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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

Parlando di… Albino Galvano alla Galleria Accademia
(1-21 aprile 2011).

di Francesco De Caria

 

 

E’ stato – ed è, poiché la sua opera gli sopravvive come ad ogni artista – una figura di riferimento nel panorama culturale torinese, ma non solo, Albino Galvano, nato a Torino nel 1907 e ivi spentosi nel 1990. Gli dedica sino al 21 aprile 2011 una bell’antologica la galleria “Accademia” di Torino.
Il teatro nel quale Galvano si muove è Torino, protagonista (…) dell’ultima parte del XIX secolo e con forti influenze sul secolo successivo (…). Nella Torino dei salotti (...) si tracciavano puntualizzazioni e strategie sulla politica, sulla cultura, sull’Arte in particolare (…). Il salotto più importante e influente era lo studio di Felice Casorati, che (…) aveva legato a sé personalità influenti della politica, della finanza, dell’(…) imprenditoria. Far tappa nel suo studio era (…) passaggio obbligato per chi volesse lasciar traccia nella città , si afferma con efficace sintesi nella prima delle cinque sezioni del catalogo dedicate ad altrettanti periodi dell’arte del Maestro. Galvano – nato a Torino nel 1907 - approda ventenne allo studio del Casorati. L'impronta che Casorati lascia sull’opera del Galvano si avverte soprattutto nei dipinti eseguiti nella prima metà degli anni Trenta: il riferimento è evidente nel modo di trattare i colori, le luci, il chiaroscuro. Ma dal 1940 Albino Galvano avvia un processo di semplificazione e di ricerca dell’essenziale: il segno si va liberando di qualsivoglia orpello descrittivo e la rappresentazione dello spazio si essenzializza. Scompaiono oggetti e sfondi a descrivere l’ambiente e l’attenzione si centra (…) sulla mera forma delle cose che rappresenta. E’ chiara l’influenza dell’arte del periodo, che risente del Razionalismo e della lezione cubisticogeometrica: l’artista oltre le forme superficiali e caduche degli oggetti cerca la forma essenziale, quasi l’idea preposta e insita in ognuno di essi. Tuttavia Galvano ha precisa la convinzione che l’Arte non può fermarsi alla pura osservazione: con Viglione, Rama, Levi Montalcini, Parisot, Scroppo – tutti nomi di grande momento nella storia artistica – dà vita al Movimento dell’Arte Concreta (M.A.C.)- contrariamente a quanto una considerazione superficiale del nome potrebbe far supporre - ben lontana da atteggiamenti realistici, tanto più da intenti naturalistici e veristici: la pura forma degli oggetti, la loro immagine sono pretesti per dipingere, non la descrizione, non la ricerca di altri contenuti. Anzi, il fatto che inevitabilmente l’osservatore associ l’immagine ad un oggetto, è ritenuto un limite, in quanto banalizzazione dell'atto del dipingere che è creazione, non riproduzione.
Ai primi anni Cinquanta risalgono le opere forse più significative del Galvano ispirate a questa posizione, che tuttavia persisterà per il resto della sua produzione. Ogni artista non procede per fasi nette, ricostruite a posteriori dagli studiosi per comodità di catalogazione, ma in un continuo discorso con la realtà effettiva e culturale che lo circonda e con quanto si è depositato nella sua memoria ed esperienza. Dagli anni Sessanta riaffiorano alla memoria del pittore torinese spunti dello stile che aveva caratterizzato Torino fra Otto e Novecento, il Liberty: sono spunti che si manifestano nell’opera del Galvano soprattutto nell’attenzione al movimento di nastri e stoffe, che gli studiosi del Liberty fanno risalire all'arte giapponese. Anche un fiore particolarmente caro all’arte fra Otto e Novecento, l’ireos, approda fra il 1970 e il 1990 fra i modelli del pittore, che procede per scomposizione ed elaborazione degli elementi, come scompigliati da una folata di vento, e poi ricomposti dall'artista in una realtà rinnovata.
A forme pietrificate si ispira l'ultima produzione del Maestro, che tuttavia insiste – come per un fil-rouge che attraversa tutta la produzione di Galvano – sull'ambiguità delle forme, come del resto tanta arte del secondo Novecento: i Massi , oli dei primi anni Ottanta, sono pietre, ombre antropomorfe, silhouettes di nature morte che possono evocare opere morandiane, ma che soprattutto sono elemento dell' indagine del pittore torinese sui procedimenti cognitivi dell'Uomo.