Parlando di…
Edoardo Rubino (Torino,
1871-1954)
Gypsum
silente, sculture dallo studio di
Edoardo Rubino, a cura di Armando
Audoli, una lodevole e bella iniziativa de La
bottega di Luca e Antichità Sibona, che consente
di sogguardare dietro la tenda dello studio d’artista
di
Francesco De Caria
La
bottega di San Luca e l’Antiquario Sibona di Torino
hanno promosso una splendida mostra di opere in gran parte
presentate nello stadio predefinitivo di gesso o di bozzetto
in terra quale appare nello studio di uno scultore: in questo
caso illustre l’autore, Edoardo Rubino.
Tale prezioso materiale è stato disposto ed esposto
al pubblico nei locali della galleria di Palazzo Lessolo
in via Andrea Doria 10.
L’abbondanza dei pezzi e quindi il loro affollamento,
l’impiego di cavalletti e altri tavoli e supporti
da studio ha evocato con grande suggestione il bric –
à-brac di uno studio di scultore, un labirinto del
quale solo l’artista stesso possiede il “filo”
guida. Non solo, ma realisticamente si dimostra come l’opera
d’arte non nasca in un isolato e ordinato Parnaso,
ma in una sorta di “labirinto” di pezzi, libri,
disegni, appunti, materiali, “ferri,, – alcuni
messi a punto dall’artista stesso nella fucina che
corredava molti studi - come rendiconto dell’attività
preparatoria dell’opera definitiva, che si presenterà
al pubblico in ben altro ambiente, dal salotto, al porticato
del giardino di una villa, all’ambiente aperto dai
larghi spazi.
Ha offerto occasione di questa raffinata operazione culturale
la raccolta con relativo restauro di alcuni pezzi, dei gessi
preparatori di Edoardo Rubino, nato a Torino da modesta
famiglia vercellese nel 1871, stroncato nella stessa città
da un attacco di angina, mentre lavora al Francesco Ruffini
per l’Università. Gli
esordi sono senz’altro nel segno di un raffinato Liberty
unito ad un quattrocentismo assai significativo, nel quale
non sono assenti suggestioni e parallelismi col Bistolfi,
di quasi una generazione più anziano, evidenti soprattutto
in opere come la Tomba Boido del Monumentale
di Torino, eseguita peraltro verso il 1910, quando il Maestro
casalese era ancora all’apice della propria arte:
figure pesantemente velate – la Morte – accolgono
esili figure di giovinette fluttuanti nella materia, senza
concessioni a motivi decorativi che sminuirebbero la grave
solennità dell’opera e del momento che essa
rappresenta; come un bozzetto
di testa femminile del 1911, nel bassorilievo con putti
per la confetteria Romana Bass di piazza Castello, nei due
telamoni, forse un progetto non eseguito, che rattengono
qualcosa di michelangiolesco… Ma – come
per molti altri artisti – la “bufera”
della prima guerra Mondiale cambia molte cose: si tende
ad abbandonare quanto di rinascimentale c’era nella
lezione accademica, per accostarsi a modelli altrettanto
simbolici, ma più “essenziali”: tendono
a venir meno le grandi masse indistinte dalle quali la figura
emerge, i motivi puramente decorativi. La
testa della Vittoria destinata al Monumento dei postelegrafonici
caduti in guerra, datata in modo impreciso nel decennio
1918-1928, è un bell’esempio del cammino compiuto
verso una maggior essenzialità e ad un accostamento
al modello donatelliano.
I ritratti delle signore dell’alta borghesia torinese,
il tondo di Umberto Principe di Piemonte, gli Angeli per
la Stazione del Vaticano hanno linee chiare, non emergono
da masse indistinte, i ritratti virili hanno un aspetto
volitivo e netto, i ritratti femminili sono di una sobria
eleganza… In figure intere non viene mai meno il modello
classico: ormai l’”antica” lezione dell’epoca
floreale ha lasciato vaga traccia nei capelli. Ancora la
lezione classico greca, con qualche concessione all’ateniese
Fidia, ma soprattutto all’alessandrinismo ne L’energia
domata nella quale due focosi cavalli che ricordano il Rinascimento,
sono trattenuti dall’Uomo, interpretato in epoca fascista
come figura di Mussolini che domina le forze ribelli, in
realtà antico motivo del Genio umano che sa indirizzare
l’energia delle passioni, del quale si parla già
nel mito platonico del V secolo a.C.: in effetti, esaminando
la documentazione relativa , si evince che si tratta di
un monumento destinato ad una centrale idroelettrica, nella
quale – come è noto - la “furia”
disordinata delle acque è incanalata nelle turbine.
