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"Mediterraneus" e "La gola tagliata dal sole"

Hafid Gafaïti

di Francesco De Caria

Iniziamo dall’antico nome della collana: una collana di libri di un centinaio di pagine, discreti nella forma, eleganti nella carta crème opaca, non come chi voglia tracciare segni insulsi su un supporto qualunque – c’è chi fa graffiti su scalcinati muri, c’è chi nebulizza colori che danno misteriose forme alle forme banali di un vagone ferroviario, di un muro di cemento… Qui, ci pare, il contrario: la preziosità stessa del supporto fa parte del cosiddetto messaggio, in un cammino controcorrente. Anche l’immagine ritagliata e incollata – non riprodotta in migliaia o milioni di copie, ma incollata una per una sulla prima di copertina – fa parte di questa preziosa confezione: il poeta, come l’artista, in fondo non fa multipli perché è contro la natura stessa della sua arte. Discorso ai limiti dell’assurdo proprio nei nostri giorni eppure proprio dell’Arte e – se si vuole – dell’artigianato: neppure una cuccuma di rame battuta sull’apposita forma dall’artigiano marocchino o calderaio zingaro o stanziato che sia è identica all’altra forgiata dalla stessa mano sulla stessa controforma…
Ci siamo soffermati su questi caratteri formali, esterni, perché ci paiono programmatici di una coscienza precisa che distingue l’artista – e se si vuole l’artigiano – dal produttore di multipli identici, senza individualità, senza che neppur un graffio distingua uno dall’altro …
E poi, in un a serie di anelli concentrici, ci avvicineremo all’essenza. Ma altri passi, altre deviazioni bisogna ancora operare.

Ora la serie: Mediterraneus, viaggio fra le terre, come quello prototipico d’Ulisse. Un viaggio in mezzo alle sponde che hanno veduto la storia dell’Umanità – almeno di quella parte che ne conosciamo meglio - dalle maggiori figure letterarie, specchio dell’Uomo alla ricerca di sé, dal prototipico Ulisse ai mercanti Genovesi, Veneziani, Napoletani verso quei porti mediorientali donde vennero nei loro fondachi i Levantini. Una storia che non cambia, che si dibatte alla lettera fra quattro sponde, una storia che assieme a fiumi di denaro e d’oro ha versato fiumi di sangue, in nome di quel Dio o Allah, che pure di per sé avrebbero predicato la pace. E c’è qualcosa di più angosciante: perché in quelle quattro sponde c’è l’angosciante idea del dibattersi in uno stagno. Come le rane della favola d’Esopo. Eppure fra quelle quattro sponde l’Uomo ha conosciuto teofanie, si è illuso di seguire gli itinerari della Provvidenza, cercando se stesso. Le voci che si sono levate nei secoli fra quelle quattro sponde, hanno parlato di guerra, ma anche d’amore struggente, irraggiungibile; o – quando attinto – ingannevole perché dee e maghe dei poemi hanno sempre distratto l’Eroe condannato ad una incolmabile solitudine. Nelle acque e fra le quattro sponde del Mediterraneo – si dice nel foglio di presentazione – quante cose comuni troveremmo grazie ai poeti … che scrivono nella Palestina o dalle ricche città della parte europea …ad iniziare dal Toro Zeus che rapisce Europa di cui si è invaghito. Ma forse è proprio l’angustia di questo stagno che ci fa tanto feroci ad aver generato e a generare tanti odi e tante guerre. La ricerca che è la vocazione dell’autore Hafid Gafaïti, che tuttavia guarda la Storia dalla parte del letterato: professore di letteratura americana, inglese…tra gli studiosi più noti e autorevoli nel campo della letteratura francese … è il perché quel mare – uno stagno nei confronti agli oceani che circondano le Terre emerse – ha saputo generare l’Uomo e la Civiltà Occidentale e mediorientale quali sono. La storia della poesia lirica mediterranea è storia d’amore: le bionde dame cui i trovieri dedicavano le proprie chansons e le donne brune cui i poeti levantini dedicavano i loro ghazal. Eppure all’alba / il sogno è morto /…/gli antenati lontani /… / hanno sparato al popolo /… / All’alba / il sogno è morto (…). Eppure gli Emiri hanno sognato la pace, ma oggi sento l’Emiro voltarsi dall’insulto / barracano al vento / … / zampillante di nuovo nella collera del suo galoppo (…) . La tentata rivoluzione, la guerra santa sta forse manifestandosi un’illusione – e chissà che in ciò non stia il miracolo - sicché ci si rende conto che cosa resta di noi / morti alla meglio in esilio / polvere di strada di treni / di navi di aerei o dei nostri passi / mendicando qualche briciola d’amore / in lista d’attesa per un asilo politico o dei visti (…)/ Che resta di noi / morti alla meglio in esilio / traditori traditi / sempre disprezzati / sulla zattera di Medusa Algeria / nessun perdono è dovuto / nessun sogno è ammirato. Eroismo, illusione, delusione. Ecco cosa scrive Hafid Gafaiti in giugno 2001: eccoci / di nuovo vecchi / non ricchi / placidi / sdendati e contenti / non in una foresta verde / al bordo delle onde blu / non su un’isola deserta / ma per strada / dove la folla / dimostra e saccheggia (…) come nei tempi antichi /(…) /i proiettili sibilano / le pietre raccolgono i corpi / che nemmeno le madri riconosceranno più (…) nel fumo non resta / che i frantumi del nostro destino / e quest’ombra diafana che uccide la poesia.
L’amaro messaggio di questo libricino – nel senso prezioso che Catullo volle dare al suo libellus - è che le ultime parole son queste: il fuoco sempre / sangue e poesia /cavallo al galoppo / attraverso città e foreste (…) nel cuore dell’uovo / circondato dai serpenti / la sporca perla / del futuro.

Non c’è dunque speranza? Secondo noi è la persistenza della parola che si esprime nelle decine di volumi e di articoli che ha pubblicato e nel suo impegno di direttore della collana di Studi transazionali francofoni e comparati, che sottende una riposta fiducia nel potere della parola sul fragore delle armi e sulle gridate parole d’odio che dividono e dilaniano l’Umanità raccolta sulle quattro sponde del piccolo Mediterraneo.
Francesco De Caria, Torino 21 aprile 2007.