Emilio
Salgari o l’avventura “a tavolino”.
di
Francesco De Caria
Variamente
elaborate, le avventure degli eroi salgariani portano lontano,
in paesaggi esotici, a contatto con le forze della natura
- che l’eroe riesce comunque a dominare – o con
civiltà “altre”, esotiche, al di fuori
degli orizzonti comuni, tanto più all’epoca in
cui esse vennero stilate, quando le notizie dal settore orientale
o sudorientale del Mondo – in una concezione ancora
eurocentrica - giungevano in Occidente tramite giornali o
resoconti di viaggio. E’ chiaro che il pubblico di riferimento
era un pubblico medio-alto, una borghesia benestante, quella
stessa fascia cui apparteneva il protagonista di “Cuore”:
comunque un pubblico che – oltre ad avere disponibilità
finanziarie per acquistare i giornali su cui a puntate uscivano
romanzi e racconti - era alfabetizzato ed aveva tempo libero
per dedicarsi alla lettura. Quanto meno un pubblico impiegatizio
di buon livello, che qualche disponibilità di tempo
e di denaro aveva per mantenere i figli a scuola, per permettersi
di acquistare riviste e giornali, per aver a noia il tran
tran quotidiano e cercare evasione in una dimensione esotica
del tutto fantastica e cartacea, nella quale – fra l’altro
– avvengono crudeltà e tradimenti, episodi di
assoluta fedeltà e lealtà ed episodi di tradimento
e di feroci vendette: alla fortuna di pubblico che in qualche
modo ancora continua – il cinema, l’editoria,
i cartoons continuano a elaborare avventure di personaggi
salgariani – non corrisponde una altrettanta fortuna
critica . Emilio Salgari
… ha fatto la fortuna di molti
editori assai più che la propria, considerato che fu
sempre assillato dai debiti: “Sandokan”, “I
pirati della Malesia”, “La figlia del Corsaro
Nero”, “Le tigri della Malesia” sono libri
che (…) hanno riempito la fantasia di intere generazioni
di ragazzi, con una fortuna sproporzionata non tanto alla
qualità artistica dei romanzi, che ovviamente è
nulla, ma degli stessi contenuti romanzeschi, intrisi della
violenza più assurda e gratuita, con quell’emblema
centrale della tigre-Sandokan che rappresenta il culmine del
sadismo nelle vesti dell’eroe necrofilo, cui importa
solo ammazzare, in un ambiente esotico completamente inventato
a tavolino: è un giudizio
tranchant, forse un
po’ troppo netto, di un notevole studioso della letteratura
fra Otto e Novecento,

