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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

Parlando di…
Chimere: miti, allegorie e simbolismi plastici da Bistolfi a Martinazzi.
Catalogo della mostra in atto presso la galleria Weber & Weber, Torino, via San Tommaso 7, sino al 26 luglio 2008.

Davvero splendida questa esposizione ricca di un'ottantina di opere di bronzo, di marmo, di terracotta, di gesso, ma anche fotografiche, cinematografiche, d’arte incisa, insomma di tutti quei materiali “canonici” o trasgressivi che l’arte del Novecento ha impiegato, dal marmo delle diverse qualità, colori, durezza, vena, al cartone gessato, alla lastra fotografica, alla celluloide.
E' il ricorso a nuovi materiali e tecniche segno della sensibilità dell'Arte – quando autentica - nei confronti di ogni materiale con cui confrontarsi, anche il più “trasgresivo” e inedito.
L' abbandono da parte di alcuni artisti dei canoni classici, con coraggiose avances che avrebbero generato tanta arte figurativa del nostro tempo, dall’Architettura dominata dal cemento, estremamente plastico, dall'acciaio e dal vetro, alla Scultura che fa ricorso al calco diretto degli oggetti riprodotti e a materiali plastici, a similbronzo, pelli, stoffe e così via, che riproducono se stessi - come se l’artista fosse ormai incapace di imporre alla materia forme concepite dalla sua mente - ha imposto all'arte figurativa nuove vie di ricerca, nuovi modelli, nuovi soggetti affatto inediti.
Come potevamo noi cantare … recita un salmo biblico riferito all’epoca della servitù babilonese. Gli artisti non sono schiavi, è vero – anche se debbono accontentare il pubblico degli acquirenti – ma debbono rinunciare a molti ideali, se vogliono imporsi, non solo nel mercato, ma soprattutto all'attenzione del puibblico, per far passare i propri messaggi.
In epoca decadente, dominata dalla figura o dall'eco del D'Annunzio in Italia – di arte italiana si tratta nell'esposizione – non ci si poteva esimere da un omaggio alla figura che rappresenta sin dall'antichità remota, dalle società pastorali arcaiche, la forza della Natura, la forza creatrice, riproduttriva, vero e proprio segno della benedizione divina per il cacciatore, per il pastore come per il contadino, il dio capro – che fra l'altro tanto ha turbato autori che la cultura ha profondamente separato dalla vita vissuta nei suoi aspetti primordiali. Quel dio arcaico, preolimpico che esigeva sacrifici cruenti e riti tanto violenti e animaleschi che la sua immagine si è tradotta direttamente in quella del demonio nell'immaginario cristiano, quel dio arcaico i cui riti erano ancora ben presenti qualche decennio fa nelle nostre campagne e che tuirbavano il “cittadino” Pavese, mentre oggi sono nuova via di studi antropologici.
Proprio alla figura del fauno è dedicata la prima parte del catalogo, che riproduce opere di artisti in mostra, da Nicco, a Mazzonis, ad Aghemo, a Santiano ...
Alle divinità preposte alla natura – e all'agricoltura e pastorizia - di area mediterranea si affiancano, almeno per cenni, divinità femminili di altra area, la dea dell'acqua ad esempio, l'Ondina di Cerato, del penultimo decennio del XX secolo.
Il Fauno, il dio Capro... principi maschili della procreazione, ma soprattutto della lotta per la sopravvivenza. Ma da sempre, anche quando la cultura ufficiale celebrò la potenza maschile, è il principio femminile ad essere avvertito in tutta la sua dimensione misteriosa – anche alla lettera, visto che alla Dea Madre, a Iside, venivano e vengono più o meno camuffati, mysteria riti di una religiosità naturale – come preposto alla Vita e al suo opposto: Venere e Proserpina sono due aspetti della stessa Divinità, come vanno accertando gli studi antropologici.
Gli artisti da sempre hanno avvertito – quando coscientemente, quanto per un superiore istinto – questa considerazione del femminile: e non c'è necessità di esempi dalla cultura egizia a quella greca ... sino al Romanticismo e ai nostri giorni.
