Parlando
di…“Inquieta memoria”. Guido Bertello a
Settimo Torinese.
Scheda
mostra:
Luogo: Settimo Torinese, “La Giardiniera”
casa dell'Arte e dell'Architettura,via Italia 90bis
Titolo: Guido Bertello, l'inquieta memoria.
Ente promotore: Città di Settimo
Curatori: Alba Ferrero Bertello, Donatella
Taverna, Francesco De Caria
Inaugurazione: Sabato 14 maggio 2011,
ore 18
Durata: sino al 10 giugno
Orari di apertura: Venerdì e
sabato ore16-19; domenica 10-12; 16-19
di
Francesco De Caria
Il
paesaggio di riferimento di tanta parte della pittura a noi
contemporanea può essere collocato fra le pagine della
letteratura e fra le memorie personali, gli affioramenti che
talora a lampi, per dirla col Pascoli,
si accampano nella nebbia di sempre, citando Montale,
due degli autori che con alcuni altri, - Pirandello,
Proust, Mann, Camus...- costituiscono
l’ossatura della cultura più significativa del
Novecento e del primo decennio del nostro secolo. Ad
essi ed in particolare all'autore della Recherche ha fatto
riferimento Guido Bertello nelle sue opere più intense.
Il rapporto fra Bertello e la letteratura è stato particolarmente
intenso e poté essere in qualche modo rafforzato dall'attività,
svolta soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, di illustratore
fra i più ricercati per case editrici di cui Torino
può a buon diritto trar vanto.
All'artista torinese (1929-1993)
è dedicata l'antologica ricca e significativa appena
inaugurata presso i locali della Città di Settimo,
che l’ha promossa, curata da Donatella Taverna e da
chi qui scrive: ci si è avvalsi largamente delle
testimonianze, dei materiali documentali, delle memorie della
vedova dell’artista, signora Alba Ferrero
Bertello. La mostra
– in atto sino al 5 giugno alla Casa dell' Arte e dell’Architettura
- ripercorre tutte le fasi della produzione artistica del
pittore e rende significativamente conto di una attività
che ha attraversato decenni di
particolare intensità e significatività della
storia della città e della cultura occidentale.
E' noto che i contenuti profondi dell'opera d'arte vanno al
di là delle intenzioni immediate dell'artista che l'ha
prodotta e vanno ricercate nel clima storico e culturale che
egli ha “respirato”. Può apparire ad una
lettura superficiale contraddittorio il rapporto dell'artista
col proprio passato: se nelle sue parole si evidenziava una
sorta di nostalgia per una dimensione umana più evidente,
per una vita di ringhiera in cui il reciproco aiuto era valore
fondamentale, nei suoi dipinti tale realtà affiora
carica di sgomento, di timori, di senso inquietante del mistero.
Come se l’artista, formatosi in una realtà ancora
legata ad un passato secolare, avesse rivissuto in sé,
profondamente, gli sgomenti, gli interrogativi senza risposta,
i dubbi che il trovarsi su una proda della storia oltre la
quale difficilmente si intravedono profili certi, comporta.
La memoria d’infanzia – al di là delle
convenzionali trasfigurazioni - non offre più la dimensione
edenica che per secoli essa ha avuto, non è più
in grado di offrire certezze rassicuranti la storia del passato,
che gronda di lagrime e sangue, secondo la lettura realistica
che l'Ottocento e soprattutto il Novecento ne hanno fatto.
L’immagine di copertina
del quaderno catalogo – la stessa della locandina
e dei manifesti – è sinteticamente
significativa nel suo ampliare i significati dell'opera di
Bertello dalla sfera individuale alla cultura di un
lungo periodo, che ancor oggi invia i suoi riflessi: si
tratta di un dipinto ispirato alla poesia di Guido Gozzano,
al Crepuscolo degli Ideali e delle fiducie che il poeta canavesano
visse, crepuscolo dei miti eroici, dello stesso credo religioso
sotteso alla storia d'Europa, crepuscolo di quella realtà
raffinata, rassicurante, del tutto a posto che la borghesia
e l’aristocrazia subalpine avvertivano, tradotto in
un atteggiamento ironico di oscuro sentimento del contrario.