Elio
Gioanola, risalente agli anni Ottanta. Immaginiamo
cosa dirà ora della scadentissima produzione televisiva
e di certa letteratura che – per fascia di lettori e
ascoltatori – può essere assimilata a quella
del Salgari.
Il giudizio così netto nei confronti dell’autore
veneto-torinese (nato infatti a Verona nel 1863, visse e morì
a Torino nel 1911) è posto accanto al giudizio negativo
ma non troppo, riservato alla coeva narrativa femminile fatta
da donne e rivolta alle donne, che promuoveva i valori fondanti
della società dell’epoca, la famiglia, la maternità,
l’amore per la casa e i figli, pur con un senso femminista
dell’emancipazione della donna dalla sudditanza al puro
e semplice ruolo domestico.
In
realtà la letteratura salgariana – cui si è
dedicata e si dedica in Torino l’Editrice Viglongo-
presenta aspetti comunque interessanti.
Innanzi tutto se si confronta l’esotismo dei principali
romanzi e la biografia dell’Autore:
una divaricazione tanto accentuata da fare del romanzo d’avventura
in luoghi lontani più un sintomo di evasione e di rivalsa
psicologica che un espediente per far cassetta. Fu
un forzato del lavoro,
pressato dagli editori, ma anche dalle disgrazie famigliari.
Nato a Verona nel 1862 in una famiglia di commercianti,
studiò al Nautico di Venezia, ma non ottenne mai il
diploma di capitano di Marina di cui pure si fregiava. Scrisse
di mari lontani, ma l'unica sua navigazione avvenne lungo
le coste dell'Adriatico.
I
Paesi esotici li conobbe soltanto sulla carta: viene
in mente Ariosto che girava il mondo su un “Ptolomeo”,
come diceva l'Ariosto, cioè su un atlante. Andavano
allora di moda il romanzo sentimentale, il romanzo tardoveristico
e il romanzo d'avventura in particolare: con I selvaggi della
Papuasia e nel 1883 con Le tigri della Malesia il Salgari
esordì su giornali di Verona, ma non ci guadagnò
pressoché nulla. Intanto anche la vita privata si preannunciava
tragica: ha 26 anni nel 1889 , quando il padre
si suicida, un avvenimento che lascerà una profonda
traccia e si rivelerà premonitore. Nel 1892 sposò
un'attrice e si trasferì a Torino, dove sottoscrisse
un contratto con l'editore Speirani.
Era un contratto che lo costringeva ad un lavoro continuo,
diurno e notturno, visto che l'autore, nella sua ansia di
precisione nelle ricostruzioni d'ambiente e di verosimiglianza
dei fatti di fondo trascorreva il giorno in biblioteca e la
notte a comporre l'opera: in sei anni doveva stilare ben trenta
romanzi. E' pur vero che la fama non gli mancava, tanto che
Umberto I nel 1887 lo insignì della medaglia di Cavaliere.
Lavorò
anche per un'editrice genovese
e dal 1906 con una casa famosa, la Bemporad.
Ma era un ingenuo e i contratti che firmava contribuivano
sì a dargli prestigio, ma non gli consentirono mai
una vita tranquilla dal punto di vista economico. Alle
angustie e alle preoccupazioni economiche si aggiunsero disgrazie
famigliari di non lieve entità. Dal 1903 si manifestano
segni di follia della moglie, che, come corollario hanno una
serie di debiti contratti per curarla; tutto inutile, perché
nel 1911 deve rinchiuderla in manicomio, fra l'altro allora
realtà orribile. Sono tutte cose che lavorano ai fianchi
lo scrittore assillato dal lavoro, circondato di fantasmi
di follia e di morte. Nel 1909 scrive ad un amico:
Sono inchiodato al mio
tavolo per molte ore del giorno e della notte; nel riposo
sono in biblioteca a documentarmi. Devo scrivere cartelle
su cartelle e spedire agli editori... quasi con
un senso di soffocamento e di disperazione. Sono
un vinto; vi lascio la considerazione della propria
esistenza, che si risolve tragicamente, come è noto.
Era quasi in grido angoscioso di disperazione. Per
“tenersi su” fuma cento sigarette al giorno e
beve bicchierini di marsala.
A voi che vi siete arricchiti
con le mie pubblicazioni, mantenendo me e la mia famiglia
in una continua semimiseria, chiedo solo che provvediate ai
miei funerali. Vi saluto spezzando la penna!
Nel 1910 i nervi cedono: tenta una prima volta il suicidio,
ma lo salvano.
Infine il 25 aprile 1911 esce di casa
con un rasoio in tasca. Le lettere sono indirizzate ai figli,
ai direttori dei giornali, agli eredi: Sono
un vinto; vi lascio solo 150 lire e un credito di 600 lire.
Ed indica dove trovare il suo cadavere presso Madonna del
Pilone. I suicidi sono molti all'epoca. Il suicidio
era praticato in alta percentuale all'epoca, sintomo di profondo
malessere;
Il cadavere è rinvenuto da una lavandaia con la gola
e il ventre squarciati col rasoio che si era portato da casa.
Un suicidio meditato lucidamente, dunque. Ha fatto Harakiri,
come si usa in Oriente, rivolto al Sole levante. In un'epoca
della quale la macabra pratica è largamente praticato,
per questioni economiche, di malessere psicologico.
E' l'epilogo di una intensa, disperata attività, di
una continua lotta contro la povertà e probabilmente
della coscienza di aver piegato le proprie virtù alle
necessità dell'esistenza che sino all'ultimo lo ha
perseguitato.

A
Emilio Salgari, le cui opere sono state pubblicate da grandi
editori e illustrate da grandi artisti,
è
dedicato il convegno “La tigre del Po”

- il titolo sottolinea il carattere
“casalingo” delle avventure narrate dall'Autore
- che si terrà
venerdì
29 ottobre 2010 dalle ore 10.30 nella sala delle colonne a
Palazzo Civico in Torino,

convegno
cui parteciperanno Franca e Giovanna
Viglongo, dell'editrice che ha ripubblicato le opere
del Salgari,
il
prof. Pozzo, saggista, Carlo Manetti, storico. Il convegno
è organizzato dalla città di Torino e

dalla
Fondazione Tancredi di Barolo.
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