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Rivista on line diretta dal Prof. Francesco DE CARIA (Aut. del Tribunale di Torino)

 

 

E’ scomparso un altro protagonista e testimone della cultura più significativa del Novecento:

Aldo Conti.

di Francesco De Caria

Al di là del dolore personale dei famigliari, degli amici, dei conoscenti , come per tutti , la scomparsa di un poeta, di uno scrittore, di un musicista, di un artista è da considerare lutto più grave, perché è un’intera generazione – e quindi un lungo tratto di storia e di storie – che perde una voce efficace ad esprimerne i caratteri profondi, che sottostanno , come le radici alla pianta , all’aspetto superficiale, comunemente percepito, di un’epoca. Perché l’artista “sente” quanto si agita nelle profondità, al di sotto della superficie sensibile che tutti avvertono.
Nel panorama artistico e intellettuale torinese, cui la storia culturale soprattutto dell’Ottocento e del Novecento – come del resto le sue grandi Editrici attestano – rinvia, Aldo Conti, pittore, ha certamente rivestito il ruolo – giovanneo diremmo – di “guida” e di efficace testimone dell’andamento della cultura contemporanea e di denuncia di quanto sta dietro facciate rassicuranti. Molto noto e stimato a Torino in particolare, era invitato quale relatore in convegni, quale artista in mostre di grande significatività.
Dall’esquisse biografico che correda il catalogo dell’ottobre 2004 curato per l’antologica che la città di Carignano gli riservò, col patrocinio di Regione e Provincia, apprendiamo che nato a Torino nel 1935, ventiduenne si iscrisse all’Albertina, dove fu allievo fra gli altri di Paulucci e di Calandri, che in particolare gli insegnò l’arte incisoria.
La visione della realtà gli deriva, oltre che dalla cultura e della sensibilità personali, dalla frequentazione di amici quali Cerchi, Carena, Pistoletto, Ramella, Saroni e altri, sensibili sia alla lezione espressionista, sia alla sottile ironia della riproduzione ossessivamente “precisa” di una realtà quotidiana ormai divenuta l’angusto orizzonte ammantato di benessere – economico s’intende – di una borghesia che non è più la grande borghesia imprenditoriale, né la piccola borghesia impiegatizia che avevano riempito le pagine di molti romanzi europei; si tratta invece di una classe se si vuole “originale” nelle sue caratteristiche, qualche studio, grandi disponibilità economiche effettive o ostentate nei modi più banali, dagli arredamenti di casa che ripudiano i “vecchi” mobili di famiglia per rivolgersi a mobili sovente orrendi nelle forme e di materiali alquanto scadenti, alle vacanze di massa che anche la letteratura cinematografica ha abbondantemente sottoposto alla lente dell’ironia, cultura superficiale e più pretesa che reale. E’ questo il pubblico cui gli intellettuali debbono rivolgersi. Conti allora approfondisce lo studio dei nuovi fenomeni: è il caso del cinema che negli anni in cui imperversano fatue storie sentimentali o incredibili avventure nella dimensione sperimentale si sforza di denunciare la nudità del Re che si crede vestito dagli apparati solenni dell’occasione.
E’ l’epoca dei corsi, dei salotti che illudono di sapere cosa siano l’Arte, la Poesia, la Musica … ma troppo sovente bello è equivocato con verisimile, un dipinto o un scultura scambiati per pezzi di arredamento o strumenti per far sfoggio di una pretesa cultura che non c’è. Beninteso nella realtà torinese almeno la borghesia imprenditoriale ha stretto una sorta di patto con gli intellettuali coi quali si incontra nei caffè, nelle sale delle mostre, nelle sale da concerto – è anche l’epoca dei concerti privati organizzati nelle abitazioni di quegli imprenditori che dedicano anche capitali alla pubblicazione di riviste culturali, all’organizzazione di premi culturali di alto livello … Ma gli anni Sessanta Conti li vive a Milano, a Roma – dove resta sino alla metà degli anni Settanta e dove conosce e frequenta lo studioso Argan, il critico Bonito Oliva, i pittori Maccari, Schifano, Leoncillo, Pascali, Kounellis, Savinio e altri che hanno almeno due caratteristiche comuni, la volontà di sperimentazione e la considerazione ironica, amaramente satirica di una realtà sociale tanto pretenziosa, quanto superficiale, che ha radici prossime o remote nella considerazione dell’Espressionismo: del resto nell’epoca dell’Espressionismo storico come negli anni Cinquanta Sessanta è individuabile un fattore - anzi più di uno – comune, l’ostentazione di benessere di - per così dire – homines novi che debbono scimmiottare i benpensanti, ripudiando le proprie autentiche origini. Se Roma è la città del compromesso politico, dell’ostentazione religiosa, Torino è la città della grande industria che ha richiamato grandi masse di manodopera, che hanno vivo desiderio di ripudiare le proprie radici per modi di vita estranei alla tradizione. E’ città segnata dalla nuova industrializzazione in tutti i sensi, nel senso culturale, demografico, architettonico e urbanistico: e l’industria e i suoi paesaggi, le tracce dell’industrializzazione fra Otto e Novecento – Borgata Leumann di Collegno – i segni sovente traumatici dell’industrializzazione attuale affascinano il Conti. Proprio all’interno dello stabilimento Fenice di Cascine Vica , per il quale aveva studiato la tinteggiatura esterna, allestisce una mostra di sue opere: è Mario Gomboli a presentare una sua cartella di tre litografie. Dunque nuovamente nell’opera di Conti si stabilisce quel legame fra arte e industria che già aveva caratterizzato il momento del Liberty, quando gli artisti trovavano negli imprenditori una committenza significativa e non solo dal punto di vista economico – come certa critica che ha esasperato i ruoli delle classi sociali ha inteso proporre - ma anche dal punto di vista dell’interazione culturale, allorché imprenditori illuminati fondavano riviste, scuole sperimentali, allestivano gallerie d’arte. Del resto è solo una classe dalle grandi disponibilità economiche che può costituirsi come mercato per il letterato, il musicista, l’artista figurativo – l’industriale del Novecento, che ha necessità della pubblicità, è anche committente di illustri affiches pubblicitarie, di ville, di monumenti sepolcrali…- come del resto nell’Antichità, nel Rinascimento, in tutte le grandi epoche culturali…
Ultimamente, nonostante le precarie condizioni di salute, lo si poteva incontrare nelle inaugurazioni, momento di scambio di idee di rilievo…
Ed ora la notizia del decesso, confortato dal detto che risale alla culla dell’arte occidentale, la Grecia e la sua erede Roma: … Non è lecito piangere sulla tomba del poeta …; Non morirò completamente … ho eretto un monumento più duraturo di quelli in bronzo… e così via.