Se Guido Bertello si accalorava nelle
discussioni fra artisti, studiosi, esponenti della cultura
ufficiale e tradizionale della città, nella dimensione
intima e meditativa prevaleva un atteggiamento umbratile,
composto, che pervade le immagini che il pennello o la penna
creavano sulla carta o sulla tela: dall’indistinto,
dalla nebbia emergono isolati una scena, un ambiente, un personaggio,
un oggetto come colpiti da un potente riflettore, ma pronti
ad esser nuovamente inghiottiti dall’indistinto.
L’immagine di per sé realistica, curata nei minimi
particolari quasi in una ossessiva indagine, interroga l’osservatore,
scava nella sua memoria remota, riporta alla superficie altre
immagini dimenticate. La storia cui il Bertello
fa riferimento non è – pur in decenni
politicamente infiammati, in cui la macrostoria è sottoposta
a nuovi vagli – la storia politica, la storia sociale,
la storia delle idee, ma è la microstoria
individuale che diviene emblematica della storia di tutti
o di tanti. Una microstoria ambientata nell’infanzia
e nell’adolescenza, ben lontane – come si è
più volte notato - da ogni immagine convenzionale edulcorata
che di esse si è costruita: il bambino e l’adolescente
protagonisti di tanti dipinti delle fasi forse più
significative dell’arte del Bertello e dell’arte
torinese della seconda metà del Novecento, possono
avere l’aspetto rassicurante del protagonista di Cuore,
ma la realtà interiore che l'artista fa affiorare è
praticamente opposta, irta di dubbi, di ansie, di paure, di
interrogativi irrisolti: anche in questo il Bertello si innesta
nella cultura del secondo Novecento, dominata dalla dimensione
problematica e inquietante delle cose, dall'irrisolto.
Torinese, nato nel 1929 e scomparso
prematuramente nel 1993, l’artista sottolineava della
propria infanzia i momenti di solitudine, le permanenze presso
anziane parenti, una realtà vissuta più fittizia
che reale, al confine fra concretezza e dimensione psicologica
e memoriale.
Un
autoritratto campeggia in mostra e in apertura del catalogo,
un'opera a matita in cui il volto – che vagamente poteva
ricordare VanGogh - emerge fra la luce e la penombra, mentre
uno sguardo penetrante indaga e interroga la realtà
al di qua della tela, dalla parte dell’osservatore
dunque.
Fra le opere più “antiche”
è una Rappresentazione, del 1965; in una banda scura
che attraversa verticalmente la tela, c’è un
bambino solo, seduto, dai grandi occhi che possono ricordare
figurativamente i volti dell’arte tardoromana, della
decadenza delle glorie dell’Antichità dunque,
che regge un teatrino al cui centro è una figurina,
sola anch’essa: la dimensione pirandelliana inoltre
della coscienza che l’individuo nella scena del mondo
non fa che recitare in solitudine una parte o – in una
lacerazione della personalità - più parti a
seconda delle situazioni che si trova a vivere, si associa
alla meditazione sull'infanzia, studiata nei suoi aspetti
problematici; in questo dipinto vi sono già i temi
principali che il Bertello svolgerà, la solitudine
del bambino e dell'adolescente, il senso dell'esistenza come
rappresentazione teatrale, la “nebbia” in cui
gli avvenimenti dell'esistenza sono affondati e dalla quale
solo lacerti affiorano, in una meditazione profonda ...
A dominare molti dei dipinti
del Bertello in cui sono protagonisti i bambini e gli
adolescenti è un grande
senso di solitudine, ottenuto con l'espediente dell'alterazione
delle proporzioni
(in L'uccellino di latta il sofà
su cui il bambino è seduto è innaturalmente
grande, l'ambiente è innaturalmente dilatato e indeterminato,
senza punti di riferimento.... ); solo un giocattolo
di latta con ressort a molla, un verdone, può tener
compagnia al bambino, ma è troppo distante da lui...
