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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

Una donna, una madre, una pittrice: Evangelina Alciati (1883-1959)
di Francesco De Caria

E’ stato presentato all’ultima edizione del Salone del Libro da Donatella Taverna, uno degli autori, e da Gianni Oliva, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, il volume Evangelina Alciati pittrice, edito da La Finestrella Editrice di Canelli.
Si tratta di una monografia corposa, che riguarda una delle più note pittrici torinesi, famosa come ritrattista, ma notevole in ogni genere di dipinto.
Certo riduttiva, infatti, la fama di abilissima esecutrice di ritratti, anche se questa dote le permise di essere a contatto con esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia: le sue nature morte – pervase di acuta ironia, per chi le legge in filigrana – i suoi ariosi paesaggi, le sue figure che rimandano talvolta all’arte mitteleuropea ne fanno un esponente di spicco della nostra arte; l’ironia si legge nella stessa postura “troppo” dignitosa, tale da sfiorare il sussiego di certe personalità, che si saranno per contro compiaciute di essere ritratte con tutti i segnacoli del proprio ceto sociale, come si legge ad esempio nella metafora delle zucche, espressa in un dipinto che in un mucchio di cocomeri allude – sono testimonianze dirette ad attestarlo – ad organismi politici di ogni livello. Si legge anche la sua profonda cultura nelle allusioni alla grande ritrattistica sette e ottocentesca, che comunque non sono fini a se stesse o tanto meno sfoggio di cultura – la sua fama rendeva superfluo tale sforzo – ma riferimento all’ironia – appunto – dell' illuminismo e del Romanticismo. E si sa che ironia significa sentimento del contrario.
La vita provò duramente questa donna essenzialmente sola in ogni occasione, anche la più tragica, e sensibile e disponibile verso il prossimo, tanto da cadere nei tranelli di chi sapeva vedere in lei un sostegno, una entratura, che una volta sfruttata poteva essere accantonata.
Nel volume compaiono carteggi con altri artisti, Giuseppe Mentessi e Ferruccio Ferrazzi in particolare, che consentono al lettore di rendersi conto della vita quotidiana di un artista, del suo proporsi, dell’illusione febbrile, dopo tanti mesi di lavoro e di studio, dopo decine e decine di schizzi, di bozzetti, dopo le infinte declinazioni di un soggetto, che per ostico che sia, diviene poco per volta un qualcosa di amato di perseguito, che dà dolore tutte le infinite volte che il risultato è deludente. Il carteggio fittissimo che documenta quasi giorno per giorno certi periodi ha questo profondo significato esistenziale.
Vai alle opere
Dalle lettere emerge anche il dramma del tramonto di un’epoca, in una città che si curava le ferite di guerra, che assisteva alle prime violenze che avevano stravolto in modo pesante il gioco politicamente intrigante, come affiora il dialogo con altri artisti dell’Accademia, che stavano vivendo momenti altrettanto intensi e tanto più fecondi, quanto più il mondo intellettuale era dilaniato anche da laceranti scelte politiche, oltre che estetiche e morali.
Dovette sostenere con durezza il proprio esser donna impegnata nel mondo della cultura: a fatica e fra mille critiche fu ammessa all’Accademia e al Circolo degli Artisti; nell’assetto sociale perbenista dell’epoca la donna doveva essere soprattutto sposa e madre, e nel mondo dell’Arte figurativa la donna era soprattutto, nell’immaginario comune, la modella che posava nuda di fronte a decine di allievi, quindi in una posizione mortificante per la morale comune, che rapidamente passava a fantasticare facili amori con Maestri e alunni. Anche illustri esempi del passato come Rosalba Carriera - veneziana vissuta fra Sei e Settecento – riservavano fra i successi, amori ed esistenze travagliati. Ella ebbe un figlio da Anacleto Boccalatte, illustre pittore del firmamento torinese, ma la sorte avversa lo strappò al suo affetto. Era giovane, appena sposato e da poco padre, Gabriele, esperto alpinista, quando affrontò il Bianco: aveva anche raggiunto la vetta che si era proposto di scalare. Al rientro la neve cede ed egli muore trascinato a valle. Drammatici i dipinti e i disegni che ritraggono questo momento: una nera madre piange disperata, privata di tutto nella sua stessa magrezza, presso il cataletto dove è deposto il cadavere, in una stanza buia, mentre dalla finestra il Bianco che si era preso quella vittima è pervaso di luce. E’ un dramma che si esprime nelle allusioni all’Espressionismo mitteleuropeo, a Munch in particolare. Poi l’esistenza impone una pacificazione, almeno apparente: sorridenti i volti dei soggetti ritratti, rigogliosa la natura. In quelle opere eseguite le une su commissione, le altre per sé, aleggia lo spirito dell’ironia, drammatica, che nasce come dalla coscienza che sul Nulla si basano quei sorrisi, quelle mises importanti che ostentano il rango sociale, l’orgoglio del tocco del giovane neolaureato … Anche i giovanissimi, ben vestiti, ben pettinati per l’occasione si affacciano al dipinto o al disegno talora ilari, talaltra pensosi, mentre sul fondo aleggia la coscienza dell’effimero che mina alle radici il senso stesso dell’esistere.
Ma in quell’ironia, in quell’autoritrarsi in vestaglietta e pantofole, pur all’ apice della fama, ormai anziana e quindi piuttosto corpulenta, con una visiera che rimanda ad un celebre ritrattista seicentesco inglese, Yoshua Reynolds, c’è una saggezza conquistata attraverso tante lotte, tante delusioni in ogni campo.
E di fronte a tante avversità assumono profondo significato i numerosissimi ritratti di famiglia, che ad uno sguardo superficiale potrebbero apparire ridondanti: è la volontà di ricostruire un nido attorno a sé, ma anche di fermare l’attimo della giovinezza, dell’ingresso nella Società, della conquista del prestigio, che paiono dare un senso all’esistenza di ognuno, ma che sono come minati alla base dalla coscienza dell’effimero.
Grande pittrice, grande ritrattista dal profondo sguardo psicologico, ma anche grande e mesta autrice di meditazioni sul senso dell’esistere dunque: pensieri che si manifestano a più livelli, nelle opere pittoriche innanzi tutto, ma anche nel carteggio, che esprime i sussulti, le illusioni, le disperate delusioni che – conoscendole – accentuano o disvelano il senso di certi sguardi, di certi sorrisi, di certi colori che compaiono nei ritratti e del suo progressivo “chiudersi” dell’hortus conclusus degli affetti, dei ricordi personali …
Tutto questo nel ricco volume da poco edito ed ora presentato al Salone del Libro, dalla splendida veste tipografica e ampiamente corredato di illustrazioni che danno conto di quanto i testi propongono.