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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

Fethiye Çetin


 

 

 

"Heranush, mia nonna"
2008, Alet edizioni, Padova, 108 pp.

 

 

 

 

 

 

Francesco De Caria

Negli ultimi anni si è iniziato a sollevare il pesante coperchio posto su uno dei tanti eccidi di massa, volti alla distruzione di un popolo e della sua cultura, eccidi dei cui la Storia è piena sin dall’antichità, ma che si credevano impossibili nel XX secolo, quando invece episodi come il massacro armeno del 1917, condotto con determinata efferatezza eppure posto in secondo piano, neppur studiato alle Superiori.
Nell’anno più sfortunato del conflitto che coinvolse in pratica tutte le potenze europee, in Turchia si procedette ad una epurazione contro gli Armeni, eccidio programmato cui tratti si possono accostare alla successiva e più nota shoah antiebraica. Una serie di convenienze politiche, il programmato ingresso della Turchia fra le potenze europee, hanno posto a tacere orribili realtà storiche.
L’esordio è pacato: in un giorno dei nostri anni …

 

In un giorno qualunque di un anno qualunque, nella lorio casa di Ankara, Fethiye e la nonna si guardarono negli occhi una volta di più, con l’amore di sempre…. “Se non hai niente da fare… vieni in camera mia, ho qualcosa da dirti”… E’ una rivelazione sconvolgente per la giovane, come dovrebbe essere per tutta Europa del resto … comincia a … intuire quello che non vorrebbe intuire e che manderà in frantumi le sue certezze: la nonna appartiene al popolo scomparso… è un’armena. Porta nelle vene sangue corrotto di quel popolo maledetto…
E la terra si apre sotto i piedi della giovane; ogni certezza cade. E’ dunque il silenzio l’ulteriore differenza con la situazione del popolo istraelitico sottoposto a ogni sorta di nefandezze: un silenzio che squarciandosi all’improvviso sconvolge l’esistenza individuale degli armeni di Turchia, sino a far perdere la loro identità, che si rispecchia nell’assunzione di nuovi nomi: Io non mi chiamo Seher, comincia la vecchia signora, mi chiamo Heranush, non sono turca, sono armena…
E inizia il lungo doloroso racconto: Un giorno sono venuti i gendarmi, hanno ucciso gli uomini, li hanno sgozzati … Noi donne coi bambini ci hanno mandati in esilio, ci hanno fatti camminare e camminare e tanti morivano…. Mia madre non l’ho più vista, l’ho petrduta per sempre. A mio padre avevo scritto una lettera in America dove era emigrato… ma non ho più rivisto neanche lui.
Il libro finisce bene, con l’abbraccio dei sopravvissuti a quella tragedia e dei loro discendenti, con un ponte di affetti ritrovati su novant’anni di estraneità e di rancori. Ma il lieto fine non deve far dimenticare la tragedia racchiusa fra la quotidianità con cui esordisce l’opera e quell’abbraccio finale che la conclude: Attraverso le vicende di una famiglia come tante scopriamo uno dei segreti meglio custoditi della Turchia attuale, ildestino - che non fu di morte fisica, ma di totale nsnaturamento linguistico, religioso e culturale – delle tante ragazze armene che furono rapite durante le marce della morte e inserite in famiglie turche… come concubine, come baby spose, come serve, ma sempre come oggetti privi di volontàpropria, di cui disporre di cui disporre liberamente e a cui togliere spietatamente ogni legame con il passato: ….. sul loro abbraccio finale, sul calore di unj riconoscimento che getta un ponte di affetti ritrovati su novant'anni di estraneità e di rancori si chiude questo eccezionale piccolo libro.... .
Le giovani armene strappate alla patria talora si incontrano, casualmente: Strazianti e tenerissime sono le scene in cui queste povere creature – i “resti della spada”...- qualche volta si ritrovano e sussurrano fra loro nella materna lingua proibita, scambiandosi brandelli di informazioni.... Sono brandelli che costituiscono, cuciti assieme, il patchwork della patria ritrovata. Un giorno si presenta alla casa di Seher, adolescente (la faranno sposare a sedici anni), una bella donna vestita alla curda … E' la zia Siranush, rapita da un curdo all'inizio della deportazione. Un momento di felicità? No, certo: Ma la padrona non permette alla zia di entrare e rifiuta io doni che le ha portato: Seher è cosa sua e deve essere reciso ogni legame col passato.
