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Parlando
di…
Chimere: miti, allegorie e simbolismi plastici
da Bistolfi a Martinazzi.
Catalogo della mostra in atto presso
la galleria Weber & Weber, Torino, via San Tommaso 7,
sino al 26 luglio 2008.
Davvero splendida questa esposizione
ricca di un'ottantina di opere di bronzo, di marmo, di terracotta,
di gesso, ma anche fotografiche, cinematografiche, d’arte
incisa, insomma di tutti quei materiali “canonici”
o trasgressivi che l’arte del Novecento ha impiegato,
dal marmo delle diverse qualità, colori, durezza,
vena, al cartone gessato, alla lastra fotografica, alla
celluloide.
E' il ricorso a nuovi materiali e tecniche segno della sensibilità
dell'Arte – quando autentica - nei confronti di ogni
materiale con cui confrontarsi, anche il più “trasgresivo”
e inedito.
L' abbandono da parte di alcuni artisti dei canoni classici,
con coraggiose avances che avrebbero generato tanta arte
figurativa del nostro tempo, dall’Architettura dominata
dal cemento, estremamente plastico, dall'acciaio e dal vetro,
alla Scultura che fa ricorso al calco diretto degli oggetti
riprodotti e a materiali plastici, a similbronzo, pelli,
stoffe e così via, che riproducono se stessi - come
se l’artista fosse ormai incapace di imporre alla
materia forme concepite dalla sua mente - ha imposto all'arte
figurativa nuove vie di ricerca, nuovi modelli, nuovi soggetti
affatto inediti.
Come potevamo noi cantare … recita un salmo biblico
riferito all’epoca della servitù babilonese.
Gli artisti non sono schiavi, è vero – anche
se debbono accontentare il pubblico degli acquirenti –
ma debbono rinunciare a molti ideali, se vogliono imporsi,
non solo nel mercato, ma soprattutto all'attenzione del
puibblico, per far passare i propri messaggi.
In epoca decadente, dominata dalla
figura o dall'eco del D'Annunzio in Italia – di arte
italiana si tratta nell'esposizione – non ci si poteva
esimere da un omaggio alla figura che rappresenta sin dall'antichità
remota, dalle società pastorali arcaiche, la forza
della Natura, la forza creatrice, riproduttriva, vero e
proprio segno della benedizione divina per il cacciatore,
per il pastore come per il contadino, il dio capro –
che fra l'altro tanto ha turbato autori che la cultura ha
profondamente separato dalla vita vissuta nei suoi aspetti
primordiali. Quel dio arcaico, preolimpico che esigeva sacrifici
cruenti e riti tanto violenti e animaleschi che la sua immagine
si è tradotta direttamente in quella del demonio
nell'immaginario cristiano, quel dio arcaico i cui riti
erano ancora ben presenti qualche decennio fa nelle nostre
campagne e che tuirbavano il “cittadino” Pavese,
mentre oggi sono nuova via di studi antropologici.
Proprio alla figura del fauno è dedicata la prima
parte del catalogo, che riproduce opere di artisti in mostra,
da Nicco, a Mazzonis, ad Aghemo, a Santiano ...
Alle divinità preposte alla natura – e all'agricoltura
e pastorizia - di area mediterranea si affiancano, almeno
per cenni, divinità femminili di altra area, la dea
dell'acqua ad esempio, l'Ondina di Cerato, del penultimo
decennio del XX secolo.
Il Fauno, il dio Capro... principi maschili della procreazione,
ma soprattutto della lotta per la sopravvivenza. Ma da sempre,
anche quando la cultura ufficiale celebrò la potenza
maschile, è il principio femminile ad essere avvertito
in tutta la sua dimensione misteriosa – anche alla
lettera, visto che alla Dea Madre, a Iside, venivano e vengono
più o meno camuffati, mysteria riti di una religiosità
naturale – come preposto alla Vita e al suo opposto:
Venere e Proserpina sono due aspetti della stessa Divinità,
come vanno accertando gli studi antropologici.
Gli artisti da sempre hanno avvertito – quando coscientemente,
quanto per un superiore istinto – questa considerazione
del femminile: e non c'è necessità di esempi
dalla cultura egizia a quella greca ... sino al Romanticismo
e ai nostri giorni.
