Librerie
e mostre d’arte. Alla Dantesca
di Torino Xavier de Maistre e D’Annunzio. Sino
al 10 gennaio 2010
di
Francesco
De Caria
Abbiamo
avviato il discorso su Xavier de Maistre,
incisore, qualche tempo fa in questa rubrica, avendo incontrato
l’artista nell’affascinante mondo del suo studio
torinese nel quartiere che sa di antiche storie della città
e dell’aristocrazia subalpina. Abbiamo ora occasione
di tornare sulla sua “meditazione” artistica,
tecnica e di contenuti, soffermandoci sulla suggestiva mostra
alla “Dantesca” - prestigiosa libreria e casa
editrice - presentata da
Gian Giorgio Massara e
Angelo Mistrangelo
 ,
fra
i nomi ben noti della storia e della critica d’arte
piemontesi. La presentazione in anteprima
del romanzo di
D'Annunzio
Il
compagno dagli occhi senza cigli,
nell'edizione
Fogola,corredato dalle immagini elaborate dall’incisore
torinese, si è tenuta al Circolo degli Artisti, alla
vigilia della inaugurazione della mostra, da un illustre nome
della cultura,

Giorgio
Barberi Squarotti. Coerente è l'accostamento
fra l'illustre studioso e l'opera del De Maistre: a suo tempo
infatti il Barberi ha avviato un nuovo filone nell’ambito
della critica letteraria, quello psicoanalitico, con risvolti
di grande importanza ai fini di comprendere la nuova letteratura
e la nuova arte figurativa. Il Pascoli – fra i primi
ad essere riesaminato alla luce della nuova critica fra gli
altri proprio dal Barberi Squarotti e da

Elio
Gioanola
procede
“a lampi”, ognuno dei quali ferma un'immagine,
ed è scrupoloso nell'indicare le specie di uccelli
nelle sue poesie caratterizzate dalla “giustapposizione”
di visioni, come in sogno o nel discorso libero di proustiana
ascendenza; nel De Maistre, la villa che si accampa nitida
sul foglio, delineata con estrema precisione, il parco di
alberi di determinate specie, l'uccello ornitologicamente
definito, descritto miniaturisticamente nei particolari, si
accampano sincronicamente sul bianco del foglio, suggerendo
da una parte l'idea di una visione più che di un cronachistico
rendiconto illustrato, anche se la villa è proprio
quella indicata dal titolo dell'opera e anche se l'animale
fermato in immagine è l'upupa o l'anitra selvatica
o il merlo o il pettirosso, o l'istrice o la lepre o il cavallo
di una determinata razza. In mostra, fra le altre, un'incisione
quasi didattica: una tavola con le sedici specie di uccelli
che compaiono nelle varie opere, che in qualche modo ricordano
a chi scrive incisioni sette e ottocentesche del

castello
di Masino, appartenuto ai Valperga;
tanto a dire le ascendenze artistiche del De Maistre, coerenti
con le ascendenze aristocratiche. La bellezza di queste opere,
evidente per tutti, consiste proprio nell'estremo nitore,
che suggerisce l'idea di un “tutto a posto”, di
una realtà ricomposta. Tuttavia, approfondendo appena
l'analisi, affiora qualcosa di inquietante: le finestre chiuse,
il silenzio estremo che le visioni solari leggermente abbacinanti
evocano, interrotto appena dal palpitare d'ali dell'uccello
colto in volo, l'insistere sull'immagine quasi a interrogarla
sui segreti che essa racchiude conferiscono un quid misterioso.
Forse è proprio questo il fascino che da esse promana.
Nella presentazione l'artista ha opportunamente illustrato
il lungo lavoro dell'incisore, soffermandosi sulle varie tecniche,
dal bulino all'acquaforte, mettendo in risalto la meticolosità
che è richiesta all'artista nelle varie fasi di lavorazione
dal disegno al torchio: un errore seppur lieve vanifica il
lavoro di molti giorni. Per questo si richiede un grande rigore
nelle procedure.
Altra osservazione che si può fare sull'evento: una
mostra d’arte in una libreria, letteratura e arte figurativa
congiunte in grazia del soggetto della mostra, le incisioni
che l’artista ha eseguito a corredo dell’edizione
di un’opera di D’Annunzio, Il compagno dagli occhi
senza cigli, composta in un periodo problematico per lo scrittore
esteta, la confisca della Capponcina, la villa di Settignano
- nome che evoca l’arte quattrocentesca di Desiderio
- nella cui torretta il poeta si chiudeva, isolandosi dal
mondo comune, per comporre. Come si sa, il vate, l’esteta,
che aveva fra le corde della sua Musa l’osare al di
là di ogni limite, ispirato all’ideale dell’Übermensch,
dell’uomo che va oltre, spese molto di sé e delle
proprie ingenti sostanze nella realizzazione di questa filosofia
di vita: scelse dunque di acquistare la prestigiosa villa
della collina fiorentina,

