
Grazia
Frisina
"A
PASSI INCERTI"
Firenze,
Mauro Pagliai Editore, Firenze, settembre 2009
Francesco
De Caria
Ci
siamo già in altra occasione soffermati su opere letterarie
che si riferiscono ad una condizione particolare che comunemente
si definisce di disagio; i testi che abbiamo cercato di illustrare
o almeno di sottoporre all'attenzione del lettore rappresentano
il segno di una vittoria di chi è colpito dal male
a livello fisico si intende, male cui il soggetto impedisce
di ridurre l'esistenza con la sua meravigliosa gamma di possibilità
ad una autocommiserazione ininterrotta, ad una dipendenza
dall'altrui buona volontà, con il doppio deleterio
risultato di privare se stessi dalle possibilità e
dalle risorse di cui comunque si continua a disporre, e di
“ridurre in schiavitù” chi assiste il malato,
foss'anche personale a pagamento, dal momento che tutti hanno
diritto ad una decente qualità di vita, anche quando
svolgono lavori faticosi, pericolosi, spiacevoli.
Nel caso di A passi incerti
dell'autrice siciliana d'origine, formatasi a Torino e dall'ultimo
decennio del '900 a Firenze, l'autrice si pone dal punto di
vista di Emilia, che una malattia tiene inchiodata ad una
sedia, che quindi ha un forte handicap nel vivere il mondo
come comunemente si intende: ella al più può
stare a guardare il Mondo che le gira attorno, del cui vorticoso
movimento ella può esser spettatrice, non protagonista.
Una spia dell'angustia in cui il male inchioda Emilia da diciotto
anni è già posta in esordio: Lunedì.
Ricomincia una settimana fatta di nulla e di attese. Attese
di cosa?se la sua vita si svolge tra quattro pareti, di cui
conosce ogni sfumatura, ogni crepa, l'intonaco scrostato,
le macchie. Tale meticolosa descrizione che sa
di passato, di cose già vissute rinvia meglio al modello
consueto della malattia o della clausura – religiosa
o carceraria che sia - che non alla vita comune di una persona
qualsiasi.
La materia è divisa per capitoli, che corrispondono
ognuno ad un giorno, e per sottolineare ed esasperare la snervante
uguaglianza dei giorni questi sono indicati con la serie dei
numeri cardinali, uno... due...
tre... sino a tredici. Poi penultima parte, ultima parte...
In altre parole, la sensazione angosciante che nel lettore
si genera è quella di una serie infinita di “pezzi”uguali,
senza neppure un nome.
Per chi non può muoversi, l' illusione che nell'angusto
spostarsi da un posto all'altro le cose cambino continuamente,
è inganno che nasconde una sostanziale monotonia e
omogeneità. E' già argomento dell'incipit citato.
Ma subito una spia di qualcosa di diverso: Un
atlante di terre, isole, oceani che lei solo distingue, ma
che permettono di immaginare quei viaggi che le sue gambe
non le hanno mai lasciato fare. Sono le macchie,
le screpolature, i dislivelli impercttibili della superficie
del muro...Ariosto, che pure si lamentava di doversi muovere
troppo per il Mondo come diplomatico, affermava che in realtà
preferirebbe viaggiare col pensiero tranquillamente seduto
ad un tavolo, sfogliando un
Ptolomeo, cioè un atlante.
Antico
Ptolomeo
Al
macrocosmo che chi si muove ha l'illusione di percorrere,
per la protagonista si sostituisce il microcosmo: ...al
terzo piano di questo palazzone, grigio di tutto... il grigio
è là, dappertutto, sui muri, sulle ringhiere,
sulle facce e i gesti delle persone.... Ma persone che scorge
dalla sua finestra. E' il colore del nulla, il grigio, il
colore dell'assenza. Il “quadro” è
un monocromo grigio, una grisaille si dice in arte figurativa.
L'angoscia nel lettore si accentua quando affiorano le cifre:
Da ventisette anni Emilia vede
i suoi giorni tinti dello stesso livido colore. ... Da quando
le sue gambe piano piano cominciarono a reggerla sempre meno,
giorno dopo giorno finirono i giochi, i salti con la corda,
le corse sui prati. A tutto questo l'infinita
e angosciosa serie di ore e giorni nei corridoi degli ospedali,
in attesa delle visite.
In
questo panorama opprimente per chi ha la possibilità
di alzarsi, muoversi, correre – e magari passa la maggior
parte della giornata al computer per lavoro o per passione
– ecco la finestra che si apre sul mondo, lo schermo
dell'elaboratore... prolungamento di sé, delle mani,
della voce, delle gambe il cui uso va sempre più affievolendosi.
Ciò che distingue l'essere umano dagli animali è
il pensiero: e l'elaboratore e i suoi programmi e le sue possibilità
di collegare ad una rete infinita consente proprio al pensiero
di esternarasi, di affinarsi nel confronto con altri.
L'essere lì, immobile, fa sì che la protagonista
possa guardare l'esistenza come con una lente di ingrandimento:
ogni particolare sin accampa a lungo davanti ai suoi occhi.
Nella sua immobilità i viaggi sono sovente effettuati
autour de sa chambre, osservando una foto, un ritratto, prendendo
e sfogliando un volume della biblioteca di casa. Un giorno,
aprendo a caso un libro, Perché
fuori dal cielo m'han rinchiusa? / Cantavo forse a voce molto
alta?
Sono
versi di
Emily Dickinson
Emily,
Emilia, lo stesso nome! Ma anche la stessa falsa etimologia,
angosciante: Emilia, mielìa, quella stessa sofferenza
che la costringe all'immobilità.
Flettere, distendere, sollevare. Gamba destra. Flettere, distendere,
sollevare. Gamba sinistra.... Questo l'avvio dell'ultimo capitolo
che esordisce con la noia dell'ennesimo esercizio di rieducazione
muscolare, che peraltro si sa inutile.
E dire che per affetto per la sorella le ha prestato parole
che hanno fatto innamorare Athos, il corrispondente telematico
.
La conclusione, il segreto vestirsi con un vestito di lanina
a violette e il guardarsi allo specchio; il sogno di esser
lei la sposa: scorre lo sguardo sullo specchio sull'anta dell'armadio
che ne riflette l'immagine Di fronte un'esile figura di donna
che acconcia un sorriso, due occhi che brillano. E' proprio
lei, Emilia. E nelle ultimissime righe versi di Emilia/Emily
(Dickinson): Non più vergogna
– nulla da nascondere -.../ quest'oggi vengo battezzata
sposa.
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