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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

 

 

"il ritorno dei dannati"

Tradotto e commentato da Victoria Surliuga
Edizioni Lieto Colle, 2009

 

 

Francesco De Caria

E quanto ai poeti, sono i traviati che li seguono / non vedi come errano in ogni valle?/ e dicono cose che non fanno?/…/ Gli ingiusti vedranno ben presto il destino verso il quale si avviano.
Questo l’esordio solenne, costituito dalla sura XXVI del Corano, del volumetto, dalla veste preziosa propria della collezione di Lieto Colle, l’editrice comasca, che dà voce ad autori italiani e stranieri dei nostri giorni, le cui opere riflettono i drammi o comunque gli anelli che non tengono del mondo che ci siamo costruiti.
Di particolare attualità l’argomento de Il ritorno dei dannati, fresco di stampa: il teatro è quello della maggior parte dei conflitti più drammatici del secondo dopoguerra (per l’Occidente s’intende) quello per la fonte energetica tuttora più importante, il petrolio, che riguarda la cerniera del Mondo che è il Medioriente, fra mondo tecnologicamente avanzato e per questo dipendente dalla tecnologia che richiede enormi quantità di energia, e mondo che possiede le fonti di tale energia, e che aspira a un nuovo ruolo nella storia. Panorama complicato dalla rete dei vari interessi di cosche legate da comuni interessi.
Alla lacerazione, alla babele costituita anche dalla divisione delle lingue, l’autore contrappone un testo bilingue, francese e italiano, con la collaborazione di Victoria Surliuga, che cura anche la traduzione. Francese e italiano: eco di vecchie – quasi antiche, più che per fattori cronologici, per modalità – storie di colonizzazione, che tuttavia mantengono una spaventosa attualità, anche se – forse – le lingue coinvolte erano diverse.

La guerre est presque finie, le pays dévasté. L’argent de pétrole coule à flot, mais le peuple poursuit sa misère et sa quête. L’insurrection islamiste est invaincue, la mafia politico-finacière est toujours là. Le pardon est général, les responsabilités sont éludées: les morts sont assassinés une deuxième fois. Les survivants se reveillent à peine…

“La guerra è quasi finita, il paese è devastato. Il petrolio produce un fiume di denaro, ma la gente continua a vivere in miseria e a lottare. La rivolta islamica non è stata vinta e la mafia politico-finanziaria è ancora attiva. Il perdono è generale, le responsabilità sono eluse: i morti sono assassinati una seconda volta”.