La
Capponcina, che arredò con opere d’arte
e di alto artigianato, sino a indebitarsi in misura tale che
dovette abbandonare la prestigiosa residenza proprio cent’anni
or sono, nel 1909. Fra l’altro la
Capponcina fu anche il nido d’amore fra il Poeta e

Eleonora
Duse, che rivestì il ruolo di protagonista di
vari drammi composti dal D’Annunzio.
Il
compagno dagli occhi senza cigli, il breve romanzo autobiografico
che compare nella prima parte del secondo volume delle Faville
del Maglio, pubblicata a Milano, da Treves nel 1924 e nel
1928, narra delle giovanili aspirazioni del Poeta, confidate
all’amico Dario che ha gli occhi senza cigli,
all’epoca degli studi al “Cicognini” di
Prato: l’ammirazione per Napoleone, le fughe dai tetti,
le liti coi bidelli, il nascondersi nei corridoi, i grandi
progetti per il futuro… Ma ora Dario – depositario
di quei sogni - è minato dall’alcolismo, vive
a Londra con una prostituta, ha dovuto ricorrere alla falsificazione
di firme per pagare i debiti. Tramontano così i generosi
progetti giovanili: il D’Annunzio, che pure conosceva
il successo a livello internazionale e con le sue azioni e
i suoi illustri amori e aveva riempito le pagine dei giornali,
vuol provare il gusto dolceamaro dell’insenilimento
e riflette su Dario una triste prospettiva esistenziale. Così,
all’epoca della pubblicazione in volume
delle Faville, lo scrittore – che sarebbe scomparso
nel 1933, dunque di lì a pochi anni, gradualmente emarginato
dalla scena politica e fisicamente minato - avverte il sapore
del tramonto, sapore aspro e nello stesso tempo accattivante
nel ricordo di tempi più felici, quando poteva permettersi
una vita principesca, di cui l’acquisto della villa
a Settignano è testimonianza.
Come un riaffioramento della memoria – il
D’Annunzio del romanzo è stato accostato a Proust
- in un flusso continuo e libero, si accampano i ricordi del
poeta; così si stagliano
sul bianco del foglio nelle ventisette incisioni di De Maistre
le immagini di ville aristocratiche, quasi colpite da un lampo
di luce che ne rende netti i contorni, abbaglianti le facciate,
nelle quali si aprono nere finestre; un senso di silenzio
assorto pervade quelle visioni in cui, unici esseri animati,
compaiono uccelli dal variegato piumaggio, ai quali l’artista
ha dedicato lastre autonome, nove delle quali sono in mostra:
anitre selvatiche, l’upupa, i beccaccini, la civetta,
il martin pescatore, la cinciarella, la pavoncella…
Nelle loro fattezze l'artista pare aver celato altrettanti
caratteri e tipi umani, quasi in riferimento ad antichi bestiari.
Una mostra e un volume di alto livello, dunque,
particolarmente significativi nel nostro tempo, intessuto
di effimero per il quale tanto ci si affanna: il senso pare
dunque essere l'esame del fine di tanto travaglio. Le carte
d'archivio, gli epistolari, le biografie possono svelare almeno
in parte brani di esistenze, ma l'immagine porta con sé
un valore quasi magico nel senso alto del termine.
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