Di
Rubino sono il

Faro
della Vittoria al Parco della Rimembranza sulla Collina
Torinese, figura legata all’ufficialità conferita
anche dalla tradizione (la figura alata risale all’antichità
greca),

il
Monumento al carabiniere
e
la palazzina della Promotrice delle Belle Arti, una sobria
costruzione nella quale figure di ascendenza rinascimentale
– questa la sua opera – sono rilevate su un
architrave curvo sorretto da colonne, che fiancheggiano
l’entrata .
ALTRE
OPERE

Modello
originale in scala al vero del bassorilievo per la tomba
della famiglia Boido
al Cimitero Monumentale di Torino, Verso la Pace, 1906-1907.

Il
Valore (bozzetto per il Monumento a Umberto I)
Bozzetto originale per uno dei due rilievi istoriati realizzati
in marmo bardiglio inseriti nel
basamento del Monumento a Umberto I a Roma: “Il Valore”
L’imponente monumento fu commissionato a Davide Calandra,
ma ad eseguirlo quasi interamente fu il solo Rubino, incaricato
nel 1915 dal re Vittorio
Emanuele III di portare a termine l’opera rimasta
incompiuta in seguito alla morte di Calandra.

Testa
della Vittoria Modello originale per la testa della statua
bronzea della Vittoria che si erge su un alto parallelepipedo
di marmo verde al centro dell’atrio del Palazzo delle
Poste di via Alfieri, a Torino, la cui decorazione plastica
era stata realizzata entro il 1911 dallo stesso Rubino.
L’opera finita venne esposta alla Biennale di Venezia
del 1928 in una collocazione privilegiata e curiosamente
simile a quella attuale: nella rotonda dopo il vestibolo
d’ingresso al Padiglione principale dell’esposizione.

L’Offerta
(Donna con cesto di fiori).
Gesso
preparatorio in scala al vero della statua di cui si conserva
un esemplare nell’atrio del Centro di produzione RAI
di Torino, in via Verdi 14. Le caratteristiche stilistiche
suggeriscono una datazione tra la fine degli anni Trenta
e l’inizio del successivo decennio, quando l’attività
dell’artista ottiene pieno riconoscimento pubblico
con la mostra personale alla Biennale di Venezia (1942).
L’elevata capacità di sintesi formale e la
sensibilità nel trattamento delle superfici che caratterizzano
la produzione matura di Rubino sono del resto splendidamente
esemplificate da questa solida e armoniosa figura di donna
dai gesti misurati ed il volto illuminato da un enigmatico
sorriso.

Testa
maschile ideale Questa magnifica testa dai tratti pronunciati,
segnata nella chioma dalle vigorose ombreggiature prodotte
dalla martellina dentata, è con ogni probabilità
il modello originale di una delle statue virili che fanno
corona alla maestosa figura della Giustizia nel gruppo bronzeo
sulla sommità del Monumento al Carabiniere Reale
a Torino , inaugurato nel 1933.
La realizzazione dell’opera cade dunque, almeno nella
sua fase iniziale, in un momento di intensissima attività
dell’artista, intento a portare a termine l’impegnativo
monumento al Generale Mitre per Buenos Aires (1927),
ma soprattutto assorbito nell’impresa del colossale
Faro della Vittoria, eretto nel 1928 sul Colle della
Maddalena a Torino.

Altorilievi
con putti intenti alla vendemmia (Confetteria Baratti &
Milano) Per la facciata della Confetteria Baratti &
Milano, sotto i portici di piazza Castello a Torino, Rubino
realizzò quattro altorilievi in bronzo con figure
di «puttini ridenti fra canestri di frutta, fiori,
tralci di vite e grappoli d’uva, rappresentazioni
allegoriche delle quattro stagioni» I gessi sono i
modelli originali per i due gruppi più esterni della
serie. La ristrutturazione dei nuovi locali del negozio
fu commissionata nel 1909 al decoratorearchitetto Giulio
Casanova, trasferitosi da Bologna a Torino nel 1904 e incaricato
nel 1907 dei lavori di decorazione e di ornato del Palazzo
delle Poste, cui prese parte anche Rubino I due artisti
– poi colleghi all’Accademia Albertina –
collaborarono in seguito a diverse imprese d’arte
decorativa (ricordiamo, tra i lavori più impegnativi
e di felice riuscita, la tomba Porcheddu al Cimitero Monumentale
e l’ammodernamento della Confetteria Romana-Bass).