Dall’esordio che abbiamo riportato in lingua originale e in traduzione si deduce facilmente il clima di questo libro di poesia: perché di questo si tratta, di versi e non di prosa, di racconti, di un saggio, di un romanzo, come si potrebbe pensare per quanto abbiamo detto sopra. Versi che – come quelli baudelairiani che talora echeggiano – esprimono più efficacemente la realtà alla sua radice che non la cronaca o il racconto o il romanzo. E l’efficacia sta proprio nella sintesi, nella fulgurazione propria del verso poetico.
Ed è un libro profetico – dalle tristi profezie – allorché traspone nel futuro paesaggi angoscianti già visti: Storie di ingiustizie e di guerre, di morte e di migrazione, di miseria e di rivolta. Partenze e deterritorializzazioni… Si può mai tornare? Quando la terra ci sfugge tra le dita, l’esilio è una perdita o una benedizione? Da un esordio biblico, la struggente nostalgia per la patria perduta, si passa al dubbio del contrario: l’esilio è una perdita o/e una benedizione? Già Quasimodo all’indomani delle atrocità della guerra fratricida cantava la scelta di abbandonare le origini, macchiate dal sangue innocente di Abele, se si voleva costruire un mondo nuovo.
Dunque una storia di grande attualità sta alla base di queste liriche, ma anche una storia antica, di sempre, il meccanismo stesso della storia umana e certamente non solo a partire dalla concezione marxiana: una storia che nasce dal rapporto di forza, il cui protagonista, l’uomo è più vicino alle radici animali che non all’Ideale che per lui sarebbe stato concepito.
Altro concetto fondamentale che forse oggi sta sbiadendo nell’accentuato individualismo o nel pragmatismo: Il destino dell’individuo è indissolubile da quello della comunità…Il linguaggio ultimo della sofferenza, della libertà e della bellezza, la poesia non è il punto di incontro e d’espressione di questo rapporto? Fra individuo e comunità, s’intende, quella stessa comunità che dà sofferenza e gioia, con la quale o per la quale si persegue il sogno di libertà e di bellezza, naturalmente intesa come summa di tutti i valori. Cosa è la bellezza? Non certo un fatto astratto o legato al gusto individuale: c’est la vérité qui est belle naturellement, la Verità è bella per sua stessa natura. Ma a queste considerazioni che paiono universali, subito si collega – come in certi canti biblici- la realtà storica, attuale, dell’hic et nunc : “Dov’è la via d’uscita? Quando la pace delle armi è sempre assente è la pace interiore possibile? Nell’ora del poema, la lucidità è vitale”.
La materia è suddivisa in sette sezioni: Il cerchio dell’inferno; dalla culla allo stato; la memoria delle città; il bacio della morte; il lutto dell’estate; le braci dell’alba. E’ dunque – nonostante tutto e ancora secondo l’itinerario biblico e dantesco, attualizzato nelle immagini e nel linguaggio – un itinerario che esordisce molti sono morti, e continua tè alla menta … la strada accarezza l’attesa, ma …il filo dei lutti nasconde le nostre storie d’amore, di odio e di rimpianti. Passa il tempo e tutto si attutisce: … sui muri gli slogan / lasciano il posto alla pubblicità / le foto del presidente / sostituiscono quelle degli imam. Ma in questo mutamento della storia, che pare positivo, …sotto alle tombe / il petrolio cola a fiotti / Uccisori e politici hanno barattato i loro nomi e in un ritorno ciclico, in cui cambiano gli attori, ma non i personaggi, ecco nuovi avvoltoi / padroni delle bandiere complici / dei veli di domani, i veli delle vedove, delle “madri orbate “ dei loro figli dalla violenza di nuove guerre, combattute col pretesto di ideali, in realtà per avido possesso (Ho rinunciato a dire / il mio paese (…) / ho dimenticato la parola / “casa”) un itinerario che approda alla contemplazione degli opposti ormai armonizzati cactus in armonia di sabbia / aprire la fonte / a tutto quello che di silenzio sopravvive / Dice :”Va lascia il tuo posto / diventa una benedizione”, chiara allusione ad un passo biblico, là dove il Signore dice ad Abramo, ricco padrone di greggi, “vattene dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre, verso il paese che ti indicherò”, a dire che ognuno deve cercare la propria realizzazione, cioè l’attuazione dell’Idea che è chiamato ad incarnare, nel doloroso strappo dalle convinzioni, dalle consuetudini, dai legami famigliari.
La postfazione di Vittoria Surliuga ribadisce infine l’assenza di ogni astrattezza che vari indizi del resto già attestano. Leggiamo: Le retour des damnés … illustra la tragedia dell’Algeria postcoloniale… espone un quadro nero degli anni di sangue … dal 1993 al 2000, ma non ancora veramente terminata per via della crisi economica e del terrorismo che continuano a colpire questo paese nordafricano … Condivide, la Surliuga, la convinzione di Gafaiti che non basta il silenzio delle armi a far la pace, che –se autentica – è pace interiore, anche quando tutt’attorno urlano la lotta e la camorra dei conflitti all’interno delle famiglie e dello Stato, alla casa fantasma che nasconde i suoi crimini /i suoi segreti, strutture cui si è sostituito il Partito che si è assicurato che i suoi figli e il suo paese si straziassero: persino nella famiglia dietro alle buone maniere, uncini e artigli in agguato.
Non mancano certo riferimenti concreti a realtà purtroppo non solo algerine, ma di ogni luogo e di ogni tempo – l’Inferno anche in questo affiora chiaramente: troviamo mafiosi politici loschi, dirigenti dimissionari, lavoranti che non svolgono il loro compito, studenti dalla parte degli integralisti, si intende nell’esuberanza e nell’intransigenza proprie dell’adolescenza.
Sin qui la storia e persino la cronaca che possiamo leggere sui giornali; ma nel bacio della morte il tutto è trasceso nella meditazione e nel pensiero filosofico: dopo la notte, dopo l’inferno, le braci dell’alba… dopo la bufera dantesca e baudelairiana, una volta tornati / lucidi / ritrovare la pazienza / ridiventare come gocce rare disperanti i fiumi, / stalagmite salmodiante la parola / in eco delle caverne…
E come Abramo accogliere la Parola Va, lascia il tuo posto.