Ecco la crudeltà della situazione, forse l'autentica uccisione, più autentica e feroce di quelle fisiche: lo sradicamento totale o meglio i crudeli tentativi di operarlo. Perché ...queste ragazze mutilate del proprio passato si adattano... e come alberi che il vento contorce, ma non uccide, fioriscono in creature forti. Il ricordo del passato riemergerà solo in qualche rito, un cibo, la focaccia pasquale, una preghiera tacitamente scambiata nelle grandi feste.... Come un misterioso lievito il loro sangue si è mescolato al sangue dei dominatori e le loro storie stanno uscendo dall'ombra. La nostra speranza è che siano ascoltate.
L'esordio è grave, sinistro, di una grande compostezza: il tono è tragico: (…) Il cortile gelido della moschea è cinto da un muro di pietre scure antiche e di grandi dimensioni. Al centro troneggia la musalla … sopra c'è la bara... E' come se tutto, i muri giganteschi e le pietre siano stati concepiti affinché l'uomo percepisca la propria disperazione, la propria miseria.... La salma è quella della nonna, colei che aveva mantenuto nella memoria la storia della famiglia. Davanti alla musalla già molti si chiedono come si chiamassero i suoi genitori. La scomparsa di un anziano è considerata la scomparsa di un mondo di memorie, quindi di un mondo.
Altri valori fondamentali, l'amore e la buona tavola, che è come a dire il legante della società e il saper vivere, non privandosi dei piaceri che una vita equilibrata.
Altra dimensione che il consumismo corrode e disperde è quella del legame con gli oggetti vecchi,vissuti, che rattengono in sé lacerti di esistenza e nello stesso tempo documentano i costumi di un'epoca: Tra tutti quegli oggetti, il nostro preferito era una vestaglia di raso color rubino scuro....
Non può non affiorare la memoria dei numerosi momenti tragici della storia recente armena, segnata dalla persecuzione turca: è un'altra tragedia europea, di cui pochi parlano, perché il dramma della Shoah la ha oscurata, ma che ha conosciuto momenti di simile tragicità.... Di lì a poco i gendarmi fecero irruzione anche in quel villaggio e deportarono tutti gli abitanti... a Palu i gendarmi separarono gli uomini dalle donne e fecero entrare le donne nel cortile della chiesa. Si udirono grida strazianti...oltre i muri del cortile della chiesa …. Una bambina si arrampica sulle spalle di un'altra e vede la scena orribile: Tagliano la gola agli uomini e li gettanoi nel fiume! … Donne e bambini furono trasferiti a Palu e ottennero il permesso di rientrare nei villaggi.... capirono di non potersi concedere il lusso di piangere i loro uomini e si precipitarono negli orti e nei campi a procurarsi da mangiare.... La donna insomma è la vita che sa andare oltre ogni tragedia.
Biblica – e sono notizie riportate anche dal periodico torinese “Armenia” del 1917, su cui personalmente mi sono soffermato in un articolo scientifico – è la lunga e triste marcia verso la morte cioè un esodo forzato, di cui non si astengono di profittare gli abitanti dei vari villaggi: Gli abitanti di Cermik offrirono pane e acqua in cambio di oro e gioielli, ma quella gente ormai logorata dalla fame non aveva più soldi e aveva scambiato tutto l'oro che possedeva già nei primi giorni di quella marcia verso la morte.
Molte sono le occasioni di discriminazione anche nella vita comune: Lo zio aveva voglia di studiare … perciò decise di entrare nell'Accademia Militare che offriva la borsa di studio, vitto e alloggio... Ma non venne accettato (…) perché il certificato di nascita di mia madre riportava la dicitura muhtedi …. che significa convertito, che ha abbracciato l'islam successivamente.
L'epilogo è la sepoltura della nonna morta: Seppellimmo la nonna e dopo che la fossa fu riempita di terra umida e fresca....
La conclusione è la partenza dei vari componenti della grande famiglia della nonna: è come una nuova diaspora Disse che eravamo un'unica famiglia e pregò perché i parenti che si erano riuniti dopo tanti anni non si separassero più …. Ma è chiaro che l'unione cui si allude è intessuta di memoria e di rapporti epistolari, di scambi di ricordi.... Una unità forse più forte della convivenza, della vicinanza, del continuo scambio di parole che poco a poco si logorano.
Ed è -per quanto personalmente ho potuto osservare nella grande comunità armena sparsa in tutto il Mondo – un legame forte, che fa di famiglie sparse ovunque nel Mondo un popolo.