La
terra del fuoco.
Una mostra diffusa della ceramica ad Avigliana.
di
Francesco
De Caria
Sono
sempre più diffuse le mostre collettive, articolate
in più sedi che naturalmente hanno di per sé
affinità con la materia dell’esposizione: si
tende insomma ad emanciparsi dal tradizionale “luogo
deputato”, la galleria d’arte, la pinacoteca pubblica
o privata che sia, e a suddividere l’esposizione in
sezioni monografiche ognuna delle quali è espotivo
sta col materiale documentale relativo. Quest’anno
nell'ambito della VIII edizione della manifestazione Avigliana,
in Val di Susa, ha dedicato una personale a Philippe Artias
ceramista, mentre varie sezioni
divise in laboratori d'arte, librerie, biblioteca, chiese
sconsacrate e acquisite all’uso di locali espositivi
e per conferenze, ospitano opere di ceramisti illustri, accostate
a opere di giovani artisti: il fattore comune è il
tentativo di ottenere nuovi esiti espressivi “forzando”
l’opera ceramica nelle varie fasi della lavorazione.
Si era abituati in passato a pensare la ceramica come materiale
per oggetti d’uso o per oggetti puramente decorativi;
nella seconda metà del Novecento in particolare, quando
si accentua l’atteggiamento sperimentalistico, essa
diventa materiale principe di elaborazioni su due livelli,
il ricorso a terre ottenute con nuovi impasti, il ricorso
a temperature altissime che deformano o vetrificano la terra
stessa o i colori, cui conferiscono inedite nuances e iridescenze.
Insomma il fuoco e i materiali impiegati divengono come “coautori”
dell’opera: certamente la perizia tecnica dell’artista
deve essere molto accentuata, per evitare risultati negativi.

Protagonista
dell’edizione di quest’anno è l’opera
di
Philippe
Artias (Fleurs 1912-Numana 2002),
scultore
dalla salute malferma che si trasforma da handicap a continuo
stimolo a superare i propri limiti.


Conosce Matisse
e
dopo la guerra si trasferisce presso Picasso,
momento fondamentale per la sua formazione, anche perché
vede l’artista vivere nel quotidiano e si convince che
l’esistenza stessa di un pittore sia di per sé
arte.
Dopo
aver partecipato alla Resistenza francese, a
guerra finita riprende la sperimentazione. Il paesaggio, il
nudo e il nudo immerso nel paesaggio sono oggetti del suo
studio. Quando si accosta alla tecnica del colore piatto,
cioè senza chiaroscuro, in altre parole nel suo valore
assoluto, approfondisce temi scientifici e filosofici che
il rapporto tra forma e colore simboleggia. I risultati ottenuti
ne fanno uno dei maggiori artisti a livello internazionale.
Sul
rapporto tra forme e spazio, che proprio la scultura sottolinea,
ha incentrato la propria
ricerca Pino Castagna,
autore di gigantesche strutture ottenute con materiali
tra i più vari, supera anche il “rapporto classico”
fra materiali impiegati e opera. L’Accademia
classica insegnava che ad ogni tipo di opera doveva corrispondere
il tipo di materiale impiegato, il marmo (ma ce n’è
una infinita varietà), il bronzo, il legno che peraltro
era perlopiù riservato alle sculture di carattere religioso,
la terracotta, il gesso… Dalle sperimentazioni degli
anni Sessanta in particolare sono nate opere svincolate non
solo dai materiali “classici”, ma anche dal “luogo
deputato”: Pino
Castagna concepisce l’opera monumentale
come modificazione dello spazio e quindi essa va svincolata
dai luoghi espositivi tradizionali.

La
biografia –almeno come è stata ricostruita -
di “Candido
Fior”, potrebbe indurre a facili sentimentalismi,
dal momento che ci sono tutti gli elementi del racconto deamicisiano
o della realtà contadina ricostruita in modo convenzionale
e nostalgico: invece la
sua arte è dedicata alla sperimentazione sulla terra
(la terra lavora il contadino, la terra come argilla lavora
il ceramista) cui l’artista impone le forme
e le superfici ispirate alla Natura, che egli ha conosciuto
da vicino.

Il
pesarese Loreno
Sguanci parte da posizioni classiche
che in seguito egli sforza per ottenere esiti originali.
L' indole lo porta a conoscere esperienze internazionali e
partendo da queste egli incentra ora la propria ricerca sulla
forma come risultato di tradizione e innovazione.

Che
letteratura, filosofia, musica stiano alla base anche dell’arte
figurativa pare ribadire Nanni
Valentini. Egli si sofferma a meditare
sulla propria arte anche in scritti che fermano sulla pagina
il suo pensiero e i risultati delle ricerche. Nella terra
“frugata” egli cerca le forme che essa nasconde:
come a dire che la terra di per sé è informe,
e 'artista indaga nell’impasto con un fare quasi sensuale.
Piero
Della Betta urbinate ma operante ad Avigliana, aperto
alle sperimentazioni, riprende l'antica materia
ceramica della quale lo affascina l' infinita possibilità
di forme. La figlia Francesca, anch'essa nata a Urbino,
ma diplomata al “Cottini” di Torino, pare
affascinata sia dai risultati tattili, della superficie dell'oggetto
in terracotta, sia dagli esiti visivi, operando sperimentazioni
soprattutto sui colori, che alle alte temperature del forno
acquisiscono particolari nuances iridescenti e metalliche.
Insistente l'ispirazione a vasi antichi dalle forme pure,
troncoconiche sferiche, cilindriche...
Dunque la terra è
materia di oggetti d’uso – il vaso, la stoviglieria,
il pentolame, senza contare il mattone – ma è
anche materiale per opere d’arte.

Così
Betty
Woodman parte dall’oggetto d’uso, il
vaso, per “forzarne” le forme tradizionali.

Interessante
in particolare l'opera di Giuliana
Cusino, esposta nei locali della
associazione culturale “Dante
Selva”, che oltre ad approfondire tecniche plastiche
e cromatiche, riprende contenutisticamente e iconograficamente
una tradizione espressiva che dal Medioevo si protrae sino
a Igne, Clizia e Luzzati: nella mostra esplicitamente essa
presenta scene dalle Mille e una notte.
L'opera dei vari altri artisti fornisce un panorama significativo
e ampio, dunque.
La situazione odierna? Dopo anni di sperimentazione frenetica
si è giunti alla conclusione che l’arte si giustifica
nel suo stesso prodursi, affermazione che parrebbe generica,
se gli artisti rappresentati non eseguissero le proprie opere
in seguito a ricerche puntuali, che fanno di esse tappa di
precisi itinerari.
E'
il caso delle ceramiche di Antonio Capra
nato a Torino nel 1950 e allievo di Alessandri:
sono proprio i colori e gli smalti che sovente evocano l'impressione
di vetri o di pietre incastonate, come in grandi gioielli
dal gusto arcaico, a rendere preziosi i suoi totem e i suoi
dischi.
Di certo anche nei lavori presentati nella mostra diffusa
di Avigliana è presente un concetto che più
volte abbiamo avuto occasione di ribadire e cioè che
esse richiedono un pubblico sempre più preparato anche
sulle conoscenze tecniche, anche per distinguere il risultato
di autentica ricerca dalla mistificazione.
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