E' una atmosfera rarefatta, “metafisica”,
puramente mentale che si respira anche in opere come Inquietudine
n.6, nella quale all'uccellino di latta è sostituito
un cavalluccio di cartapestaposto su uno sgabello accanto
a due mele: se in dipinti precedentemente citati il senso
di smarrimento e di solitudine procede dall'isolamento del
soggetto in una realtà dilatata e ovattata, qui è
proprio il soggetto ad essere assente. Ve ne sono tracce -
il lettino, il giocattolo, la “merenda” - ma non
c'è il bambino.
Oltre al mondo infantile e al problema della rappresentazione
del mondo che in età infantile si forma, altro
ambito che affascina il Bertello degli anni Ottanta e Novanta
è quello della giovinezza femminile, della pensosa
adolescenza, del presentimento di maternità che si
esprime nel gioco con le bambole, che si trasforma in realtà
nella pensosa gravidanza della giovane donna di Omaggio a
Bizzozero, olio del 1991, in cui in primo piano compare un
verdone di latta a molla (come nell'Inquietudine cui si è
accennato), mentre in un abilte gioco grafico ricami e trine
che circondano il nudo della giovane donna incinta si confondono
in un equivoco visivo con le fibre e le cellule in cui si
genera la vita...
Non mancano in mostra sperimentazioni d'altro genere: in Composizione
del 1979 il fondo dipinto, una scena di teatro, ospita una
figura di Pierrot triste, che un filo muove come un pupo,
mentre davanti a lui c'è una bambola autentica: bambola
che è oggetto ricorrente nei dipinti del Bertello –
che fra l'altro ne era collezionista- forse perché
evocava l'infanzia delle sorelle o delle due figlie, oppure
in nuce il mistero femminile ...
Di grande efficacia poi sono tanto i resoconti dei viaggiatori,
- che fermano sulla carta anche paesaggi e aspetti insoliti
- , cartelle di opere con l'autore su quotidiani, fra cui
si possono ricirdare ancora quelle riguardanti paesi esotivci
caldissimi, cartelle di studi di fiori, cartelle naturalistiche
con alberi,macchie di alberi, di swce3ne della barriera cittadina,
fra i quali ricordiamo, eseguite a penna biro nera su grandi
fogli bianchi, il tram, la giostra, il venditore di palloncini,
tutte memorie personali e nello stesso tempo memorie che tutti
– almeno di una certa generazione – possono condividere.
Si tratta di disegni che hanno valore insé, sono opere
d'arte compiute, ma che il Bertello stilava come appunto per
una possibile traduzione ad olio.
Il pittore ha avvertito profondamente in sé il proprio
appartenere ad una generazione di confine fra modi di fare
arte tradizionali, accademici e artigianali nello stesso tempo
curiosi delle novità tecnologiche, e la civiltà
successiva che ha proceduto con velocità inusitata
sostenuta da una tecnologia e da una ricerca scientifica che
hanno aperto all'improvviso nuovi orizzonti, spezzando certezze
millenarie, compresa la coscienza di sé che l'Uomo
aveva. E' rimasto insomma un grande vuoto, c'è come
l'attesa di una presenza, che tuttavia tarda a manifestarsi.
E' per questo che l'arte di Bertello ha grande significatività,
come testimonianza di un'epoca e di una cultura di finis terrae.
La mostra – la cui importanza scende di riflesso dalla
grandezza dell'artista che abbiamo qui tentato di far intravvedere
- documenta questo travaglio e ne trae grande suggestione,
non solo dal côté tecnico artistico, ma dalla
riflessione sull'esistenza, sulla dimensione memoriale, sul
problema della conoscenza e della coscienza che l'uomo, l'individuo,
può avere di sé e della propria storia...
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