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a cura del Prof. Francesco DE CARIA

 

 

 

Il Palazzo Ducale di Genova, palazzi nobiliari, porto antico e quartieri medioevali della Superba e soluzioni per i patrimoni storici dei centri antichi.
di Francesco DE CARIA

Genova, la Superba, ha, naturalmente, un centro storico invidiabile per antichità e per struttura – come del resto altri centri di antiche origini. In decenni passati, diciamo fra gli anni Cinquanta-Settanta, tali centri – degradati, malamente abitati, semidistrutti – nel caso delle città portuali- dai bombardamenti navali “alleati”, costituivano un ostacolo, un pesante ingombro per l’espansione degli edifici razionali e moderni, nuovi “idoli” dell’architettura; fortunatamente dagli anni Settanta/Ottanta la sensibilità si è “capovolta” ed ha intrapreso la giusta strada dell’equilibrio fra la conservazione e razionale fruibilità.
Parliamo qui di Genova, perché lunedì 3 dicembre alle sei di sera – ora “canonica” di tali manifestazioni – nel salone d’onore del Palazzo Ducale è stato presentato il volume che la CA.RI.GE, la Cassa di Risparmio, dedica all’Argenteria genovese del Settecento, volume curato da Farida Simonetti e Franco Boggero. La manifestazione si è tenuta nella parte più significativa della dell’antica città, che sintetizza le fasi anticomedioevale, barocca e arcade. Il Palazzo sorge alle spalle di quel porto donde sono partite flotte mercantili e militari – un binomio indissolubile – che hanno aperto le vie del commercio per il Vicino Oriente, per l’Africa Mediterranea, per il Nord Europa, dove le potentissime famiglie mercantili avevano i propri quartieri – i fondachi – nei cui magazzini si ammassavano preziose merci provenienti da ogni parte del Globo. Su quella parte antica si sono soffermati studiosi di livello, dal Lamboglia – archeologo – al De Negri, al Barberini, al Poleggi, al Surdich, … per non citare che i più noti.
Questo cuore anticomedioevale, comunemente giudicato un tesoro, in realtà rappresenta un problema con non piccole difficoltà, per i molteplici vincoli, per l’insufficienza delle strutture, tanto è vero che il porto operativo con i suoi cantieri e le sue darsene si è sempre più spostato verso Ponente, verso le cosiddette delegazioni, in antico città autonome poi integrate nella “Grande Genova” e sedi attuali dell’industria pesante. La parte antica declinò sempre più, tanto che ancora negli anni Settanta passeggiare per i carrugi era un problema e un rischio, perché gli antichi palazzi, erano divenuti nel dopoguerra abitazioni o magazzini abusivi della massiccia immigrazione dal Piemonte meridionale, ma soprattutto dal Meridione, richiamata dalle opportunità di attività collaterali illegali offerte dal Porto; ma soprattutto dalle opportunità di lavoro delle grandi industrie siderurgiche di Cornigliano, Sestri Ponente... Solo da un ventennio circa finalmente il nucleo originario di Genova è stato riacquisito dalla Città e trasformato in uno splendido salotto buono, costellato da antichi negozi, famosi caffè, botteghe.
Mano a mano che edifici pubblici e privati, ottenuti con restauri rigorosamente basati su studi di archivio, su iconografie e descrizioni letterarie e documentali, erano riacquisiti ai cittadini e ai turisti, si moltiplicavano le pubblicazioni basate su ricerche archivistiche, che hanno ridotto il rischio di restauri falsi e di maniera. Fra l’altro si sono rilanciate attività che erano sull’orlo dell’estinzione: i laboratori che confezionano le ciappe di ardesia, le botteghe che ridipingono a fresco le facciate in origine vivacemente policrome e ricche di figure, poi dilavate e ingrigite dal tempo e dai fenomeni naturali, le botteghe dei vetrai d’arte, dei costruttori di meridiane, e così via.