Fu Rubino a consigliare ai proprietari della Confetteria
Baratti di affidare interamente a Casanova la progettazione
dell’interno dei locali affacciati sulla piazza e
della nuova devanture del negozio. I lavori di decorazione
del negozio terminarono all’inizio del 1911 e alla
metà di febbraio i quotidiani torinesi davano notizia
dell’inaugurazione. Enrico Thovez su “La Stampa”
ed Emilio Ferrettini sulla “Gazzetta del Popolo”
commentarono favorevolmente il lavoro di Rubino. Secondo
Ferrettini, la facciata era notevolmente ravvivata dalla
grazia dei quattro altorilievi «a guisa di cariatidi»
modellati da Rubino e fusi in bronzo nella fonderia Betta:
«…E sono figure di putti… ove la freschezza
dell’impressione, la vivacità del segno, ’eleganza
delicata, il senso decorativo e lo studio della realtà
si fondono in un insieme armonico e gustosissimo... ».
Ritratto
di Federico Sclopis, 1904
Modello originale per la testa della statua in bronzo del
monumento a Federico Sclopis, sito nei giardini della Cittadella
a Torino. Federico Sclopis, conte di Salerano (Torino 1798-1878),
a partire dal 1822 ebbe una brillante carriera nella magistratura
sabauda. Subito dopo la sua scomparsa si costituì
un comitato per raccogliere i fondi destinati all’erezione
di un monumento commemorativo, ma il concorso pubblico per
assegnarne l’esecuzione fu bandito solo nel
1903. Ai primi di gennaio dell’anno successivo i 17
bozzetti eseguiti dai partecipanti (tra cui i torinesi Cesare
Biscarra, Luigi Contratti e Tancredi Pozzi) vennero esposti
in due sale della Società Promotrice delle Belle
Arti. Rubino presentò due progetti: Le preferenze
della commissione giudicatrice andarono ad uno di essi.
Rubino si mise subito al lavoro e il monumento all’insigne
statista e giurista fu inaugurato nel 1905. L’opera
è significativa per l’affermazione pubblica
del giovane scultore, che abbandonava la strada della sperimentazione
simbolista per fare ritorno
«ai canoni collaudati della tradizione del naturalismo
ottocentesco».
La
Seminatrice (particolare del monumento a Edmondo De Amicis)
Nel 1909 Rubino fu incaricato dal Comune di Torino di realizzare
il monumento commemorativo ad Edmondo De Amicis destinato
ad essere collocato nei giardini di piazza Carlo Felice,
dove verrà inaugurato il 21 ottobre 1923. Il monumento,
realizzato in marmo bianco, si compone di due distinti
elementi: la statua della Seminatrice, poggiante su un alto
piedestallo ornato sulla fronte da un medaglione scolpito
con il ritratto di De Amicis, e l’esedra che le fa
da sfondo, interamente decorata ad altorilievo da una serie
di figure fanciullesche, ispirate al popolarissimo libro
Cuore e simboleggianti i valori familiari e civili che lo
scrittore voleva trasmettere alle future generazioni, ovvero
l’Amore materno, l’Amicizia, la Carità,
il Lavoro e l’Amor di Patria. Nel marzo 1911 il modello
in gesso della Seminatrice era terminato, ed Emilio Ferrettini
poteva pubblicarne la fotografia sulla “Gazzetta del
Popolo”, con parole di apprezzamento per la figura
muliebre «piena di serenità e dal volto soffuso
di classica bellezza» intenta a spargere fra i giovani
«quella semente delle buone parole che darà
raccolto di buone opere».
Bassorilievo
con figura femminile e putti (Confetteria Romana-Bass) È
il modello originale per la parte superiore del rilievo
bronzeo eseguito da Rubino per la facciata esterna della
Confetteria Romana-Bass, a Torino.
