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Claudio Bisio: comico, ma non solo
di Loris Liuzzi

"Claudio Bisio nacque nel 1957, sotto un cavolo e già senza capelli": così, secondo la leggenda, venne al mondo il capocomico di Zelig, ormai conosciuto in Italia come all'estero. Claudio Bisio è un artista completo e non solo un comico d'eccellenza. Basta leggere, infatti, la biografia presente sul suo sito ufficiale (www.claudiobisio.it) per rendersi conto della sua vastissima esperienza teatrale, cinematografica e della sua ottima predisposizione per il mondo dell'editoria. Claudio fa ridere, diverte, ma sa far piangere e riflettere, come solo i grandi comunicatori sono capaci di fare.
Il 2006 per Claudio è stato a dir poco esplosivo: da febbraio, il nuovo film di cui è protagonista, "La cura del gorilla", è nelle sale cinematografiche e, tra critiche ed elogi, ha comunque stimolato la discussione degli spettatori. Ma l'anno nuovo è cominciato soprattutto con la "versione 2006" del programma televisivo Zelig, dedicato al cabaret, ormai noto in tutt'Italia. Riconfermata come partner Vanessa Incontrada, sempre alle prese con le difficili note del canto, Zelig è partito fortissimo, raggiungendo sin dalla prima puntata ascolti da record.
Ho incontrato Claudio a Milano, in un piccolo bar nelle vicinanze di Viale Monza. Quel giorno, a quell'ora precisa che avevo concordato qualche ora prima con lui, aveva appena cominciato a piovere. "Meno male che sono arrivato!", pensai. Entrai nel bar. Mi guardai intorno. Claudio mi salutò da lontano dicendomi: "Perché racconti palle? Non ci siamo mai incontrati!". Hai ragione Claudio: era per rendere la cosa più professionale. Dunque, ero seduto di fronte alla scrivania della mia cameretta, quando mi è venuto in mente di porre a Claudio un po' di domande:

Raccontaci un po' della tua infanzia: quali erano i tuoi "miti" e cosa pensavi di fare da grande?

Volevo fare il pagliaccio, dopo essere stato al circo con mio nonno… un po' ci sono riuscito, no?

Come ricordi il periodo scolastico?

Piacevolmente. Non sono stato mai un gran secchione, ma per fortuna non ho mai avuto grosse difficoltà, anzi. E comunque mi è sempre piaciuto studiare, conoscere cose nuove, "saperne di più"…

In che modo hai vissuto gli anni della contestazione?

In modo molto attivo. Ho fatto tutto il liceo scientifico a Milano negli anni settanta. Non impegnarsi in quegli anni voleva davvero dire essere qualunquisti, menefreghisti…e ce n'erano, intendiamoci…quelli che durante le assemblee andavano al bar a giocare a boccette. Beh, io non ero tra questi.

Quanto, questi anni, hanno influito nel tuo percorso teatrale?

Molto. Persino la scelta di fare l'attore nasce in quegli anni, andando a vedere Dario Fo in modo dapprima quasi militante, poi sempre più interessato a quella strana forma di comunicazione e di arte che è appunto il teatro.

Quali sono i tuoi primi ricordi riguardo il teatro? E le prime difficoltà?

Difficoltà poche, direi. Ho fatto l'esame di ammissione alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, si nascosto da tutti: amici, genitori…così, quasi per scommessa. Da quando mi hanno preso è stato tutto abbastanza lineare.

Quando e come hai capito che la tua strada sarebbe stata quella della recitazione in teatro?

Non subito. Direi dopo tre o quattro spettacoli (Brecht, Commedia dell'arte, Shakespeare)…poi Nemico di classe di Nigel Williams. Ecco quello spettacolo fu davvero galeotto. Lì capii che fare l'attore sarebbe stata la mia vita.

C'è un evento, nel tuo percorso di vita umano e professionale, che ricordi con particolare coinvolgimento emotivo?

Quando finalmente, anni dopo, mi capitò di recitare con Dario Fo. Era il 1988 e lo spettacolo "Morte accidentale di un anarchico".

Ti fermi spesso a ricordare i momenti in cui eri "uno dei tanti"?

Sempre.

Dopo i primi anni di teatro iniziano le esperienze nel mondo del cinema, ma anche in quello dell'editoria e della musica. E' stato difficile questo passo in avanti o ti sentivi da subito "con le carte in regola" per fare bene?

La curiosità (e forse l'irrequietezza) mi hanno dettato quei cambiamenti di percorso professionale che alla fine penso mi abbiano anche arricchito e che comunque ormai fanno parte del mio dna.

L'esperienza teatrale, quella cinematografica e quella musicale più divertente da te vissuta?

Teatrale è stato "Monsieur Malaussène" di Daniel Pennac che parlava di paternità mentre io stavo per diventare papà per la prima volta. Cinematografica direi "Mediterraneo" non solo per i luoghi incantevoli ( e allora incontaminati) dove l'abbiamo girato, per il clima che c'era tra di noi, ma anche per il codino dell'Oscar che è davvero un bel ricordo. Musicale non mi resta che citare l'unica mia avventura davvero musicale che è "Rapput", esploso nel 1991 mio (nostro) malgrado, senza particolare promozione…e quel gran finale trionfale all'arena di Verona nella finale del Festivalbar, io e Rocco Tanica davanti a decine di migliaia di persone, che emozione!

Facciamo un tuffo nel presente. Cosa ci dici di Zelig?

E' il varietà più innovativo (pur avendo una struttra semplicissima) che io conosca… recentemente sono venuti a studiarci dalla Spagna per esportarlo da loro… in un periodo in cui la nostra televisione si riempie di format stranieri, fare qualcosa di originale e forse addirittura esportabile è per noi un grande onore.

Come giudichi l'attuale mondo dello spettacolo?

Come sempre, ci sono alti, bassi, ricerca che prosegue, finanziamenti che, ahimè, ultimamente vengono sempre più tagliati. Qualsiasi società ha bisogno della cultura…come si diceva nei nostri famosi anni settanta, non basta il pane, ci vogliono anche le rose…

I recenti prodotti televisivi (reality show e simili) fanno bene alla società di oggi?

Non fanno né bene né male, sono quello che ci meritiamo. State pur certi che se milioni di persone smettessero di vederli, se ne farebbero molti meno…meditate gente, meditate…

Quanta libertà c'è in televisione?

Distinguerei tra televisione pubblica e televisione commerciale.
In quella commerciale vince, cinicamente ma altrettanto ovviamente, la legge del mercato. E cioè se un programma non è visto, prima o poi viene cancellato (quindi in qualche modo censurato).
In quella pubblica invece la politica ancora la fa da padrona e in questi anni, come ben sappiamo, qualche ostracismo c'è stato…

Un incoraggiamento per i giovani (veri) artisti…

Il problema vero è quella parentesi. Cioè come fa uno a capire di essere un (vero) artista?
Io mi ero dato dei limiti. Di tempo, ad esempio. Secondo me è necessario provarci, con umiltà ma determinazione. Però darsi anche dei limiti oltre i quali (senza disperazione) è meglio lasciar perdere. Perché a differenza di altre arti (scrittura, pittura, musica) dove uno può anche essere scoperto dopo la sua morte, per un attore non è così.
Per esercitare la tua arte hai bisogno di un pubblico. Se non ce l'hai non riesci proprio a esercitare l'arte, il mestiere dell'attore…

Grazie.