Sovente la Cassa di Risparmio di Genova ha offerto per Natale come strenna ai propri clienti di riguardo, alle biblioteche, ai centri di studi liguri preziosi volumi su questo immenso patrimonio storico e artistico: è chiaro che là dove nel Medioevo abbondavano i capitali, non solo sorgevano edifici artisticamente pregevoli progettati dai migliori architetti sulla piazza, ma si commissionavano ai migliori artisti d’Italia e d’Europa dipinti e sculture di gran pregio e il Cinquecento fu il siglo de oro della Superba.
Il volume L’argenteria genovese del Settecento, pubblicato a cura della Fondazione CARIGE e della relativa banca, con interventi di esponenti dell’Università di Ferrara e di Nimega, sottolinea come Genova fosse epicentro fra Islam e mondo cristiano, fra mondo Mediterraneo in cui sboccavano le vie dell’Estremo Oriente e della profonda Africa, e mondo nordeuropeo, quindi fra Cattolicesimo e Protestantesimo. Un crogiolo di rara opulenza, non solo wconomica ma della data dall’incontro e dalla fusione di elementi che altrove si scontravano. Il Settecento – secolo scelto dagli autori - è epoca particolare, perché di affermazione del razionalismo illuministico, non sempre facilmente accetto soprattutto dalle classi socialmente elevate per convenienza politica e per posizione religiosa; e diGenova, secolo di accentuazione di quella lunga decadenza che lo spostarsi dell’asse commerciale verso il Nuovo Continente aveva già avviato sin dal Seicento, il volume come si è detto, propone un aspetto particolare, l’argenteria, che essendo bene di lusso è ottimo segnale della situazione sociale della città.
Questi oggetti di lusso, come l’ebanisteria a intarsio che ricorreva a diverse essenze lignee, dal bianco acero al rosso mogano al nero ebano, dalle provenienze esotiche, certamente erano in forte, quasi assurdo contrasto con la miseria dei pitocchi, che vivevano per strada alla giornata anche con attività illegali e talora violente, costituendo un pericolo per l’ordine pubblico, picari assistiti da apposite compagnie di carità animate dall’iniziativa di vari santi. Certamente questa “ingiustizia sociale” è da considerare. E’ pur vero che quel lusso ha l’innegabile “merito” di averci consegnato gli oggetti più alti creati dall’ingegno dell’Uomo: del resto la dicotomia c’è nelle Scritture stesse: al va, vendi tutto, dà il ricavato ai poveri si affianca il lusso del tempio costruito da Salomone.
Nel Settecento iniziano a farsi strada la coscienza delle sperequazioni sociali e i tentativi talora utopici di porvi rimedio; è un secolo particolare, soprattutto per Genova, che vede il gesto più simbolico che eroico del malemmo, cioè del bulletto di Portoria, u Balilla e d’altra parte il tentativo di riorganizzare lo Stato di Pasquale Paoli, che scatena fra l’altro la questione delle decime dovute a Roma, al Papa. Questo secolo finirà con l’eco della Rivoluzione e con l’affacciarsi alla Storia di Napoleone. Questi avvenimenti sconvolgeranno, ma solo in parte, l’assetto sociale e scarsamente ridistribuiranno le ricchezze: nel frattempo i fraveghi continueranno ad avere lavoro, dalle famiglie ricche, dalle Chiese, dalle Istituzioni Civili. E ci hanno lasciato quell’eredità preziosa che gli argentieri – insieme agli intagliatori, agli ebanisti, agli orefici, agli arazzieri, ai vetrai … - hanno lasciato nei patrimoni famigliari, nelle chiese, nei palazzi del potere, testimoniando un aspetto che, nella contraddittorietà con il desiderio di una maggior giustizia sociale, costituisce un tassello importante dell’ umanità, che è tale proprio perché si dedica ad opere “inutili”, non necessarie alla sopravvivenza, ma riflesso di quell’Idea che solo l’Uomo possiede, il Bello, che l’antichità greca unì in un binomio indissolubile con il Bene, di cui sarebbe tangibile manifestazione.

“Parlando” Torino, 9 dicembre 2007