Lo storico negozio, oggi non più esistente, era situato
sotto i portici di piazza Castello, non lontano dai locali
della
Confetteria Baratti & Milano ristrutturati fra il 1909
e il 1911 su progetto di Giulio Casanova. .
Come nella Confetteria Baratti, l’ornamentazione dell’esterno
prevedeva la presenza di inserti scultorei fra
le vetrine, ma in quest’occasione Rubino realizzò
una sola grande tabella bronzea animata da
un forte senso plastico con la raffigurazione di una florida
figura femminile rivestita da un leggero panneggio
increspato che lascia scoperto uno dei seni dove vivaci
effetti chiaroscurali sono prodotti dalla contrapposizione
fra elementi modellati a delicato bassorilievo ed altri
che emergono con vigore dal piano
d’appoggio, fino a sfociare nel tutto tondo.
Modello
e testa di cavallo (dal gruppo “L’energia domata”)
Entrambi i gessi sono in rapporto con il monumentale gruppo
scultoreo simboleggiante L’Energia domata, realizzato
da Rubino per la centrale idroelettrica di Glorenza, in
Trentino.
L’opera finita, fusa in lega d’alluminio, si
trova tuttora davanti alla centrale “Guido Donegani”
Il modello originale della testa, in scala al vero, è
in rapporto con il cavallo a destra nel guppo. I lavori
per la costruzione degli impianti idroelettrici sui laghi
di Resia furono avviati dal Gruppo Montecatini nel 1939
e completati solo nell’autunno del 1948, dopo aver
subito un rallentamento a causa della guerra. La centrale
di Glorenza fu inaugurata il 28 agosto 1949. La realizzazione
della scultura di Rubino dovrebbe quindi collocarsi entro
questo lasso di tempo, come lascia intendere anche un gruppo
di fotografie con annotazioni dell’artista risalenti
con verosimiglianza al momento
dell’inaugurazione.
L’elenco dei gessi rimasti nello studio di via Asti
dopo la morte dello scultore registra la presenza di un
«Modello (piccolo) per uno dei cavalli del lago di
Resia» e segnala l’esistenza di altri «Due
cavalli di
Resia» a Villar Perosa, senza però specificarne
le dimensioni.
Fu
uno degli artisti fortunati che poterono operare con successo
sino all’ultimo, nonostante il passare del tempo e
l’urgere di una nuova arte: infatti muore improvvisamente
ottantatreenne, per un “colpo” mentre lavora
alla statua di Francesco Ruffini per l’Università
di Torino; nel frattempo stava lavorando anche al progetto
del monumento alla Linea Gotica (tre figure in cemento su
base di travertino) inaugurato postumo nel 1958 a Ripa di
Seravezza.
Il prezioso catalogo è firmato da Sandra Berresford,
Armando Audoli e Monica Tomiato.
Un’altra
esposizione in un luogo non deputato: Edoardo Rubino in
libreria antiquaria.
di FRANCESCO DE CARIA
Il pubblico è stato abituato da decenni di consuetudini
ai luoghi deputati, per cui, se voglio godermi una mostra
di pittura o di scultura, mi recherò in una galleria
d’arte, pubblica o privata che sia; se sono un bibliofilo,
mi recherò in una delle suggestive librerie antiquarie
della città – se ho la fortuna di risiedere
in città – e se poi sono un cinefilo farò
una visita al Museo del Cinema … E così via.
Da qualche tempo – non molto a quanto ci consta, una
manciata di anni – invece assistiamo ad un interessante
fenomeno, soprattutto nei suggestivi locali del centro cittadino:
un paio di anni or sono un rinomato ristorante presso la
Gran Madre ha riservato le pareti a dipinti di vari pittori
che ritrassero il tempio neoclassico elevato ob adventum
Regis nel 1818 con corredo di quaderno/catalogo; più
volte ci siamo soffermati sulla “cartoleria”
antiquaria di via Saluzzo, anche se vende normalmente quaderni,
penne e matite, cartelle e dossier… di Mario Gomboli
e nella quale compaiono opere di Rosai, di Cherchi, di Dogliani…
Il 16 ottobre 2008 in ore serali,
fra le sei e le nove è stata inaugurata la mostra
Con docile incanto curata da Armando Audoli per la Weber
& Weber e dedicata ad uno dei protagonisti della scultura
non solo torinese del Novecento, Edoardo Rubino, presso
la libreria antiquaria Dentis di via San Tommaso.