Non per nulla nella mostra e nel catalogo che la correda posizione enfatica occupa la grandiosa Bellezza della montagna ovvero La Bellezza liberata dalla materia, dedicato da uno dei maestri indiscussi dell'arte, Leonardo Bistolfi, ad un altro grandissimo della pittura, Giovanni Segantini, affascinato dal paesaggio alpestre. Il monumentobistolfiano ha molti significati, alla base dei quali c'è la concezione classica, platonica della missione dell'artista di trarre dall'apparente informità delle cose naturali – la fluidità del gesso, della creta, del bronzo fuso, oppure la chioma di un albero o la massa di un macigno, l'aerea labilità della nuvola... – la forma, l'archetipo sepolto della mente o nell'inconscio dell'Uomo.
E così il mondo arcaico pastorale è già forma di ordine, di armonia, imposto dall'Uomo, ma su norme cosmiche, agli istinti degli animali - significativo l'accenno alla Stèila boéra, Venere ed Espero che fa uscire e richiama all'ovile le greggi, dell'opera di Pietro Canonica.
Siamo tuttavia ancora all'introduzione costituita dalla potenza evocativa della figura femminile nell'arte. E femminile è appunto la Chimera, figura fra il sogno e l'Ideale della figura femminile tout-court quale ispiratrice delle varie forme dell'arte. Terribile il suo significato colto, certamente sotteso alla mostra torinese che si rivolge soprattutto ad un pubblico raffinato: indica infatti distruzione e morte ed infatti la sua presenza sulle facciate dei templi e delle case aveva valore apotropaico. Più vago il significato banale, di sogno irrealizzabile.
Nell'arte decadente la Chimera è in pratica tutto ciò che la figura femminile ha incarnato dai poemi fondanti, alla tragedia, Vita e Morte, dalla forza vitale, generatrice di vita – cui si associa il principio maschile del fauno cui abbiamo accennato - alle inquietanti forme ammaliatrici della donna civetta, in riferimento a Il fuoco di uno dei padri della produzione cinematografica, il torinese Giovanni Pastrone, alla donna – preda della passione amorosa di un'opera di Fait, alle naiadi di Adriano Alloati, alla Medusa, alla Fede, al Rito, alla Minerva, alle Sirene, sino ai fantasmi del sonno, all'aggrumarsi in forma femminile delle volute della materia (Aghemo, Anima), ai volti femminili affioranti dal marmo rosa di Portogallo di Raffaele Mondazzi...
Alla base della mostra e del relativo bellissimo catalogo reso prezioso anche graficamente da ottime illustrazioni e da una suggestiva impaginazione, ancorché “classica”, corredato da schede su artisti e opere che riportano dati e testimonianze sino ad ora pressoché introvabili, c'è l'idea della chimera come forma perseguita dall'artista nella materia, dall'uomo comune nel magma dell'esistere.
E' questo significato recondito che conferisce all'iniziativa anche un senso profondamente etico.

Senza la tensione etica l'arte non è tale, ma al più abile artigianato; senza dimensione etica l'esistenza è lasciarsi vivere.
Ma sin dai miti fondanti della nostra cultura la realtà è magma plasmato su modelli ideali.
Trenta le fitte pagine dedicate alla bibliografia, quarantaquattro quelle dedicate alle schede degli Autori delle opere esposte: serio apporto alla storia dell'arte del novecento, anche in quei risvolti, in quelle pieghe esistenziali che il tempo cancella, ma dei quali pure l'opera d'arte ha qualche radice. Prezioso, dal momento che di molti ormai le tracce esistenziali sono alquanto evanide.
Testi e apparati sono di Armando Audoli, giovane gallerista e studioso di grande serietà: segno di speranza per il futuro di una cultura ricchissima e in fortte rischio di disperdersi del magma insignificante della banale superficialità.
Sino al 6 luglio la mostra è aperta al pubblico in via S.Tommaso 7 a Torino; destinato a lunga vita il bellissimo catalogo.