Volendo ricostruire un itinerario a grandi linee dell’arte di Conti, si possono citare punti di riferimento come le varie immagini della chiesa di Carignano, fantasmatica, inquietante, popolata di fantasmi non rappresentati, ma evocati e sottintesi, propri degli anni Cinquanta, allo studio degli aspetti “mostruosi” della natura, una natura domestica che dovrebbe essere rassicurante, ma che – come in certa produzione cinematografica, diventa teatro di azioni orrende, per poi passare negli anni Sessanta ad una pittura precisa, iperrealistica, comune nei suoi oggetti – la sedia di vimini, il muro di casa, costruito secondo i canoni dell’epoca con mattoni a vista – che non fanno che evocare sensi angoscianti di assenza e di solitudine, di invalicabilità. Non poteva non lasciar traccia, in una prospettiva di amara ironia si intende, l’iperrealismo delle scene di vacanze “borghesi” che fa riferimento a certa arte statunitense e ai miti della borghesia impiegatizia. Intanto anche lo strumento fotografico sapientemente dominato e piegato alle esigenze dell’espressione artistica fa ingresso nelle corde dell’arte di Conti: gente in spiaggia colta negli atteggiamenti più banali, privi di ogni dimensione altra. Sono contenuti espressi nel nuovo linguaggio sperimentale che la fotografia e la cartellonistica consentono: ma non mancano atteggiamenti surrealistici. C’è dunque anche una ricerca formale e tecnica con riferimenti alla pittura statunitense contemporanea: a Hooper, al primo Bacon. Era una dimensione del resto che destava interesse non secondario in Torino: Michelangelo Pistoletto può essere esempio significativo. Anche i contenuti, oltre allo stile caratterizzato dai toni e dalle superficie ”metallici” rimandano ad una cultura affatto diversa da quella tradita dalle accademie: il bric-à-brac di una stanza, di un miniappartamento nulla ha a che fare con il realismo romantico o con i dipinti barocchi che hanno come protagonisti i pitocchi. Da una parte è segno evidente della confusione in cui l’uomo di oggi è plongé, ridotto alla difficoltà di coordinamento dei movimenti ( la figura seduta del 1988 ha seri problemi di coordinare i gesti con cui togliersi la camicia e i pantaloni, come in interno con uomo e specchio). Al polimorfismo medioevale ma soprattutto tardoclassico e rinascimentale fra uomo e vegetale – da cui nascono i mascheroni dal valore magico, o meglio della religione naturale di antichi riti che dal Cinquecento ornano le architetture - si ispirano opere fotografiche degli anni Ottanta e Novanta, alcune delle quali rimandano ad un atteggiamento sadico che la psicanalisi studia.. Di grande perizia – inutile dirlo – nel disegno, che lo accomuna ad autori rinascimentali, giunge ad una fase di iperrealismo che potremmo definire “magico”, per cui misteriosamente, ma grazie a precise tecniche e calcoli nel disegno che possono rinviare vagamente ad Escher, il bosco si trova rovesciato, eppure non è riflesso nello stagno. E’ un errore di percezione a farlo apparire tale. Così in opere come Bosco sospeso del 2004: è tema antico eppure caro ai nostri decenni, che amano l’assurdo che nasce dalla situazione più banale e quotidiana. Fatto sta che ad un tratto tutto è altro da come appare. E’ la dimensione mostruosa della realtà “normale”.
Sono territori ancora da esplorare, sebbene da secoli o millenni i loro effetti siano presenti nell’Arte figurativa (nell’Alessandrinismo, nel Medioevo, nel Rinascimento, nel Barocco, e poi nel Romanticismo …): forse la logica aristotelica cui l’uomo occidentale è legato indissolubilmente e che gli ha fatto compiere tanto progresso è anche la sua condanna a non capire, come negli antichi mysteria che la latinità tarda canta, come narrano le nenie o i racconti popolari …
Aldo Conti si è addentrato in quel territorio, del resto caro – a quanto sembra – alla cultura piemontese. E ne ha tratto visioni nelle quali non-realtà e fantasia si accendono in “trappole” delle quali l’uomo riesce non tanto a liberarsi, ma a mantener coscienza logica. E se fosse proprio questa la trappola? Si chiede l’autore, in un’ariostesca prospettiva di infinito concatenarsi.