E’ quanto mai suggestivo ammirare le opere che evocano
– per i curatori – un docile incanto, secondo
una fortunata formula di Sapori. Sono folgoranti le sintesi
che certi critici o scrittori hanno saputo formulare: fu
il Sapori ad mettere in risalto l’armoniosa unione
di realtà e Bellezza ideale; e il Sapori è
giudicato il primo vero studioso della scultura italiana
moderna.
Edoardo Rubino nasce nel 1871 a Torino
in una famiglia non certo agiata per la quale anzi Armando
Audoli parla esplicitamente di condizioni prossime alla
povertà: non è facile definire meglio questa
espressione, perché il nome di Rubino non compare
né sul Comanducci, degli anni Settanta, repertorio
degli artisti italiani fra i quali, pure, compaiono nomi
ben più oscuri, né sulla “Garzantina”,
la maneggevole, ma autorevole enciclopedia degli anni Ottanta.
Quindi per molti -non certo per gli studiosi, gli amanti
dell'Arte e i galleristi - è occasione di una vera
e propria scoperta . Eppure una sua opera guarda dall'alto
del Colle della Maddalena Torino, il Faro della Vittoria.
Il momento dell'”esplosione” della fama di Rubino
è l'Esposizione Internazionale di Arte Decorativa
del 1902. Allora Torino era giudicata la città più
moderna d'Italia e torinesi sono Enrico Thovez, scrittore
e critico d'arte, e Raimondo d'Aronco, architetto, che avrebbe
progettato gli edifici dell'Esposizione del 1911, altro
momento di grande affermazione della nostra città,
che dalla fine dell'Ottocento è da ritenersi trainante
della cultura d'Italia e non solo. Le sue industrie –
di alcune delle quali restano gli edifici o le loro facciate
nell'ex periferia della città – non solo erano
necessarie per l'economia d'Italia, ma fornivano i capitali
che davano respiro anche all'Arte: si effettui una visita
nel Cimitero Monumentale di via Catania per rendersi conto
della vera e propria galleria d'arte all'aperto che esso
costituisce e si leggano – nella parte più
antica – i nomi delle famiglie proprietarie della
cappelle e dei “loculi” nei vari bracci e ci
si renderà conto dell'apporto formidabile che l'aristocrazia
e classe imprenditoriale fra Otto e Novecento hanno dato,
in qualità di committente, alla scultura. Il
Rubino fu autore di alcuni importanti monumenti, dai quali
risalta la sua arte coerente con una concezione, del resto
di ascendenza classico romantica (non è affatto un'antinomia),
di espressione dell'Idea. L'Audoli acutamente sottolinea
il fatto che la la materia è l'espressione di profonde
vibrazioni che nascono dall'Idea ... senza contraddire nell'intimo
la sua poetica, fatta di invisibili tumulti sottostanti
e tenui, ultrasensibili vibrazioni di superficie.
Come a dire che è l'Idea che dà sostanza alla
materia che vi si plasma come un velo. E furono le idee
che il Rubino sostenne nel ventennio di insegnamento all'Albertina.
Morì quando l'arte figurativa
era giunta ad un passo critico: era il 1954 -aveva dunque
ottantatre anni – è l'estetica crociana, ancora
pienamente trionfante, era sul punto di essere posta in
profonda discussione anche presso il pubblico. Audoli,
definendolo persona dai modi delicati – quasi femminei,
nonostante la sua grande capacità di lavoro anche
fisico, ché pesante è l'arte dello scultore
- ne rileva una sensibilità crepuscolare. Visse l'epoca
non facile per uno scultore in cui si era sottoposti all'inevitabile
confronto col Maestro, Bistolfi, mantenendo un “verismo”
che carica di simboli, seguendo piuttosto la lezione di
Davide Calandra, abbandonando comunque il verismo puro e
“usando” una fedeltà al “vero”
per “piegare” la materia ad ogni possibilità
espressiva. Sta qui il “docile incanto” cui
fa riferimento l'Audoli, nella capacità di dominare
la materia, dalla fluviale serenità della “Dora”
alla mesta espressione della “Gressonara”, alle
mani squisite della giovinetta di Nazareth, allo sguardo
obliquo della “Gelosa” e persino alle tumide
labbra e le occhiaie di Vittorio Emanuele III .