Non per nulla nella mostra e nel catalogo che la correda
posizione enfatica occupa la grandiosa Bellezza della montagna
ovvero La Bellezza liberata dalla materia, dedicato da uno
dei maestri indiscussi dell'arte, Leonardo Bistolfi, ad
un altro grandissimo della pittura, Giovanni Segantini,
affascinato dal paesaggio alpestre. Il
monumentobistolfiano ha molti significati, alla base dei
quali c'è la concezione classica, platonica della
missione dell'artista di trarre dall'apparente informità
delle cose naturali – la fluidità del gesso,
della creta, del bronzo fuso, oppure la chioma di un albero
o la massa di un macigno, l'aerea labilità della
nuvola... – la forma, l'archetipo sepolto della
mente o nell'inconscio dell'Uomo.
E così il mondo arcaico pastorale è già
forma di ordine, di armonia, imposto dall'Uomo, ma su norme
cosmiche, agli istinti degli animali - significativo l'accenno
alla Stèila boéra, Venere ed Espero che fa
uscire e richiama all'ovile le greggi, dell'opera di Pietro
Canonica.
Siamo tuttavia ancora all'introduzione costituita dalla
potenza evocativa della figura femminile nell'arte. E femminile
è appunto la Chimera, figura fra il sogno e l'Ideale
della figura femminile tout-court quale ispiratrice delle
varie forme dell'arte. Terribile il suo significato colto,
certamente sotteso alla mostra torinese che si rivolge soprattutto
ad un pubblico raffinato: indica infatti distruzione e morte
ed infatti la sua presenza sulle facciate dei templi e delle
case aveva valore apotropaico. Più vago il significato
banale, di sogno irrealizzabile.
Nell'arte decadente la Chimera è
in pratica tutto ciò che la figura femminile ha incarnato
dai poemi fondanti, alla tragedia, Vita e Morte, dalla forza
vitale, generatrice di vita – cui si associa il principio
maschile del fauno cui abbiamo accennato - alle inquietanti
forme ammaliatrici della donna civetta, in riferimento a
Il fuoco di uno dei padri della produzione cinematografica,
il torinese Giovanni Pastrone, alla donna – preda
della passione amorosa di un'opera di Fait, alle naiadi
di Adriano Alloati, alla Medusa, alla Fede, al Rito, alla
Minerva, alle Sirene, sino ai fantasmi del sonno, all'aggrumarsi
in forma femminile delle volute della materia (Aghemo, Anima),
ai volti femminili affioranti dal marmo rosa di Portogallo
di Raffaele Mondazzi...
Alla base della mostra e del relativo
bellissimo catalogo reso prezioso anche graficamente da
ottime illustrazioni e da una suggestiva impaginazione,
ancorché “classica”, corredato da schede
su artisti e opere che riportano dati e testimonianze sino
ad ora pressoché introvabili, c'è l'idea della
chimera come forma perseguita dall'artista nella materia,
dall'uomo comune nel magma dell'esistere.
E' questo significato recondito che conferisce all'iniziativa
anche un senso profondamente etico.
Senza la tensione etica l'arte non è tale, ma al
più abile artigianato; senza dimensione etica l'esistenza
è lasciarsi vivere.
Ma sin dai miti fondanti della nostra cultura la realtà
è magma plasmato su modelli ideali.
Trenta le fitte pagine dedicate alla bibliografia, quarantaquattro
quelle dedicate alle schede degli Autori delle opere esposte:
serio apporto alla storia dell'arte del novecento, anche
in quei risvolti, in quelle pieghe esistenziali che il tempo
cancella, ma dei quali pure l'opera d'arte ha qualche radice.
Prezioso, dal momento che di molti ormai le tracce esistenziali
sono alquanto evanide.
Testi e apparati sono di Armando Audoli, giovane gallerista
e studioso di grande serietà: segno di speranza per
il futuro di una cultura ricchissima e in fortte rischio
di disperdersi del magma insignificante della banale superficialità.
Sino al 6 luglio la mostra è aperta al pubblico in
via S.Tommaso 7 a Torino; destinato a lunga vita il bellissimo
catalogo.
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