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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

 

 

Arlecchino all'Istituto San Giuseppe di Torino: una mostra e una conferenza.

di Francesco De Caria

 

Un progetto culturale rivolto ad un pubblico quanto mai vario, dall'asilo al diploma di media superiore, e poi all'età adulta sta alla base della formazione proposta dall'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane di via S. Francesco da Paola 23 in Torino. Nel 2010, prendendo spunto dal museo “Franchetti”del colibrì, che l'Istituto conserva e cura, una delle maggiori realtà museali dedicate all'ornitologia, si è allestita la fortunata mostra a tema Il volo.

 

 

 

 

Ora è in atto, sino al 10 marzo, l'esposizione dedicata alla figura di Arlecchino, patrocinata dall'Istituto San Giuseppe che la ospita in due dei suoi bei saloni, dal citato Museo Franchetti, dall' Istituto per lo Studio delle Arti Applicate di Torino, dall'Associazione Immagine per il Piemonte e curata da chi scrive, da Donatella Taverna e dal Direttore Fratel Alfredo Centra, fortemente convinto della funzione di formazione permanente e di offerta di cultura che la Scuola deve espletare.
La mostra ha ottenuto l’adesione di trentotto fra gli artisti più rappresentativi dell’orizzonte artistico non solo piemontese, in modo da render conto delle posizioni a tutt’oggi più significativenel campo dell'Arte. Gli artisti tuttora in attività - C. Bonichi, L. Campi, R. Campra, L. Caravella, I.Cottino, X.de Maistre, M.Dessì, F.Eandi, N.Edel, W.Falciatore, E.Gabanino, M.Gomboli, M.Gramaglia, L.Laterza, L.Le Voci, P.Mantovani, D.Merlo, E.Monaco,V.Oliva, G.Pacor, A.M.Palumbo, C.Parsani Motti, F.Pieri, L.Porporato, G.Soffiantino,T.Veremejenko, E.Viarengo Miniotti, B.Weremeenko – sono stati invitati a fornire nelle loro opere una interpretazione alla maschera forse più famosa del Carnevale e del Teatro dell’arte, figura complessa, ben lontana dalla banalizzazione di cui è stata vittima; degli artisti scomparsi - G.Bertello, A. Besso, S.Cherchi, A.Conti, L.Maestri, J.L.Mattana, R.Pontecorvo, A.Sicbaldi, G.Taverna, M.Tomalino Serra, A.Tomaselli – si sono scelte opere dedicate espressamente alla maschera o tali da poter essere ricondotte ai suoi significati fondamentali.
Il giorno precedente l’inaugurazione e il giorno dell'inaugurazione, Mercoledì 9 e Giovedì 10 febbraio, l’antropologa e scrittrice Emanuela Chiavarelli di Roma ha introdotto la mostra in affollate conferenze con alcune considerazioni sulla figura di Arlecchino, con particolare riferimento alle culture mediterranee e ad antichi riti pastorali e agricoli.
L'itinerario della mostra, illustrato dai curatori nel catalogo e direttamente ai visitatori, procede dall'interpretazione più tradizionale dell'Arlecchino come maschera dell'area veneta, della commedia dell'arte e poi della commedia goldoniana, alla scomposizione negli elementi della divisa – la nera maschera di cuoio, le losanghe dei colori primari della sua veste– all'interpretazione come spirito della rinascita primaverile, quindi come erede di antiche divinità pagane preposte alla “resurrezione” della terra dopo la stagione invernale, alla trasformazione di erbe e fiori in elementi stilizzati dal valore esornativo tratti da antichi tessuti, al tema dello sdoppiamento della personalità, sino allo smarrimento dell' identità, allo smembramento già presente fisicamente in una crudele pratica religiosa arcaica, lo Sparagmòs; e poi all'evocazione della figura dalla divisa policroma nei vividi colori del paesaggio rivierasco. Per Guido Bertello Arlecchino significa carnevale, ma un carnevale triste vissuto in solitudine nella grigia periferia torinese, quando una bancarella essenziale presentava mascherine, bambolotti senza occhi, palloncini sbiaditi.

 

Uno spiritello spiato da una attonita bambina fra stelle filanti, che evocano nella forma fiamme, vaga nel buio della casa; un documento autentico del 1861 è applicato alla tela su cui Lia Laterza ha dipinto un arlecchino fra la bandiera italiana e immagini del carnevale veneziano.
Da sottolineare quanto affiorato dalle visite guidate agli studenti: ne sono emerse due considerazioni, da una parte l'interesse che in genere essi hanno dimostrato per il mondo dell'arte e della prospettiva antropologica, dall'altra l'efficacia di “provocazioni” che vanno al di là della lezione tradizionale, che pure è elemento fondamentale per la formazione e per la comprensione dell'opera d'arte.

La figura di Arlecchino ha dunque molteplici valenze, ben al di là della banalizzazione diffusa nella nostra cultura, rinviandi a profondi significati vari quanto i colori che tradizionalmente la sua veste presenta: diavolo in Dante (Alichino) che riprende culture più antiche, erede di divinità pagane legate alla rinascita primaverile, eterno innamorato cui Colombina non si concede o, al contrario, rivale fortunato in amore, oppure malandrino, servo infedele, astuto e arguto, forza giovanile, vitale rispetto ai vecchi Pantalone, specchio di un momento di rottura della Repubblica veneziana....
Anche gli artisti che abbiamo invitato per questo secondo appuntamento al San Giuseppe – il primo fortunatissimo è stato dedicato al tema del volo – si sono lasciati variamente ispirare e anch'essi hanno rappresentato Arlecchino come maschera tradizionale, come personaggio sulla scena, come burattino disgregato, marionetta disarticolata, allegoria dell'infanzia tutt'altro che spensierata o di una situazione esistenziale e coscienziale tormentata, ma anche come dispiegarsi dei colori in un bosco o in un prato , nel piumaggio di un animale all'epoca degli amori... una statuina di gesso rimanda alle offerte alle divinità della natura di cui cantano i classici, tramite fra dimensione spirituale e dimensione terrena. Dipinti che evocano l'illusorietà della percezione, ma anche della ricostruzione geometrica del mondo, dipinti che alludono ad Arlecchino come demone dell'allucinazione, dell'inganno insito in ciò che solitamente si ritiene concreto, indiscutibile perchè tale lo rivela la percezione fisica. Del resto gli studi sulla maschera rimandano ad Hellequin, capodiavolo, all'Erlekönig, folletto nordico, all' Herle uccello dal manto variopinto. Queste caratteristiche sono già nella maschera bergamasca del '500, veste coperta di pezze, copricapo alla francese, bastone alla cintura...

