggio.
Ci
pare piuttosto degno omaggio al giovane Bulgarelli citare
qualche suo verso, fra quelli stilati dal 1998 al 2006,
anno del manifestarsi del male , che troncò la produzione
poetica, manifestatosi subito come coma profondo.
Sandro Gros Pietro che ha curato la prefazione si sofferma
sulla “impossibilità di vedere il bene assoluto”,
rilevando che questo non significa che esso non esista e
in un altro passo, con riferimento kafkiano, forzando un
poco il senso per adattarlo convincentemente alla situazione,
afferma che se lo scarafaggio non può vedere i colori
del mondo perché non ha un apparato visivo che glielo
consentono, ciò non osta al fatto che i colori esistono
in tutta la loro meravigliosa gamma. Il pensiero di Bulgarelli
è attento alle possibilità umane, ma non è
insensibile all’infinita dimensione del Creato.
Qua
e là nel pensiero del venticinquenne Bulgarelli affiorano
considerazioni sul non senso dell’esistenza e della
storia con le loro violenze e ingiustizie: anche in queste
occasioni affiorano riferimenti a considerazioni che compaiono
nelle pagine bibliche, alle meditazioni di Giobbe e persino
al momento di “disperazione” del Cristo “Perché?”.
Dice il Bulgarelli: Qual è
stata la colpa nostra /…/ chi fu colpevole?/ L’umana
specie, il Drago, un Dio?/ distratto? forse è stata
mera fatalità / Sono enigmi e risposte che
trascendono l’uomo , che avrebbe detto Leopardi, trascendono
la possibilità di comprendere del semplice pastore,,
che nella solitudine del deserto, alla tenue luce della
luna - ma è evidente in Leopardi il riferimento ai
misteri isiaci – si chiede il senso non del dolore,
ma dell’assurda ciclicità delle azioni umane.
Talora
– ed anche qui i riferimenti alla poesia realistico/esistenzialistica
novecentesca sono evidenti – le immagini sono tali
da sbigottire: cosa resta dell’esistenza?
Fazzoletti di carta accartocciati / sulla strada , ricordi
stracciati gettati per terra (…) Oppure ci
si rende conto della vacuità dell’esistenza,
nonostante la sublimità delle immagini di ascendenza
dolcestilnovistica: che senso ha l'aver contemplato l’incanto
dei colori che screziano l’occhio, il nero, il blu
oltremare, il terra di siena , colori di uno sguardo che
tentano di andare al di là della volta celeste? E
colpisce che accanto alla sublimità dell'evocazione
di quello sguardo vi sia un'immagine di tono tanto basso:
lo sguardo di quegli occhi volto in alto ... fila
come formaggio dai miei occhi al cielo / sempre alla ricerca
della demenza / e della schizofrenia. Come rimedio
al dolore. E così svanisce nella mente del lettore
l'immagine del poeta romantico che cerca al di là
della volta celeste – cui lo lega il potente sguardo
dello Spirito - il perché delle cose del mondo, per
lasciar violentemente posto alla “stomacante”
immagine della mozzarella filante dal piatto alla bocca
dell'avventore della pizzeria. Il che è come dire
che il pensiero occidentale – magari mescolato alle
filosofie orientali di moda dagli anni Sessanta Settanta
e che un occidentale non potrà mai comprendere a
fondo con i suoi procedimenti logico-matematici l'esssenza
delle cose – non sa andare oltre i quattro muri della
stanza in cui si trova a dibattersi vanamente.
Bulgarelli
ha ben diritto – nonostante la giovane età
– di parlare seriamente e non come esercizio retorico
o sfogo sentimentale di tanti adolescenti di Vita e Morte
che presto la sua esistenza conosce da vicino: resta presto
orfano di padre e solo dopo qualche tempo di travaglio interiore
può tornare alla compostezza classica quando parla
del Camposanto in cui il padre riposa; nei toni pascoliani
e carducciani, nella dicotomia fra serenità e solarità
della giornata e senso freddo della morte:
chiaro risplende un bel sole nel cielo, /allegro canta il
passero, con zelo / alla bella, dall'allor che ti adombra
/.../ Tu vivo fosti, mi desti il tuo amore / or dormi eterno
in cotanto splendore (...).
Con reminiscenze baudelairiane, sbarbariane, montaliane
canta nello stesso 2005 che L'esistenza non è essenza:
(...) Io non sono stato, ora non sono
/ e mai sarò. / Sono la foglia secca di primavera
/ sono la foglia gialla che non cade / sono la pozzanghera
che ristagna /.../ sono lo specchio che specchia se stesso
/ sono un vecchio libro pieno di polvere ...
C'è
anche – tutt'altro che banale – il tema dell'ennuy
e di una sorta di aristocratica incapacità di comunicare,
unita ad un'adolescenziale volontà di distacco, di
cui pure ci si sente ancora incapaci, che fa ancora paura
come il sopraggiungere – nella solitudine e nell'incapacità
ancora di comunicare - della sera lontano da casa: Una
sera, pieno di noia /volendo uscire un pochino / e stare
lontano da mamma / sempre vicina, sempre appresso / e che
forse mi vuol troppo bene (...) cammino lungo il mare /
cammino e la città finisce / la gente finisce / e
si fa buio (...) / Vorrei parlare loro / ma molto v'è
da dire ... Ma proprio per queste paure adolescenziali,
per questi silenzi, per questo affetto per la famiglia –
il “nido” che non si ha il coraggio di abbandonare
– ridono gli altri.
Sovente lo spunto sono fatti quotidiani di vita famigliare;
ma le riflessioni sono di respiro ampio, universale: il
comico si intreccia così al tragico nei versi del
giovane.
Pessimisticamente
possiamo osservare che il giovane poeta ha percorso un itinerario
inverso a quello dei più che, avendo iniziato con
note tragiche di riflessione sul senso (scarso) dell'esistenza,
si rifugiano nel comico, nelle piccole cose dell'esistenza,
magari col pretesto che il tragico non è più
una corda nella poesia dei nostri tempi attenti all'esistenza,
più che all'essenza. Magari col senso sottinteso
dell'inattualità della riflessione universale. E'
facile, comodo, più agevole dal punto di vista della
soddisfazione del pubblico comune e numeroso, che vuol capire
subito; quindi col beneplacito comprensibile dell'editore,
che deve vendere.
Ma
l'uomo è diventato tale, sapiens sapiens dallo spensierato
bambinone sapiens che era nel momento in cui ha avvertito
l'angoscia dell'aver contravvenuto quanto l'autorità
paterna gli aveva imposto, senza spiegazione. Ed ha iniziato
ad avvertire su di sé il dolore, il limite, il senso
di impossibilità e impotenza ...