Da sottolineare, ancora, la splendida sede del Collegio San Giuseppe, amministrato – lo ricordiamo - dai Fratelli delle Scuole Cristiane, che organizza manifestazioni culturali nelle quali si riflette la concezione della scuola come luogo di formazione e di istruzione, di cultura, aperto a tutti, dal fanciullo al giovane all'adulto e che offre agli studiosi che vengono da lontano una stanza e i pasti

L’esposizione resterà aperta al pubblico sino al 10 marzo, con orario Lunedì -Venerdì ore 10-12; 15,30-18,30. Sabato 10-12; Domenica chiuso.

L’ingresso alla mostra e alla conferenza è aperto a tutti e gratuito.
Un quaderno con illustrazioni a colori, curato da A.Centra, F.De Caria, D.Taverna costituisce il catalogo.

Jean Baptiste de La Salle, i Fratelli delle Scuole cristiane e Torino.
Chi era Jean Baptiste La Salle e chi sono i Fratelli delle Scuole Cristiane?

Proprio nelle occasioni delle due mostre e delle relative conferenze è affiorato il fatto che ingiustamente i visitatori poco conoscono del pur imponente e centralissimo edificio dell'Ordine cui esso appartiene, del fondatore di quest'ordine, del periodo travagliato in cui il Santo operò e l'Ordine espletò il suo carisma della formazione dei giovani, culturale e umana.
Siamo in uno dei periodi più tormentati della storia europea: le continue guerre, le epidemie, la fame concorrono all'abbrutimento dell'Uomo, che par dimenticare la propria origine. Ma proprio in questi frangenti si rigenera l'essere umano, che quando si trova privo di ogni risorsa, trova la forza di rinnovarsi e di individuare nuove vie: occorre un elemento catalizzatore e il beato Giuseppe La Salle ricoprì a suo tempo tale ruolo. Merita accennare ad alcuni punti nodali della sua biografia Nato a Reims nel 1651 da famiglia aristocratica e colta di giuristi, è destinato agli alti livelli di studio e alla vita religiosa, come sovente avveniva per i cadetti delle famiglie nobili. Tuttavia il fervore che egli ebbe nello svolgere la propria attività e i risultati che ottenne fugano ogni dubbio sull'autenticità della sua vocazione. Studia alla Sorbona e a Saint Sulpice, luogo di intensa spiritualità. Si laurea in teologia nel 1680 a Parigi: il Vescovo gli affida la fondazione e l'organizzazione di scuole destinate ai ceti poveri e poco dopo egli organizza la prima scuola gratuita per i bambini e i giovani di famiglia non abbiente. La fondazione della congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane risale al 1684; la loro azione è rivolta ai giovani di strada o comunque di famiglia in difficoltà economiche. Chiaramente per questa fascia di utenza occorre adottare tecniche pedagogiche particolari e indirizzarla verso studi pratici, che consentano di impiegarsi in poco tempo. E' una missione difficile che richiede forti motivazioni e una dedizione completa. Il Lassalle arruola maestri consacrati, pur restando laici. La prima scuola fu fondata nel 1688. Considerando il livello bassissimo di istruzione egli stesso stila un catechismo essenziale e semplificato. Morto settantatreenne a Roma, è canonizzato molto dopo, nel 1900 da Leone XIII, ottima occasione per arginare il dilagare della concezione laica dell'esistenza e della cultura materialistica che il Positivismo tendeva a generare.
L'Istituto di via San Francesco da Paola è inaugurato il 22 maggio 1875, con scuola elementare, liceo ginnasio, scuola tecnica; l'attenzione verso le classi sociali che hanno difficoltà si manifesta fra l'altro nel 1913 con l'istituzione della sezione soprannominata spazzacamini, con corsi serali. Anche nel corso del primo conflitto mondiale l'Istituto manifesta una particolare attenzione per il dramma che colpisce le famiglie dei combattenti: l'Istituto istituisce un ufficio per poter rintracciare notizie sui combattenti, sui prigionieri, sui profughi. Al 1923 risale il bel teatro. L'istituto in origine aveva caratteristiche legate ad una concezione particolare e diffusa dell'istruzione, da impartire a certi livelli ai maschi, perché le signore di buona famiglia dovendo badare alla casa, potevano benissimo coltivare la propria cultura con letture tratte dal patrimonio della biblioteca, per cui si dedicavano a certe letture o esercizi di mattina, ragion per cui la biblioteca era riservata agli uomini.
Al Lassalle le studentesse sono ammesse solo dal 1984; al 1994 risale l'asilo, l'anno prima della sperimentazione su Liceo Europeo. Come si vede un'ampia scelta di corsi ed ora anche l'apertura al pubblico degli appassionati d'arte. Presso il San Giuseppe si conserva anche il museo ornitologico “Franchetti”del Colibrì